Analisi dei mercati del 7.09.2020

INDICI DI MERCATO

COMMENTO ULTIMA SETTIMANA

Dopo che il mese di agosto ha avuto la migliore performance degli ultimi 40 anni, la prima settimana di settembre si è conclusa con una decisa correzione dei mercati azionari scatenata proprio dal settore che ne aveva fatto da traino ovvero la tecnologia americana.

Non ci sono particolari catalyst che giustifichino il movimento se non un principio di rotazione settoriale innescata da prese di profitto sui titoli che avevano meglio performato nell’ultimo periodo e diventati improvvisamente protagonisti negativi (vedi Apple e Tesla). Il Nasdaq 100, dopo avere raggiunto un nuovo massimo, ha quindi perso circa sette punti in due soli giorni. Il peso rilevante della tecnologia nell’S&P500 ha trascinato al ribasso anche l’indice globale.

Segnaliamo che Tesla, dopo lo stock split che le ha fatto guadagnare il 70% dall’annuncio dell’11 agosto e il 12% il giorno dell’evento, ha corretto sulla comunicazione relativa all’aumento di capitale di 5 miliardi che intende fare e della riduzione della posizione di un grosso investitore internazionale.

Mentre proseguono a passo spedito le ricerche di un nuovo vaccino contro il Cov-Sars2 il virologo Anthony Fauci, famoso per i ricorrenti “screzi” con il presidente Trump, ha dichiarato che qualora i risultati delle sperimentazioni dovessero risultare inequivocabilmente positivi, la FDA (Food and Drug Administration) avrebbe il potere (e dovere) di interrompere i test per organizzare una campagna vaccinale su larga scala. Questa buona notizia compensa i timori di una seconda ondata legata alla riapertura delle scuole e alle maggiori attività al chiuso nella stagione autunnale/invernale.

Sul fronte macro sono buoni i dati PMI europei: il dato finale di agosto per il comparto manifatturiero rimane stabile a 51.7 con una buona performance dell’Italia (53.1 da 51.9); il dato relativo al comparo dei servizi sale a 50.5 grazie al contributo della Germania. Negli Stati Uniti in salita l’ISM manifatturiero che passa da 54.2 a 56 con una componente “new orders” (quindi più forward looking) a 67.6 da 61.5.

Buoni anche i dati sul mercato del lavoro americano che vede il tasso di disoccupazione (di agosto) scendere oltre le aspettative degli analisti: 8.4% vs attese di 9.8% e dato di luglio pari a 10.2%

Dal Beige Book della Fed (elaborato ogni sei settimane sulla base delle informazioni raccolte nei 12 distretti della banca centrale) viene la conferma di un’attività economica che cresce “ad un ritmo modesto” e che non ha ancora recuperato i livelli pre-covid.  Sia sul fronte dell’attività manifatturiera che dei servizi e consumi qualcosa si sta muovendo nella giusta direzione ma le incertezze e i rischi legati alla pandemia rimangono.

Il corona virus è riuscito a mandare anche l’Australia in recessione dopo 30 anni di espansione economica: il Pil del secondo trimestre è sceso del 7% rispetto al -0.3% del primo trimestre dell’’anno.

La Francia, in settimana, ha annunciato l’atteso piano di rilancio da cento miliardi al quale l’Unione Europea contribuirà per 40 miliardi. Per non rendere più difficile la ripresa non sono previste nuove imposte ma il governo stima di rientrare dal maggiore indebitamento pubblico a partire dal 2025 attraverso l’impatto positivo sulla crescita delle nuove misure. I pilastri sui quali si baserà il piano riguardano la transizione ecologica (attraverso il rinnovamento energetico), la maggiore competitività del paese (attraverso riduzione delle imposte sulla produzione, finanziamenti alle imprese e sussidi per la rilocalizzazione delle industrie) e la coesione sociale (attraverso investimenti sulla sanità, sui giovani e sulla formazione).

In settimana il cambio EUR/USD è salito sopra la soglia di 1.20 per la prima volta da maggio 2018. Determinante per il movimento il cambio di policy della Fed che ha confermato un differenziale di tassi fra Europa e Stati Uniti non più a favore di quest’ultimo. La maggiore offerta di moneta e il QE della Fed, insieme all’atteso maggiore deficit fiscale per gli Stati Uniti sono alla base della debolezza del biglietto verde. Il rientro dal livello di 1.20 è avvenuto grazie al commento del capo economista della BCE Lane che ha dichiarato che, sebbene l’istituto europeo non abbia nel suo mandato l’obiettivo del cambio, il cross EUR/USD a questi livelli non aiuta l’economia. Inoltre, la pubblicazione dei dati deludenti sull’inflazione dell’area Euro hanno alimentato le aspettative di un ulteriore intervento di stimolo da parte della BCE.

Tornano le emissioni di green bond: questa settimana Mediobanca debutta nel mondo “green” emettendo un bond da 500 milioni di euro (durata sette anni, cedola 1%, spread di 135bps sopra il tasso midswap) per finanziare progetti green e il mercato ha accolto decisamente bene l’offerta con ordini pari a 3.5 miliardi di cui l’80% dall’estero. Anche il governo tedesco ha dato mandato di vendere un titolo decennale per finanziare progetti ambientali, emissione per 6.5 miliardi e richieste per 33 miliardi a fronte di un rendimento pari a -0.463% (quindi negativo!). Un’altra emissione è prevista nel quarto trimestre con un totale per l’anno di circa 11 miliardi di euro. Il Tesoro italiano dovrebbe emettere BTP green in autunno. L’interesse per le emissioni green è evidente e ricordiamoci che è stata scatenata dall’intenzione della BCE di acquistarli e pure il fondo pensione della BCE lo ha già fatto. Inoltre, il Recovery Fund da 750 miliardi potrà destinare risorse anche a investimenti legati a tecnologie e infrastrutture più green che aiutino il continente a raggiungere la neutralità climatica entro il 2050 come programmato.

Si torna a parlare della casa di gestione H20 con il comunicato relativo alla sospensione di otto fondi per circa quattro settimane per “incertezze sulla valorizzazione” di titoli non quotati e legati al finanziere tedesco Lars Windhorst. Mentre l’autorità di controllo dei mercati finanziari francesi aveva chiesto la sospensione di tre fondi, H2O ha deciso di procedere per otto fondi dichiarando che si tratta di una misura provvisoria per un tempo (quattro settimane) che permetterà alla società di gestione di separare gli asset incriminati e trasferirli in un nuovo fondo.

QUESTA SETTIMANA

Oggi, lunedì, il mercato americano è chiuso per “Labor day”.

L’evento principale della settimana lo avremo giovedì 10 settembre con la prima riunione della BCE dopo la pausa estiva. Non sono attese variazioni all’attuale politica monetaria ma ci sarà parecchia attenzione sulle nuove previsioni di crescita e inflazione che la BCE renderà note. Da queste potranno emergere gli orientamenti della banca centrale e i prossimi step che intraprenderà anche, e soprattutto, alla luce del cambio di strategia della Fed. Sottolineiamo che un apprezzamento dell’euro conseguente alle decisioni della Fed potrebbe impattare sull’inflazione e rendere più complesso il raggiungimento del target stabilito dalla banca centrale.

Fra i dati macro previsti in settimana segnaliamo quelli sul Pil del secondo trimestre (finale) per l’eurozona (atteso -15% anno/anno) e i dati di inflazione (al consumo e alla produzione) negli Stati Uniti riferiti al mese di agosto.

In UK riprendono i negoziati sulla Brexit. Il premier britannico Johnson intende fissare per il 15 ottobre la deadline per un accordo oltre la quale, in caso contrario, si prenderà atto dell’impossibilità di trovare punti in comune e ognuno “andrà avanti per proprio conto”. La sterlina diventerà il barometro della situazione.

Questa settimana il Congresso americano dovrà finalizzare i dettagli della legge sulla spesa in quanto il 30 settembre termineranno i finanziamenti in essere e occorre scongiurare il rischio “shutdown”, ovvero il blocco delle attività amministrative che si ha quando non viene approvata la legge di bilancio per il finanziamento delle attività amministrative.

CONSIDERAZIONI FINALI E POSIZIONAMENTO LINEE DI GESTIONE

Il cambio di strategia della Fed, che mette l’obiettivo di inflazione a servizio di quello della piena occupazione, dovrebbe avere aperto la strada ad un nuovo periodo di reflazione finanziaria durante il quale tutte le banche centrali, a meno che non vogliano vedere la propria moneta rivalutarsi nei confronti della divisa americana, dovranno mantenere a lungo tassi bassi. Abbiamo avuto la conferma di questo potenziale atteggiamento dalle dichiarazioni di Lane (capo-economista BCE) e di Saunders (membro del board della BOE) e vedremo, in settimana, se e come la BCE affronterà il tema. Questo, ripetiamo, rimane il principale elemento a favore dei mercati finanziari.

Ovviamente, come abbiamo visto la scorsa settimana e come abbiamo più volte sottolineato in passato, il percorso dei mercati non è quasi mai lineare, ci sono inevitabili stop&go legati a prese di profitto su temi che hanno fatto particolarmente bene (vedi tech) o brutali riallineamenti alla realtà; si tratta di momenti caratterizzati da un incremento della volatilità che può dare occasioni di realizzo o di acquisto a seconda della posizione di partenza e della propria visione.

A proposito di volatilità, ricordiamo che le elezioni americane del 3 novembre sono, ad oggi, l’elemento di incertezza più noto e, non a caso, la curva del Vix (indicatore di volatilità dell’S&P500) segna un massimo in prossimità di ottobre (36 vs un valore ad oggi di 30) per poi riscendere gradualmente a livelli sotto quelli attuali.

L’altro tema che guida il mercato, ribadiamo, sono le aspettative di uno o più vaccini prodotti e disponibili su larga scala magari entro la fine dell’anno (quindi prima delle tempistiche normali): questa attesa porta gli investitori a prezzare una maggiore crescita che si può riflettere sia su un “irripidimento” della curva dei rendimenti (con quelli a lunga scadenza in salita) sia su una rotazione settoriale a favore dei settori più penalizzati e finanziata da prese di profitto su quelli che sono più saliti, come avvenuto nella settimana che si è appena conclusa.

Il consueto sondaggio di Bank of America (che spesso è più da intendere come le intenzioni future che il reale posizionamento degli investitori) vede un aumento del peso dell’Europa nei portafogli a scapito degli Stati Uniti il che significa non necessariamente che Wall Street sia vista in discesa ma solo che la potenzialità dei mercati Europei (che esprimono anche una composizione settoriale più ciclica) sono maggiori. Per la maggior parte degli intervistati è iniziata una nuova fase rialzista dei mercati che sarà accompagnata da un aumento degli utili legato all’uscita dell’economia dalla recessione.

Questa positività che emerge dalla survey non vuole dire che il mercato sia privo di rischi. Gli investitori ne sono consapevoli e infatti le posizioni in opzioni sono aumentate così come la protezione acquistata attraverso i contratti sulla volatilità (Vix).

Le nostre linee di gestione con componente azionaria hanno, ovviamente, sofferto la fase correttiva dei mercati ad eccezione della linea ITA che recupera circa 3 punti percentuali grazie al titolo Tiscali che è salito parecchio (61% in un solo giorno) dopo la firma del memorandum of understanding con Tim per definire l’accordo sullo sviluppo della banda ultralarga. Si è, pertanto, deciso di prendere profitto vendendo la posizione con un utile del 160% circa dai prezzi di carico.

Analisi dei mercati del 20.07.2020

INDICI DI MERCATO

COMMENTO ULTIMA SETTIMANA

Prosegue il rialzo dei mercati azionari anche nella settimana che si è appena conclusa (MSCI World +1.5%). La differenza rispetto alle scorse è che questa volta il rialzo è stato guidato non dai titoli tecnologici americani (Nasdaq -1.76%), ma dai paesi e settori che erano rimasti più indietro: settore bancario europeo (Eurostoxx Banks +2.3%), small cap americane (Russell2000 +3.56%) e Italia (FtseMib +3.3%). Le aspettative circa un buon esito dei negoziati UE hanno portato ad un leggero restringimento dello spread BTP-Bund, sceso a 169bps, e ad un discreto apprezzamento dell’euro rispetto alle principali valute.

Il Consiglio Europeo, in riunione da venerdì per definire il pacchetto di misure a sostegno dell’economia dell’eurozona post pandemia (il c.d. Next Generation EU), durante gli incontri del week-end non ha prodotto alcun risultato. Il presidente Charles Michel, nel tentativo di avvicinare le richieste, aveva proposto una leggera modifica nel rapporto sussidi/prestiti: la proposta originaria prevedeva 500 miliardi di sussidi e 250 miliardi di prestiti, la modifica di Michel portava la quota di sussidi a 450 e di prestiti a 300 ma sembra che, neanche così, i paesi “frugali” (ai quali si è unita anche la Finlandia) capeggiati dal premier olandese Mark Rutte siano soddisfatti dato che non intendono concedere sussidi oltre i 390 miliardi e addirittura vorrebbero ridurre il pacchetto a 700 miliardi.

Sul fronte della pandemia se da un lato continuano a peggiorare i dati sui contagi, specialmente in alcuni paesi, è anche vero che si fanno progressi sulla ricerca del vaccino: l’americana Moderna, ad esempio, ritiene che il suo vaccino, che si basa sostanzialmente su un innalzamento del numero di anticorpi, sembra stia dando ottimi risultati e il 27 luglio entrerà nella fase finale dei test clinici, la cosiddetta fase 3, che coinvolgerà 30.000 persone e che vedrà la conclusione a ottobre. Teniamo conto del fatto che l’aumento degli anticorpi più provocare effetti collaterali e questo è il fattore che più spaventa la gente che, forse, non correrà in massa a farsi vaccinare fintanto che non ci saranno maggiori certezze su tutti gli effetti. Anche AstraZeneca, collaborando con l’Università di Oxford, sembra a buon punto e potrebbe avviare la produzione di massa già a settembre. E’ importante che tante aziende siano coinvolte nello sviluppo del vaccino per garantire un’adeguata numerosità delle dosi disponibili.

La reporting season americana è partita abbastanza bene: con il 10% delle società dell’S&P500 che ha pubblicato i numeri del secondo trimestre la discesa degli utili si attesta a -19%, meglio delle attese degli analisti di circa il 17%. Le banche, fra le prime a riportare, hanno beneficiato dell’ottimo andamento dell’attività di trading ma sono state penalizzate dall’attività tipica bancaria a causa dei maggiori accantonamenti sui crediti che raggiungono i livelli del 2008 (segnale, forse, di scarso ottimismo sul futuro). Mentre Citigroup, JPM, Wells Fargo e BofA hanno una tipologia di business più orientata ai consumatori e al ramo commerciale (quindi più tipicamente bancaria) ed hanno, di conseguenza, sofferto dei default di qualche cliente e degli accantonamenti precauzionali, Goldman Sachs e Morgan Stanley (più investment banks) hanno battuto le previsioni degli analisti grazie all’intensa attività di trading che ha caratterizzato il periodo del lockdown. Bank of America, ad esempio, la seconda banca più grande degli Stati Uniti, è risultata estremamente sensibile all’andamento dell’economia e ha riportato un crollo di utili pari al 52%; per contro Morgan Stanley ha visto utili in aumento del 45% grazie alla divisione trading (soprattutto obbligazionario). Anche da questo punto di vista si nota il distaccamento di Wall Street (indici sui massimi e banche esposte che ben riportano) rispetto a Main Street (economia reale che soffre la recessione e banche commerciali, di conseguenza, in crisi).

Anche J&J pur riportando meglio delle attese ha visto i ricavi ridursi dell’11% e gli utili del 35%.

Fra i dati macroeconomici principali segnaliamo in Cina numeri, nel complesso, buoni anche se con ampi spazi di miglioramento:

  • GDP secondo trimestre: +11.50% trimestre/trimestre, meglio delle attese (+9.6%) e con una crescita che si attesta a 3.2% anno/anno (dopo il -6.8% del trimestre precedente);
  • produzione industriale di giugno: in miglioramento a +4.8% anno/anno dal +4.4% di maggio;
  • vendite al dettaglio di giugno: ancora negative a -1.8% (rispetto ad attese di +0.5%).

A sorpresa, dopo un CdA straordinario venerdì sera, IntesaSanPaolo ha alzato l’offerta per UBI aggiungendo 0.57 euro in cash per ogni azione (per un totale di 652 milioni in più). Dopo che anche l’Antitrust ha dato il via libera all’operazione l’AD Messina, al termine di una serie di negoziazioni con gli azionisti principali (che chiedevano 1 euro in più cash), ha deciso di aumentare l’appeal dell’offerta in modo da ottenere il 66.7% delle adesioni che consentirebbe una fusione senza troppi problemi. Il premio, rispetto ai prezzi del 14 febbraio quando è stata lanciata l’operazione, passa dal 28% al 44.7%. Nei prossimi giorni si riunirà il CdA di Ubi per valutare la nuova offerta (ricordiamo che la vecchia era stata respinta in quanto si riteneva sottovalutasse Ubi di circa 1.1 miliardi di euro).

Per rispettare quanto richiesto dall’Antitrust entro sei mesi ISP dovrà vendere 532 sportelli ex Ubi a Bper e, qualora non dovesse riuscirci, avrà altri sei mesi di tempo per affidarsi ad un intermediario indipendente. Dovesse l’operazione passare con almeno il 2/3 del capitale (66.67%) Ubi non potrebbe sollevare contestazioni alla vendita del ramo d’azienda e sarebbe tutto più semplice.

Le fondazioni CR Cuneo e Banca del Monte di Lombardia hanno già dichiarato che intendono aderire all’offerta con il loro 10%. Considerando anche Cattolica e il Sindacato azionisti di Ubi, si arriverebbe ad un’adesione superiore al 20%. I fondi hanno in mano circa il 40% delle azioni e dovrebbero accettare lo scambio di azioni dopo il rilancio. Sembra quindi facilmente raggiungibile la quota del 50% ma adesso il traguardo è diventato i 2/3 del capitale per la convocazione di un’assemblea straordinaria che approvi la fusione. Ricordiamo che c’è tempo fino al 28 luglio per aderire.

Sul tema ASPI viene meno la minacciata revoca della concessione autostradale ad Atlantia ma si apre invece lo scenario di un aumento di capitale che consentirà a CDP di entrare nella compagine azionaria con una quota del 33% andando, di fatto, a diluire Atlantia (quindi la famiglia Benetton). Si parla di un investimento di CDP fra i 3 e i 4 miliardi di euro con una valutazione implicita di ASPI fra 6 e 8 miliardi (secondo gli analisti di Banca Imi dovrebbe invece valere circa 11 miliardi). La quota di Atlantia scenderebbe sotto il 10% di ASPI ma non dimentichiamo che Atlantia ha in pancia, tra le tante partecipazioni, anche Abertis (che gestisce all’estero il triplo della rete di ASPI) e Telepass (per la quale è attesa la quotazione).

Dalla riunione dei produttori di petrolio è emerso che l’OPEC+ intende aumentare di 1 milione di barili al giorno la produzione a partire dal mese di agosto. I tagli che erano stati fissati a 9.6 milioni di barili la scorsa primavera dovrebbero quindi scendere anche se meno di quanto si ipotizzava nei giorni precedenti all’accordo.

QUESTA SETTIMANA

La principale variabile da monitorare continua ad essere la diffusione della pandemia e quindi i dati sui contagi in quanto il rischio principale per l’economia, ed i mercati, è una seconda ondata (considerato che alcuni stati non sono ancora usciti dalla prima) che metterebbe a serio rischio la debolissima ripresa che si intravede dai dati macro anticipatori.

Negli Stati Uniti, inoltre, l’incapacità di mettere sotto controllo il virus avrebbe una ripercussione negativa sui sondaggi elettorali a sfavore di Trump. Nessun presidente uscente riesce ad essere riconfermato se il paese sta attraversando una recessione e per quanto Trump addossi la colpa alla Cina (e talvolta alla Fed) gli americani gli attribuiranno la responsabilità della gestione inefficiente della pandemia in US.

Lunedì 20 luglio alle ore 16 proseguirà il vertice tra i leader UE per trovare un accordo sul Recovery Fund, in caso contrario potrebbe essere preso un altro mese di tempo. Secondo Christine Lagarde un piano di emergenza ambizioso è preferibile ad un accordo a tutti i costi in tempi rapidi. Sul tavolo ci sono circa 1800 miliardi (di cui 750 per il Recovery Fund) e sarebbe una cifra assolutamente eccezionale e ritenuta indispensabile per una crisi così profonda. L’Olanda vorrebbe entrare nel merito delle politiche di riforma dei paesi UE ma, soprattutto Italia e Spagna, ritengono la richiesta inaccettabile.

La reporting season vedrà protagoniste società pari al 24% dell’S&P500 (per il mercato US) e al 17% dello Stoxx600 (per il mercato europeo). Fra le società che riporteranno i dati del secondo trimestre segnaliamo martedì UBS e mercoledì Tesla.

Giovedì 23 in US verrà pubblicato il dato settimanale sulle richieste di sussidi di disoccupazione (jobless claims), le attese sono per 1.280.000 di richieste da 1.3 milioni della settimana precedente. Gradualmente il dato si sta riducendo: per avere un’idea, dopo essere stato per anni in un intorno di 200.000 richieste alla settimana, a inizio aprile, con il lockdown, è esploso a quasi 6.9 milioni di richieste, adesso sta lentamente ridimensionandosi.

La settimana vedrà la pubblicazione dei dati preliminari PMI per le varie regioni e relativi al mese di luglio: ci si attende una continuazione della ripresa. Negli Stati Uniti le stime portano i numeri sopra la soglia del 50 (punto di demarcazione fra espansione e contrazione economica) sia per il comparto manifatturiero che per quello dei servizi; stessa cosa in Eurozona dove però il dato per il comparto manifatturiero, a causa della Germania, è in ripresa ma rimane inferiore al 50.

CONSIDERAZIONI FINALI E POSIZIONAMENTO LINEE DI GESTIONE

Come anche Jamie Dimon (CEO e chairman di JPM) fa notare, la recessione è molto particolare e l’azione di contenimento e stimolo di Fed e Governo sono state in grado per ora di tamponarne gli effetti che quindi non si sono visti nell’immediato. Il rischio è che se questo non dovesse bastare oltre ad avere un enorme danno nel settore privato avremmo anche una voragine in quello pubblico. Da qui l’aspettativa dei mercati di un intervento sempre presente e massiccio almeno fintanto che non si è sicuri di essere definitivamente fuori dalla crisi.

L’importante ruolo delle banche centrali nel recente rally dei mercati, sia obbligazionari che azionari, è sottolineato anche in un interessante articolo del Il sole 24 ore uscito in settimana. Invece di parlare di bolla (il cui scoppio è temuto da tutti) si dovrebbe parlare di “inflazione finanziaria”: la prima di solito segue un percorso classico (aspettativa di rialzi à contagio/avidità di chi non vuole perdere l’occasione à testardaggine di chi nega che si tratti di una bolla à scoppio della bolla quando sorgono i primi dubbi sulla sostenibilità dei prezzi) ma non prevede come principale attore le banche centrali. Queste ultime di solito non partecipano alla formazione di bolle ma ne causano lo scoppio. Chi invece di solito crea le bolle sono il cosiddetto “parco buoi”. Ma, lasciando per un attimo da parte il mercato azionario, siamo sicuri che il parco buoi abbia partecipato al rally di quello obbligazionario? Siamo sicuri che la gente stia comprando il bund con il rendimento negativo?

Quello che qualcuno definisce bolla ma che l’articolo ritiene si debba considerare inflazione finanziaria deriva dalla liquidità iniettata nel sistema dalle banche centrali. (Le banche centrali acquistano bond (inflazionandone il valore) e immettono nel sistema della liquidità che cerca un parcheggio remunerativo: i bond (soprattutto governativi) sono quasi ai massimi storici (con conseguenti rendimenti ai minimi), le materie prime (vicine ai minimi dagli ultimi 20 anni) sono estremamente legate al ciclo economico ancora debole e così entrano in gioco le azioni che beneficiano ancora della mancanza di alternative (ricordiamoci dell’acronimo coniato l’anno scorso, TINA – There is no alternative). Fintanto che le banche centrali rimarranno impegnate nel sistema (e come detto sopra lo faranno ancora a lungo) i mercati dovrebbero rimanere supportati sia sul lato obbligazionario (con rendimenti minimi) sia su quello azionario (con rendimenti maggiori potenzialmente ma anche più volatili).

La buona performance della maggior parte delle asset class ha consentito alle nostre linee di gestione di guadagnare anche questa settimana. L’unica a soffrire, andando a consolidare una performance comunque molto buona, è la linea Chornos per la maggiore esposizione al mercato americano (soprattutto tech) e al dollaro.

Analisi dei mercati 21.01.2020

Ancora nuovi record per i mercati azionari, questa settimana, con gli indici americani sempre sugli scudi.

Stati Uniti e Cina hanno, finalmente, firmato le 86 pagine della cosiddetta Fase Uno dell’accordo con la quale la Cina si impegna ad acquistare almeno 200 miliardi di dollari aggiuntivi di prodotti americani per i prossimi due anni e gli Stati Uniti faranno marcia indietro su alcuni dazi (modesta riduzione a fronte di una serie di impegni di Pechino). Un po’ di scompiglio è stato generato dalla dichiarazione del segretario americano Mnuchin, secondo cui i dazi sui beni cinesi rimarranno fino al completamento della seconda fase dell’accordo, durante la quale verranno affrontate le questioni relative alla tecnologia e la Cyber-security. L’accordo prevede, ovviamente, delle modalità di risoluzione in caso di inottemperanze oltre alla facoltà di recedere previo preavviso.

Il dipartimento del Tesoro americano, il giorno prima della firma dell’accordo, ha rimosso la Cina dall’elenco dei paesi considerati “manipolatori” della moneta, come segnale di una distensione dei rapporti fra le due potenze che si è riflesso immediatamente sul cambio fra il RMB/USD.

Nel frattempo, fra i dati macroeconomici cinesi pubblicati, vale la pena segnalare la ripresa dell’export, prima volta in cinque mesi, che ha superato le attese degli analisti, gli aggregati monetari di dicembre in accelerazione e il dato sul PIL del terzo trimestre 2019 che segna un +6% annuo. La produzione industriale è in miglioramento così come le vendite al dettaglio. Con gli stimoli monetari e fiscali da parte delle autorità cinesi e un allentamento delle tensioni commerciali, qualche spiraglio di miglioramento nell’economia cinese si sta vedendo e si dovrebbe continuare a vedere.

Source: Bloomberg

In Europa il dato sulla Produzione Industriale delude leggermente le attese, con un rialzo dello 0.2% mese/mese ma mostra un leggero rialzo che si spera continui nel 2020.

Source: Bloomberg

La prima parte della reporting season americana sembra essere andata bene: ha riportato i risultati circa il 10% delle società dell’S&P 500 con una sorpresa complessiva sugli utili superiore al 3%. Alcoa, produttore di alluminio, conferma ricavi in calo rispetto al 2018 ma la nota positiva riguarda la guidance sul 2020, in quanto vede una riduzione dell’eccesso di offerta grazie ad un incremento della domanda globale. Anche le banche hanno registrato utili per il quarto trimestre in crescita e superiori alle attese.

La fame di rendimenti governativi è alla base del boom di ordini sul nuovo BTP a 30 anni, che ha raccolto una domanda record di 47 miliardi. Il titolo prevede una cedola del 2.45%. L’assorbimento delle cospicue emissioni da parte del Tesoro è stato aiutato anche dalla bocciatura, da parte delle Consulta, del referendum sul taglio del numero dei parlamentari che allontana la minaccia di elezioni anticipate.

Intanto, anche MPS ha sfruttato la fase di “bonaccia” dei mercati e l’upgrade di rating da parte di Moody’s, presentandosi sul mercato del debito collocando 400 milioni di un Bond AT1 con cedola 8%, con una domanda che è stata superiore a 925 milioni di euro. Ovviamente, per rendere appetibile il collocamento, l’istituto senese ha dovuto essere più generoso rispetto alle altre due banche che hanno collocato recentemente, UBI 5.875% e Banco BPM 6.125%, ma ha dovuto concedere meno del 10.5% che aveva offerto lo scorso luglio.

Sul fronte cambi si segnala il leggero indebolimento della Sterlina Inglese causato dalle dichiarazioni di membri della Banca Centrale, circa la volontà di tagliare i tassi durante il prossimo meeting, previsto per il 30 gennaio. Attualmente il mercato prezza, con una probabilità del 71%, un taglio di 25 bps che sarebbe giustificato dal generale indebolimento dell’economia. Anomalo, visto il clima positivo sui mercati, il rafforzamento del Franco Svizzero: la motivazione sembra essere legata alle dichiarazioni della Banca Centrale che vorrebbe normalizzare i tassi rialzandoli.

Source: Bloomberg

In Russia il Rublo, dopo avere toccato il suo massimo da inizio 2018, 60.8870 contro dollaro, si è indebolito a causa delle dimissioni del Governo e del premier Medvedev: sembra che il Premier voglia favorire le riforme costituzionali, annunciate da Putin durante il discorso alla nazione, riguardo il passaggio del potere di scelta del primo ministro dal Presidente al Parlamento.

QUESTA SETTIMANA

Con la firma dell’accordo Cina-Stati Uniti, la disputa commerciale tra i due paesi è passata ovviamente in secondo piano. Non che la questione sia definitivamente risolta (sappiamo bene che si tratta di un tema di lungo periodo) ma almeno la minaccia di un rallentamento economico viene alleviata.

Ora bisogna stare attenti alle negoziazioni tra Europa e Stati Uniti e ai relativi dazi. In sospeso ci sono ancora quelli sulle auto e un possibile incremento di quelli sui generi alimentari, tema che tocca molto l’Italia.

Sappiamo bene che, in generale, la crescita economica è stata sostenuta dai consumi, soprattutto negli Stati Uniti, in quanto la componente relativa agli investimenti ha sofferto l’incertezza economica legata soprattutto alla guerra commerciale. Se negli Stati Uniti Trump cerca di sostenere ancora i consumi per l’evidente impatto positivo sulla campagna elettorale, con la proposta di taglio delle tasse alla middle-class, in Europa ci si deve giocare la carta degli investimenti con una Commissione Europea, ed anche la Banca Centrale, orientata al tema “green”. Per questo motivo sarà interessante ascoltare la conferenza stampa della Lagarde, per capire se esiste una strategia di coordinamento tra politica monetaria e politica fiscale che si concretizzi del Green Deal.

In generale i Governi, quest’anno, saranno incentivati a formulare programmi di investimento per raggiungere l’obiettivo di “emissioni zero” entro il 2050 e tenderanno ad emettere green-bond nel 2020. Il Tesoro italiano, secondo fonti interne, potrebbe seguire pertanto l’esempio della Germania e lanciare il primo bond sostenibile entro la fine dell’anno.

Ribadiamo quindi che la politica monetaria è accomodante e tale rimarrà ancora per un po’. La politica fiscale potrebbe esserlo ancora negli Stati Uniti, soprattutto se passerà il taglio delle tasse, e potrebbe diventarlo in Europa, grazie al tema degli investimenti. Gli asset rischiosi, quindi, continuano ad essere supportati nel breve da TINA (there is no alternative) e nel medio/lungo termine dalle aspettative di ripresa della crescita economica.

Analisi dei mercati del 17.12.2019

Il primo importante appuntamento settimanale lo abbiamo avuto con la Banca Centrale Americana, che ha deciso di mantenere, come da attese, i tassi invariati a 1.50%-1.75%. I tassi nel corso del 2019 sono stati tagliati tre volte e si è ritenuto opportuno non variarli e dichiarare, all’unanimità, che rimarranno invariati per tutto il 2020. La politica monetaria attuale è ritenuta appropriata, anche se il board continuerà a monitorare l’evoluzione della situazione soprattutto relativamente agli sviluppi globali e all’inflazione. La “dot plot”, ovvero la rappresentazione delle stime sul livello dei tassi da parte dei membri del FOMC, vede solo 4 membri su 17 propendere per un rialzo nel 2020, mentre per il 2021 la mediana indica un rialzo così come per il 2022. Le stime di crescita economica americana per il 2019 sono rimaste invariate a 2.2% e quelle per il 2020 a 2%. Nonostante gli sviluppi e i rischi globali le prospettive economiche sono considerate favorevoli.

Giovedì i riflettori erano puntati sul primo consiglio della BCE presieduto dalla francese Christine Lagarde. Anche in questo caso non erano attese variazioni dei tassi che, difatti, sono stati confermati agli attuali livelli. La politica monetaria è stata confermata espansiva, anche se si intravede un miglioramento del quadro macro. A gennaio partirà il processo di revisione della strategia della BCE, che durerà probabilmente tutto l’anno e riguarderà sia la “price stability” che le tematiche ambientali. Le stime di crescita sono passate da 1.1% a 1.2% per il 2019 e da 1.2% a 1.1% per il 2020 confermando poi a 1.4% la crescita per il 2021 e per il 2022. Inflazione attesa stabile a 1.2% questo anno, 1.1% l’anno prossimo e 1.4% e 1.5%, rispettivamente per il 2020 e 2021.

Sempre in tema di banche centrali, citiamo anche la Swiss National Bank che ha lasciato i tassi invariati a -0.75%, ribadendo che i tassi negativi sono l’unico modo per tenere sotto controllo la valuta e aiutare l’economia. Si tratta del quinto anno di tassi negativi, che si trovano al livello più basso del mondo.

Le banche centrali, quindi, hanno confermato la loro “stance” espansiva ma non hanno aggiunto nulla di nuovo a quanto già atteso dai mercati.

La vera svolta è arrivata, però, giovedì con i tweet di Trump, in tema di un possibile “grande accordo” con la Cina. Secondo il Wall Street Journal, gli Stati Uniti avrebbero potuto tagliare del 50% i dazi attualmente presenti e cancellare quelli nuovi previsti per domenica. Dopo una serie di tweet ambigui di Trump, che hanno destabilizzato un po’ i mercati, venerdì è arrivata la conferma da parte del vice ministro al commercio cinese, che ha annunciato il raggiungimento dell’accordo per chiudere la “fase uno” delle negoziazioni. Il risultato immediato si è avuto domenica quando non sono scattati i dazi americani su 160 miliardi di dollari di prodotti cinesi e, quindi, i contro-dazi del 25% che la Cina avrebbe imposto come rappresaglia. L’accordo prevede misure legate al rafforzamento della proprietà intellettuale, al trasferimento forzoso delle tecnologie, all’acquisto di prodotti agricoli e alimentari, all’apertura del mercato dei servizi finanziari, alla promozione degli scambi commerciali e alla trasparenza della normativa. Il responsabile del commercio americano, Robert Lighthizer, ritiene che l’accordo potrà essere firmato definitivamente a gennaio. Secondo Trump la riduzione dei dazi sarà alla base della fase due, che partirà subito dopo la firma della fase uno. Si stima che l’accordo raggiunto farà aumentare di 200 miliardi di dollari gli scambi commerciali fra USA e Cina nei prossimi due anni, gran parte dei quali legata ai beni agricoli.

L’altro evento che ha dato una notevole spinta ai mercati e al sentiment degli investitori, si è avuto venerdì mattina con il risultato delle elezioni in UK: i conservatori di Boris Johnson hanno ottenuto una larga maggioranza. Molto probabile quindi la Brexit sarà, finalmente, attuata il 31 gennaio, con un periodo transitorio che durerà fino alla fine del 2020. Il successo dei conservatori conferma che l’intenzione del popolo britannico è ancora quella del referendum del 2016, ovvero l’uscita dall’Unione Europea. Per contro, però, si è avuta la conferma che Scozia e Irlanda del Nord osteggiano la Brexit e vorrebbero continuare a fare parte della UE. La legge prevede che entrambi i paesi possano chiedere a Johnson il via libera ad un nuovo referendum sull’indipendenza, dato che spetta al Governo di Londra autorizzare il voto. Si apre, pertanto, una fase delicata per la Gran Bretagna sia per la trattativa con la UE, circa l’intesa sui futuri rapporti fra i due blocchi, sia per il rischio di disgregazione del Regno Unito.

In settimana, inoltre, sono stati pubblicati una serie di dati macroeconomici in Cina: i prezzi al consumo, CPI, hanno toccato il massimo degli ultimi otto anni mentre quelli alla produzione, PPI, rimangono in territorio negativo, segnalando che a livello manifatturiero persistono i rischi derivanti dalla guerra commerciale. Bisogna osservare che la salita del CPI è da imputare soprattutto alla componente alimentare, in particolare ai prezzi della carne di maiale che sono saliti notevolmente per un problema di epidemia negli allevamenti. Positivi i dati relativi agli aggregati monetari, sui quali si sta trasmettendo la politica monetaria. Speriamo che il passaggio successivo sia legato ad un aumento dell’attività economica.

Souce: Bloomberg

In Europa segnaliamo la pubblicazione dello Zew tedesco, che batte le aspettative grazie alla componente coincidente. Ricordiamoci che si tratta di una survey dedicata ad analisti e operatori finanziari, pertanto tende ad essere influenzata dall’andamento dei mercati.

Infine, debutto positivo per l’IPO di Saudi Aramco, che in tre giorni di negoziazioni ha guadagnato quasi il 17%, raggiungendo una capitalizzazione di due mila miliardi di dollari. Consideriamo che il flottante è molto basso, circa 1.5%, e che la quotazione è limitata alla borsa saudita, pertanto, in larga parte in mano a istituzioni locali legate anche al governo.

La settimana si è chiusa in modo positivo per la maggior parte degli asset finanziari, con molti indici azionari sui massimi storici. Gli asset emergenti (equity, bond e valute) hanno sovra-performato grazie al miglioramento del sentiment e al marginale deprezzamento del dollaro americano. Bene anche gli asset UK, che hanno beneficiato dell’esito delle elezioni.

QUESTA SETTIMANA

Dopo una settimana, come quella appena trascorsa, ricca di eventi che hanno condizionato l’andamento dei mercati, quella che si apre oggi dovrebbe essere più tranquilla.

I dati pubblicati in Cina sono stati positivi e fanno ben sperare sul fatto che gli sforzi per fare ripartire la crescita stiano iniziando a funzionare: la produzione industriale è cresciuta del 6.2%, verso attese di +5% e dato precedente +4.7%, e le vendite al dettaglio sono salite dell’8%, verso attese di 7.6% e dato precedente di 7.2%.

Sempre questa mattina sono stati pubblicati in Europa i dati PMI preliminari di dicembre: in generale assistiamo ad un miglioramento di quelli relativi al settore dei servizi ma ad un peggioramento di quelli relativi al settore manifatturiero. Mercoledì in Germania verrà pubblicato l’IFO tedesco, le attese sono per un miglioramento del dato in entrambe le componenti, current assessment e expectations.

Souce: Bloomberg

Fra le banche centrali segnaliamo che giovedì ci sarà la riunione della BOJ, livello attuale dei tassi -0.10%, della Risksbank, banca centrale svedese, ci si attende un rialzo di 0.25% a 0%, e della BOE, banca centrale inglese, non sono attese variazioni del tasso che dovrebbe rimanere a 0.75%.

Infine, venerdì avremo terza stima del GDP US atteso salire a 2.1% nel 3Q.

Venerdì in Gran Bretagna i deputati cominceranno ad esaminare l’accordo di recesso concordato con la UE, che dovrebbe essere approvato in tempi brevi e senza intoppi. I passaggi successivi saranno i seguenti: entro il 31 gennaio il Regno Unito uscirà dall’Unione Europea, restandone “associato” fino al 31 dicembre con pieno accesso al mercato unico ma senza poter partecipare al processo decisionale comunitario. Durante questi mesi Londra e Bruxelles negozieranno l’intesa, che regolerà i rapporti fra i due blocchi. Entro il primo luglio, e solo per una volta, può essere chiesto di allungare il periodo di transizione per massimo due anni. L’obiettivo dell’Unione Europea è di raggiungere un accordo che preveda “zero quote, zero dazi, zero dumping”. Il rischio è che, in virtù del risultato elettorale, Johnson possa considerarsi legittimato a seguire una linea più dura, arrivando perfino ad una no-deal brexit; l’obiettivo sarebbe quello di ottenere, come promesso da Trump, un grande accordo commerciale con gli Stati Uniti.

La scorsa settimana sono cessate, o meglio sono state parzialmente superate, due grosse incertezze che pesavano sui mercati e la reazione immediata è stata molto forte. Nonostante i mercati azionari fossero sui massimi, la probabile risoluzione della Brexit con un accordo con la UE e un rilassamento delle tensioni fra Cina e Stati Uniti hanno dato un’ulteriore spinta agli indici azionari.

Le incertezze hanno pesato in due modi: 1) sull’economia, dato che hanno frenato gli investimenti e provocato un brusco rallentamento del settore manifatturiero; 2) sui mercati, perché nonostante le performance decisamente molto buone il 2019, fino ad ora, è definito come l’anno del bull-market meno “partecipato” dagli investitori. L’azione delle banche centrali, così come ha penalizzato la fine del 2018, ha rappresentato una grossa spinta sia per i mercati obbligazionari sia per i mercati azionari.

Come abbiamo sempre detto è ora opportuno che diminuiscano le incertezze, soprattutto legate al commercio mondiale, e riparta l’attività economica, in modo tale da generare gli utili necessari per il sostegno delle quotazioni azionarie. Le banche centrali continueranno ad essere espansive. In questo modo potremmo goderci l’ultima fase di un ciclo espansivo, che non sembra ancora giunto al capolinea.

Analisi dei mercati del 10.12.2019

E’ stata una settimana movimentata per i mercati, soprattutto a causa delle dichiarazioni di Trump. Il presidente USA ha prima annuncia il ripristino dei dazi sui metalli per Argentina e Brasile, accusati di avere valute troppo deboli, poi minaccia di imporne altri sulle merci francesi in risposta alla “digital tax”, istituita a luglio e considerata un danno elevato per le aziende americane, ed infine, dichiara che non ha alcuna scadenza in merito ai negoziati con la Cina, prorogabili anche dopo le elezioni presidenziali del 2020.

La Francia risponde a tono dichiarandosi pronta a reagire, mentre altri paesi, come l’Italia, temono le stesse misure. La Cina da un lato annuncia che pubblicherà a breve l’elenco delle “entità non affidabili”, che, come indicato a maggio, potrebbero subire sanzioni, poi, con più calma, dichiara che la prima fase dell’accordo potrebbe concludersi entro il 15 dicembre.

A tutto ciò si è aggiunto pure il leader nord-koreano Kim Jong Un, che pretende offerte migliori per la denuclearizzazione della penisola. Trump, ovviamente, non teme di dovere usare la forza in caso di escalation delle tensioni.

Venerdì il report sul mercato del lavoro americano, estremamente brillante, ha consentito agli indici azionari di recuperare e chiudere la settimana intorno alla parità.

Il Renminbi, la divisa cinese, ha dimostrato ancora una volta la sua funzione di barometro delle tensioni, indebolendosi a metà settimana per poi recuperare sul finale.

Fra i vari dati macroeconomici usciti in settimana, segnaliamo i PMI manifatturieri in miglioramento per diversi paesi, come Cina, Francia, Germania, UK, USA, e in leggero indebolimento per Italia, livello minimo da maggio. I PMI servizi, anche se in territorio di espansione, ovvero sopra 50, hanno mostrato un leggero indebolimento. In generale, si conferma una convergenza tra le due componenti degli indici di fiducia delle imprese. Ciò ha portato ad una stabilizzazione, leggero miglioramento, del dato aggregato. Come sintesi segnaliamo PMI composite per Eurozona che passa da 50.3 a 50.6 e per US che passa da 51.9 a 52.

Data source: Bloomberg

Gli occhi degli investitori erano puntati sul report relativo al mercato del lavoro americano pubblicato venerdì. I dati sono stati molto forti, con il tasso di disoccupazione tornato al minimo degli ultimi 50 anni, 3.5%, i nuovi occupati che salgono di 266.000 unità, sopra le aspettative di 180.000, e i salari orari che salgono del 3.1% anno su anno. In questo modo l’inflazione salariale dovrebbe continuare a sostenere i consumi.

Data source: Bloomberg

I factory orders tedeschi, invece, deludono le aspettative, scendendo del 5.5% anno su anno, contro le attese di -5%, così come la produzione industriale, -5.3% contro le attese di -4.5% anno su anno. L’attività industriale tedesca rimane debole e questo fattore potrebbe giocare a favore della proposta dell’SPD di un aumento degli investimenti pubblici pari all’1.3% del GDP, anche a costo di non rispettare la politica di pareggio del bilancio.

Positiva è la notizia proveniente dal Giappone circa il possibile pacchetto fiscale di 13 trillion di Yen, 120 miliardi di dollari, a sostegno dell’economia. A ottobre risulta che i consumi giapponesi si siano ridotti per la prima volta in quasi un anno, a causa dell’aumento delle imposte sulle vendite.

Christine Lagarde, davanti alla Commissione Affari Economici e Monetari del Parlamento Europeo, si è dichiarata determinata nel perseguire l’obiettivo di inflazione, come da mandato BCE, ma ha anche affermato che non può trascurare altri temi quali la crescita, l’occupazione, i mercati finanziari e i cambiamenti climatici. Ha pertanto deciso di effettuare una revisione, la prima dal 2003, degli obiettivi della Banca Centrale e degli strumenti a disposizione, indicando che i cambiamenti climatici avranno uno spazio importante. L’approccio delle imprese a questo tema dovrà essere considerato nel programma di acquisti dei titoli da parte della BCE, con l’obiettivo di eliminare, gradualmente, dal portafoglio i bond di imprese “carbon intensive”.

Fra le banche centrali riunitesi in settimana segnaliamo la Banca Centrale Australiana, che ha lasciato i tassi invariati al minimo storico di 0.75%, rimanendo aperta ad ulteriori tagli se necessario. La Bank of Canada, che ha lasciato i tassi invariati a 1.75%, intravedendo segnali di stabilizzazione della crescita nonostante le incertezze commerciali.

In Italia proseguono le tensioni all’interno del governo, soprattutto relativamente alla riforma del MES, fondo salva-stati, la cui firma è stata rimandata da dicembre al primo trimestre del 2020.

Moody’s, nel frattempo, ha alzato l’outlook per le banche italiane da “negativo” a “stabile”, grazie alla continua diminuzione dei crediti deteriorati, che comunque all’8% sono in media il doppio rispetto alla media europea, e alle migliori condizioni di finanziamento, minore spread e quindi minori costi che migliorano i ratio patrimoniali.

Durante il vertice OPEC di Vienna, la Russia e i Paesi produttori guidati dall’Arabia Saudita, hanno deciso di tagliare la produzione di ulteriori 500.000 barili al giorno nel primo trimestre del 2020. Qualche ministro ha chiesto un taglio maggiore, nel timore che la domanda debole possa essere ancor più debole e tale da generare un eccesso di offerta.

La settimana si è quindi conclusa con poche variazioni, nonostante la volatilità infrasettimanale: degno di nota il rialzo della sterlina inglese che beneficia dei sondaggi elettorali e che porta debolezza al listino azionari, a causa della composizione molto export-oriented. I rendimenti obbligazionari governativi sono leggermente saliti, soprattutto in Italia a causa delle tensioni governative.

QUESTA SETTIMANA

La settimana che è appena iniziata sarà molto importante, in quanto densa di eventi che potrebbero determinare le sorti dei mercati per il fine anno.

In tema di politiche monetarie segnaliamo le riunioni di tre banche centrali:

– mercoledì 11 dicembre si riunirà la Fed: i tassi non dovrebbero cambiare, nonostante le rinnovate pressioni di Trump, dall’attuale 1.75%, dopo il taglio di 25bps del mese scorso. Dovrebbe essere confermata la fase di pausa sui tassi votata a fine ottobre. La Fed ha tagliato tre volte i tassi nel 2019 e non intende muoverli ulteriormente, se non in presenza di un “material change” dell’economia;

– giovedi 12 dicembre toccherà alla BCE con la prima riunione presieduta da Christine Lagarde: attesi tassi invariati a 0% e tasso sui depositi a -0.50%. All’interno del board i nuovi candidati sembrano essere più rigidi sul tema dei tassi negativi, sottolineando come, andando avanti, gli effetti collaterali potrebbero controbilanciare quelli positivi. Verranno fornite le nuove stime di crescita e inflazione per l’Area Euro;

– sempre giovedì si riunirà anche la Swiss National Bank, che è attesa mantenere i tassi invariati al minimo storico di – 0.75%.

Giovedì 12 dicembre ci saranno le elezioni in UK per il rinnovo del Parlamento: i sondaggi sembrano essere a favore dei conservatori e questo rappresenterebbe il migliore scenario per gli asset finanziari britannici, in quanto permetterebbe una Brexit, come concordato con l’Unione Europea, a gennaio. Scenari alternativi, ovvero una vittoria dei laburisti o il cosiddetto “hung parliament”, senza una chiara maggioranza, sarebbero visti negativamente dai mercati perché prolungherebbero il clima di incertezza.

Domenica 15 dicembre dovrebbe entrare in vigore l’ultima tranche di dazi USA su prodotti cinesi, 15% su 160 miliardi. In questo modo, la totalità dell’import cinese sarebbe soggetta alle tariffe americane e si andrebbero a colpire proprio i beni più venduti durante la stagione natalizia, ovvero giocattoli e smartphone. La convinzione dei mercati è che i dazi verranno posticipati e si porterà a termine la fase uno dell’accordo. Ovviamente, in caso contrario, si entrerebbe in un momento molto incerto e volatile per i mercati e si tornerebbe a parlare di rischio recessione economica.

In settimana la Cina pubblicherà i dati su money supply, loans e inflazione CPI e PPI: si tratta di dati importanti che indicano quanto gli stimoli di politica monetaria si trasmettono alla massa di moneta in circolazione. Questi sono indispensabili per il recupero dell’attività economica.

Martedì in Germania verrà pubblicato lo ZEW, indice di fiducia sul futuro dell’economia tedesca. L’economia tedesca è fondamentale che esca dalla fase di stallo in cui si trova.

Infine, mercoledì partirà la quotazione di Saudi Aramco sulla borsa saudita, prezzo IPO fissato a 32 SAR, e l’OPEC pubblicherà l’Oil Market Report, che fornisce stime su domanda e produzione di petrolio.

Come ciclicamente succede, si torna a parlare di Eurobond per finanziare direttamente i governi e fare, finalmente, ripartire gli investimenti.

La consapevolezza che le banche non sono in grado di trasferire l’enorme liquidità al sistema e con i due nuovi vertici delle principali istituzioni europee, BCE e Unione Europea, allineate sul tema, gli Eurobond potrebbero essere realizzati e i proventi utilizzati laddove sono necessari. Si tratta di un tema su cui in Europa si dovrebbe riflettere.

Intanto le banche centrali continuano a regalare tempo al ciclo economico, evitando di fare temere rialzi dei tassi o restrizioni nei bilanci e lo spettro della recessione sembrerebbe lontano, almeno per gli Stati Uniti in virtù della forza dei dati usciti. Qualora anche gli eventi cardine della settimana, come la decisione sui dazi e elezioni UK, non dovessero regalare sorprese negative, potremmo godere di un’ulteriore fase positiva di un ciclo economico che ormai è il più lungo della storia, 11 anni. Ricordiamo che tale ciclo economico era dichiarato essere arrivato a fine corsa già tre anni fa. Questo dimostra come guardare alla storia e alle statistiche passate, sebbene sia corretto per fare analisi, rischia di essere fuorviante se non si è in grado di contestualizzare la fase che si sta vivendo cercando di capire le differenze rispetto al passato.

Analisi dei mercati del 03.12.2019

Con la scorsa settimana si è concluso un mese decisamente positivo per i “risky assets”: i mercati azionari hanno guadagnato circa il 3% mentre gli obbligazionari governativi sono scesi, con rendimenti saliti ovunque, soprattutto nella periferia europea. Il dollaro americano e la sterlina inglese hanno guadagnato più di un punto percentuale. Il dollaro si è apprezzato in virtù dei buoni dati macroeconomici mentre la sterlina per i sondaggi elettorali favorevoli.

Andando nello specifico, dell’ultima settimana segnaliamo il buon andamento degli indici americani, soprattutto il Russel 2000 con le small-cap che stanno recuperando rispetto alla big. La sterlina ha raggiunto il livello massimo degli ultimi sei mesi su attese di una vittoria dei conservatori alle prossime elezioni, che consentirà di realizzare il piano di uscita dall’Unione Europea, concordato tra Johnson e Bruxelles, evitando una no-deal Brexit.

Source: Bloomberg

Rimanendo in tema elettorale, negli Stati Uniti Michael Bloomberg ha ufficialmente annunciato la sua candidatura alle presidenziali americane, correndo tra le fila dei democratici. Ha dichiarato che non accetterà donazioni e rinuncerà allo stipendio se eletto. La notizia della sua candidatura è positiva perché riduce le possibilità di elezione dei due candidati meno “market friendly” ovvero la Warren e Sanders.

Negli Stati Uniti i dati macroeconomici confermano la forza dell’economia: il Pil del terzo trimestre, seconda stima, segna un miglioramento a 2.1%, da 1.9% della stima precedente. Continuano a crescere i consumi ad ottobre, con un +0.3% come da attese, e sorprendono positivamente gli ordini di beni durevoli, che erano attesi in calo e invece sono saliti di 0.6%. L’inflazione rimane sotto controllo con il PCE deflator, misura di inflazione preferita dalla FED, che sale di 1.3% ad ottobre, contro le attese di 1.4%. Anche secondo il Beige Book, ovvero il report che analizza i dati, raccolti fino a metà novembre per il prossimo meeting della FED, pubblicato mercoledì sera, l’economia mondiale continua a espandersi a ritmo “moderato”, in linea con il mese precedente, e sostenuto da consumi stabili o in leggero aumento.

Source: Bloomberg

Come anticipato la settimana scorsa, visto l’ampio consenso nel Congresso circa la questione di Hong Kong, il presidente Trump non si è potuto astenere dal firmare la legge “Hong Kong human rights and democracy act”. Lo ha però fatto, in modo astuto, il giorno prima della chiusura delle borse americane per le festività del Thanksgiving (forse per evitare un impatto immediato e lasciare un po’ di tempo ai mercati per digerirla?). Ovviamente, la mossa ha “irritato” Pechino che minaccia ritorsioni nel caso gli Stati Uniti continuino ad interferire sul tema della democrazia di Hong Kong.

Passando al nostro continente, segnaliamo che mercoledì 27 il Parlamento Europeo ha votato la fiducia alla nuova Commissione Europea, presieduta da Ursula Von der Leyen, che entrerà in carica il primo di dicembre. Nel discorso la Presidente ha citato le sfide che l’Europa dovrà affrontare, che vanno dalla rivoluzione digitale alla trasformazione climatica. Ha annunciato a breve un piano di mille miliardi di euro in un “Green New Deal”, con l’obiettivo di creare una politica industriale europea veramente federale e non data dalla somma delle singole politiche nazionali. Nella Commissione, per la prima volta, non ci sarà un rappresentante per ogni paese membro dato che il Regno Unito ha deciso di non essere rappresentato.

In Italia continua il dibattito sul MES (o ESM o “fondo salvastati”), con il Movimento 5 stelle che preme affinché vengano apportate delle modifiche alla riforma; il Ministro dell’Economia Roberto Gualtieri ritiene che il trattato verrà firmato, molto probabilmente, in febbraio e non ci sono, attualmente, le condizioni per riaprire il negoziato, anche perché sarebbe considerato negativo per l‘Italia non sottoscrivere la riforma.

A livello societario segnaliamo Unicredit che, dopo avere “dismesso” Pioneer, Pekao, Fineco e Mediobanca, si appresta a uscire dalla Turchia sciogliendo la joint venture con Koc Holding e cominciando a ridurre la partecipazione in Yapi ve Kredi Bankasi, dall’attuale 42%, al circa 30%. Attualmente, in base ai principi contabili prudenziali, Unicredit deve utilizzare, prima della svalutazione, una quantità importante di capitale regolamentare per la quota in Yapi. Una cessione del 20% di Yapi migliorerebbe il capital ratio di circa 60bps e consentirebbe a Mustier di avviare il piano di buyback che ha in mente da tempo.

Oggi la presidente della Banca Centrale Europea, Christine Lagarde, testimonierà davanti alla Commissione Affari Economici e Monetari del Parlamento Europeo. Come sempre, gli occhi sono puntati su possibili spunti relativi alla politica monetaria. In settimana si avranno due riunioni di banche centrali: martedì la Reserve Bank of Australia, con un’attesa di tassi invariati al minimo storico al 0.75%, e mercoledì la Bank of Canada, con tassi attesi invariati a 1.75%.

Sempre per testare lo stato dell’economia e valutare segnali di stabilizzazione o ripresa del ciclo, durante la settimana verranno pubblicati i dati sui PMI in vari paesi. Abbiamo iniziato con quelli cinesi, sia elaborati dall’agenzia pubblicache da quella privata Caixin: entrambi segnalano un deciso miglioramento dell’attività economica, con la componente “new export orders” che sale al livello più alto degli ultimi sette mesi, rimanendo tuttavia in contrazione a 48.8, e la componente manifatturiera che si riporta in territorio di leggera espansione.

In leggero miglioramento anche gli indici di fiducia dei paesi europei per il mese di novembre: il dato aggregato manifatturiero passa da 46.6 a 46.9. A livello geografico il dato italiano è debole a 47.6, mentre si conferma forte quello francese a 51.7. La Germania, piano piano e restando in territorio di contrazione, risale a 47.6.

Il PMI manifatturiero americano, atteso stabile a 52.2, e l’ISM a 48.1.

QUESTA SETTIMANA

In Europa martedì si riunirà l’Ecogruppo per discutere della riforma del MES e dell’unione bancaria mentre mercoledì i ministri delle finanze dell’Area Euro si incontreranno a Bruxelles.

Giovedì verrà pubblicato il dato sul PIL dell’Area Euro e i Factory orders in Germania.

Venerdì la settimana si concluderà con il report sul mercato del lavoro americano: il tasso di disoccupazione è stimato stabile a 3.6% mentre è attesa una crescita dei nonfarm payrolls (libri paga).

Giovedì partirà la due giorni di meeting OPEC a Vienna. Il mercato petrolifero è stimato andare in surplus durante il 2020 ma non necessariamente questo comporterà un taglio della produzione. Ci si aspetta solo una breve proroga, da marzo a giugno, degli attuali tagli. Sempre giovedì verrà fissato il prezzo dell’IPO di Saudi Aramco. L’obiettivo del governo saudita è di raccogliere più di 25 miliardi di dollari attraverso la vendita di una quota dell’1.5% del più grosso produttore al mondo di petrolio, valutato tra 1.6 e 1.7 trillions USD.

Si avvicina la data del 12 dicembre, che prevede l’introduzione dei nuovi dazi americani sui beni cinesi, e rimane quindi estremamente importante monitorare gli sviluppi sul fronte USA-Cina.

Il paradosso dei tassi negativi, oltre ai risvolti negativi per le banche, le assicurazioni e i clienti, scatena considerazioni di più alto livello per le implicazioni che crea sulle generazioni future. Gli Stati che emettono obbligazioni a rendimento negativo generalmente ad un prezzo sopra la pari, pagando la cedola, più o meno alta, e rimborsano a 100 dopo un certo numero di anni: il risultato è un profitto di emissione che confluisce nel bilancio pubblico invece di essere diluito nel tempo. Maggiore è la cedola, maggiore è il profitto immediato, in quanto il prezzo di emissione sarà molto sopra la pari. Si tratta un tema che dovrebbe essere più attentamente considerato, dato che danneggia le generazioni future. Si stima che in questo modo la Germania sia in grado di “gonfiare” il bilancio statale di 7.5 miliardi di euro, avendo la curva con rendimenti negativi fino a oltre 20 anni. L’unica eccezione è l’Austria che preferisce contabilizzare, correttamente, gli utili su più esercizi.

Inizia ora l’ultimo mese dell’anno e mentre i mercati azionari continuano a prezzare una crescita, seppur modesta, dell’economia, quelli obbligazionari prezzano una recessione, anche se in misura minore rispetto ad un paio di mesi fa. La verità è che, come sottolinea Barclays nel suo outlook 2020, nonostante il rally azionario, il 2019 non si può definire un anno da “bull market”. Il sentiment degli investitori non è euforico e i rendimenti obbligazionari sono estremamente bassi.

Il posizionamento, la migliore valutazione relativa ai bond e la stima di una ripresa degli utili sono i principali elementi a supporto all’asset-class azionaria anche in questa ultima parte dell’anno. Il cauto atteggiamento degli investitori potrebbe anche essere legato al timore che si possa ripetere il crollo dei mercati che ha caratterizzato l’ultimo mese del 2018.

Questo è il periodo in cui tutte le case di investimento e di asset management si apprestano a fornire il proprio outlook per il 2020: in generale, come dall’esempio citato di Barclays, si predilige l’azionario e qualche nicchia di obbligazionario (es. paesi emergenti).

Le considerazioni a supporto dell’equity, oltre alla mancanza di alternative profittevoli e convenienti, è rappresentato da uno scenario non di recessione ma di crescita, modesta, supportata da una politica monetaria che rimane espansiva e da una politica fiscale che deve esserlo. Su quest’ultimo punto il grande ostacolo, in Europa, è rappresentato dalla Germania, tuttavia, si parla sempre di più di “green new deal” e del fatto che la più ampia presenza di partiti “verdi” e la maggiore sensibilità alle tematiche ambientali rende possibili e più probabili investimenti di questo tipo. La BEI ha, recentemente, deciso di non finanziare più investimenti “energivori”; inoltre, le due donne alla guida delle due principali istituzioni europee, la tedesca Ursula Von der Leyen, Presidente della nuova Commissione Europea, e la francese Christine Lagarde, Presidente della BCE, spingono in questa direzione. Speriamo.

Analisi dei mercati del 01.10.2019

Dopo un periodo dominato dalle notizie sulle Banche Centrali questa settimana la protagonista del newsflow è stata la politica.

Partiamo con la Gran Bretagna dove la Corte Suprema ha definito “contraria alla legge” la mossa di Boris Johnson di chiedere e ottenere dalla regina la sospensione dei lavori del Parlamento per cinque settimane a partire dal 10 settembre. L’illegalità è legata al fatto che si è impedito al Parlamento di svolgere la sua funzione costituzionale senza giustificazioni ragionevoli. Rendendosi conto che, ormai, sarà difficile arrivare ad un accordo con la UE, come richiesto dal Parlamento, e, quindi, occorrerà chiedere un rinvio, Johnson dichiara che occorre andare a nuove elezioni al più presto. Effettivamente, per evitare di chiedere il rinvio della Brexit il Premier può solo dare le dimissioni e sperare in nuove elezioni.

Negli Stati Uniti, invece, si è cominciato a parlare di impeachment contro il Presidente: la causa sarebbe da attribuirsi al rifiuto, da parte di Trump, di rispondere alle domande di chiarimento, da parte del Congresso, circa la sua richiesta al presidente ucraino Volodymyr Zelenskiy di indagare sull’ex vice-presidente e attuale candidato democratico Joe Biden. Trump è quindi accusato di avere abusato del suo potere, sollecitando l’aiuto di un Paese straniero al fine di mettere in cattiva luce lo sfidante democratico.

Ovviamente dalla richiesta di impeachment alla condanna i passaggi sono tanti e richiedono tempo; occorrono, infatti, 2/3 passaggi del Senato, dove i repubblicani hanno ancora la maggioranza. Quello che però ha spaventato i mercati è la possibilità di un rinvio dei negoziati. La Cina potrebbe tirare per le lunghe la questione, con l’obiettivo di dialogare con un possibile nuovo Presidente e ottenere un risultato più favorevole.

L’incontro fra il Vicepremier cinese e i rappresentanti americani a Washington è previsto per il 10 ottobre. Durante la settimana passata si sono intervallate diverse dichiarazioni di Trump e della controparte cinese molto altalenanti: da un lato, le aziende cinesi si dichiarano pronte ad aumentare gli acquisti di carne di maiale dagli Stati Uniti, dall’altro Trump continua a puntare il dito sul tema della proprietà intellettuale, poi però dichiara che l’accordo potrebbe essere fatto prima del previsto.

Venerdì Bloomberg ha pubblicato la notizia secondo cui funzionari dell’amministrazione Trump stanno valutando il delisting di società cinesi dai mercati USA e limiti ai flussi di investimenti statunitensi verso la Cina. La situazione rimane quindi estremamente fluida e gli algo-trades creano una volatilità non certo favorevole.

Dall’assemblea ONU Trump ha sollecitato le altre Nazioni a unirsi a lui per esercitare pressioni sull’Iran dopo gli attacchi agli impianti petroliferi sauditi. Nel frattempo, gli Stati Uniti aumentano la pressione su Teheran sanzionando le società cinesi per avere ricevuto petrolio iraniano.

Il prezzo del petrolio torna ai livelli pre-attacco ai pozzi sauditi sulla notizia che le riparazioni procedono velocemente e le scorte di greggio negli Stati Uniti sono aumentate. Oggi il principe ereditario saudita, in un’intervista, avverte che i prezzi potrebbero impennarsi con “numeri inconcepibilmente alti” se il Mondo non si unirà per fermare l’Iran.

In Austria, nel fine settimana, si sono tenute le elezioni anticipate che hanno portato il Partito Popolare ad avere il 37% dei voti e i Verdi al 14%. Anche in questo caso non sarà facilissimo formare un governo.

Tornando in tema, invece, di Banche Centrali, Draghi, durante l’audizione (l’ultima prima della fine del mandato) davanti al Parlamento Europeo conferma che l’economia è debole e non ci sono convincenti segnali di ripresa. Tale debolezza contribuisce a mantenere l’inflazione persistentemente sotto i livelli target. Pertanto, la politica monetaria deve rimanere molto accomodante e pronta ad utilizzare tutti gli strumenti che non hanno esaurito l’efficacia ma che sarebbero più efficienti e rapidi nell’azione qualora fossero affiancati da un’adeguata politica fiscale; inoltre, le regole di bilancio andrebbero rivisitate per evitare un’applicazione pro-ciclica, implicitamente si esortano i paesi con “spazi nei bilanci” ad implementare manovre a favore degli investimenti e dei consumi. Vedremo la futura governatrice Lagarde se saprà/vorrà creare un maggiore legame tra politica monetaria e fiscale. Ha, anche, accennato anche alla possibilità di attuare la MMT (Modern Monetary Theory) pur ammettendo che dovrebbe essere compito della politica fiscale redistribuire le risorse.

Nella BCE fanno discutere le dimissioni di Sabine Lautenschlaeger: si tratta del quarto membro tedesco dimissionario negli ultimi anni, la cui decisione viene vista come segnale di dissenso rispetto alle misure di stimolo adottate da Francoforte. La Germania intende mantenere la rappresentanza nel board dell’esecutivo e quindi a breve comunicherà il sostituto.

Da un punto di vista macro, in settimana abbiamo avuto una serie di dati che confermano un quadro di generalizzata debolezza, ma con una forza relativa, di Stati Uniti verso Europa, che spinge l’Euro ad indebolirsi ulteriormente.

Dalla Germania, dopo i deludenti dati sui PMI, anche la pubblicazione dell’IFO delude le aspettative nella componente “attese future di business”.

Anche in Giappone i dati sui PMI escono in deterioramento a 48.9 rispetto al 49.3 di agosto.

In US viene pubblicata la terza revisione del PIL del secondo trimestre che conferma la crescita a +2% con i consumi che continuano a fare da traino per l’economia.

In Cina la pubblicazione del Beige Book evidenzia come l’economia cinese stia rallentando soprattutto a causa della produzione.

Per tornare al tema di sostenibilità, è di venerdì la notizia che la Banca dei Regolamenti Internazionali ha annunciato la costituzione di un fondo aperto per le Banche Centrali dedicato agli investimenti in green bond. Anche la prossima presidente della BCE Christine Lagarde aveva annunciato che la Banca Centrale avrebbe aumentato gli acquisti sui green bond. Il fondo sarà denominato in dollari e strutturato secondo la legge svizzera. I bond acquistabili dovranno avere un rating minimo di A- e rispettare i principi dell’Associazione del Mercato dei Capitali per i green bond o i Climate Bond Standard.

L’incertezza generata dalle tensioni politiche a livello internazionale che ha caratterizzato la settimana ha determinato una correzione dei principali indici azionari e dei segmenti obbligazionari a maggiore rischio, High Yield ed Emergenti. Per contro le valute rifugio rappresentate da Yen giapponese e Franco svizzero si sono apprezzate contro Euro così come il Dollaro Americano che ha, in parte, beneficiato anche delle tensioni sul mercato monetario. Rendimenti governativi ancora in riduzione.

QUESTA SETTIMANA

In Cina sono stati pubblicati i dati PMI relativi al mese di settembre: l’attività manifatturiera è risultata in contrazione per il quinto mese consecutivo (anche se in leggero miglioramento: 49.8 rispetto a 49.5 di agosto) mentre il settore dei servizi rimane in area di espansione ma ad un livello di poco inferiore rispetto a quello di agosto (53.7 vs 53.8). Da notare come il medesimo indicatore, calcolato da Caixin (più rivolto al settore privato e alle piccole/medie imprese), mostri un miglioramento per il settore manifatturiero da 50.4 a 51.4.

Sempre in Cina, martedì 1 ottobre, si terrà il Congresso del Partito che festeggerà il settantesimo anniversario della fondazione della Repubblica Popolare Cinese. Per l’occasione i mercati finanziari locali saranno chiusi per 7 giorni.

Il prossimo fine settimana parte il nuovo round di negoziati a Washington durante il quale si discuterà di scambi commerciali e proprietà intellettuale.

In Italia è in corso la discussione per cercare un’intesa di governo sul NADEF (nota di Aggiornamento del Documento di Economia e Finanza) necessario per la stesura della Legge di Bilancio: occorre trovare i fondi per evitare gli aumenti selettivi dell’Iva senza fare salire il rapporto deficit/Pil sopra il 2.2%.

Sia in Europa che negli Stati uniti verranno pubblicati i dati definitivi sulla fiducia delle imprese. Venerdì avremo la pubblicazione dei dati sul mercato del lavoro americano.

Analisi dei mercati del 30.07.2019

L’evento più atteso della settimana è stato sicuramente la riunione della BCE e lo si è notato dal comportamento dei mercati: dopo l’iniziale reazione positiva al comunicato della BCE durante la sessione di Q&A, l’entusiasmo è calato man mano e ha lascito spazio alle prese di profitto. La BCE si è dichiarata aperta ad un eventuale taglio dei tassi nel breve termine e ha fatto capire che avrebbe utilizzato tutti gli strumenti a disposizione per riportare l’inflazione al target del 2%. Tuttavia, la mancanza di dettagli sul piano di azione, la non unanimità nelle decisioni e il sottolineare gli aspetti positivi del quadro macro, come l’occupazione e la domanda interna, hanno preoccupato i mercati, sia azionari che obbligazionari, che ne hanno risentito negativamente.

Draghi ha più volte sottolineato come le prospettive economiche dell’Eurozona, soprattutto nel settore manifatturiero, abbiano portato la BCE ad adottare un approccio ultra-espansivo. Il settore manifatturiero sta soffrendo e, a causa dell’integrazione delle economie, la debolezza si trasferisce dai paesi più forti a quelli meno forti.

Una conferma delle parole di Draghi è venuta dai dati PMI della zona Euro usciti questa settimana, che sono stati abbastanza deludenti soprattutto per la parte manifatturiera e per l’economia tedesca. Il dato composite aggregato si attesta a 51.5, in calo di 0.7, mentre quello manifatturiero arriva a 46.4, livello più basso degli ultimi 6 anni. La debolezza dell’economia tedesca è stata anche confermata dalla pubblicazione dell’IFO, anch’esso deludente. In generale, la componente servizi degli indicatori di sentiment tiene abbastanza bene, permettendo all’attività economica di rimanere in una fase di espansione.

Anche negli Stati Uniti assistiamo alla divaricazione tra manifattura, in calo a 50, e servizi, 52.2, in rialzo di 0.7.

La pubblicazione del PIL americano, per il secondo trimestre 2019, sorprende in positivo le aspettative e si attesta a 2.1% contro le attese di 1.8%. Il dato è positivo grazie ai consumi, che sono cresciuti del 4.3%, e alla spesa pubblica. Meno forti, invece, gli investimenti e il canale estero. L’aspetto apprezzato dai mercati è rappresentato dal fatto che la sorpresa positiva sulla crescita non è stata accompagnata da una maggiore inflazione, infatti il dato sul PCE core previsto si è attestato a 1.8%. Il Personal Consumption Expenditure misura il cambiamento dei prezzo dei beni e servizi, acquistati per i consumi ed è l’indicatore dell’andamento dell’inflazione preferito dalla FED.

Source: Bloomberg

Il Fondo Monetario Internazionale ha pubblicato il World Economic Outlook nel quale ha abbassato marginalmente le stime di crescita rispetto a quelle di aprile, portando il dato sulla crescita globale al 3.2% per il 2019 e al 3.5% quella per il 2020. Rispetto alle stime di aprile vi è un – 0.1%. Le cause della revisione al ribasso sono da ricercarsi nelle tensioni commerciali tra Cina e Stati Uniti, nei timori per la disarticolazione delle catene di fornitura globali e nei rischi geopolitici, soprattutto relativi all’Iran. A livello di singolo paese, gli Stati Uniti vedono una accelerazione inattesa per il 2019, grazie a export e scorte, ma nel 2020, anche qui, la crescita è vista in calo a 1.9%.

Souce: World Economic Outlook, July 2019

Sul fronte dei negoziati commerciali le buone notizie sono giunte dall’incontro tra Trump e i CEO dei principali fornitori di Huawei, ovvero Cisco, Intel, Micron, Google e Broadcom. L’incontro era finalizzato sia ad una ripresa degli scambi con il produttore asiatico sia dall’annuncio di un possibile incontro in Cina al quale presenzierebbero Mnuchin e Lightizerm.

Il presidente Trump ed il Congresso americano, nella persona di Nancy Pelosi, hanno raggiungo un accordo volto a sospendere i limiti di spesa pubblica per i prossimi due anni a vantaggio degli investimenti statali. La decisione potrebbe portare il deficit americano annuo a superare i mille miliardi di dollari.

La reporting season americana prosegue abbastanza bene, con il 44% delle società che ha riportato la crescita aggregata degli utili e delle vendite. Il dato è superiore al 4% e rispetto attese degli analisti.

Come atteso, in UK Boris Johnson è diventato il nuovo leader dei Conservatori e, in quanto tale, automaticamente diventa premier dell’esecutivo. Ha ribadito l’intenzione di uscire dall’Unione Europea il 31 ottobre “con o senza accordo”. La situazione politica britannica rimane complicata, dato che dopo la nomina del nuovo premier, quattro ministri hanno già annunciato le dimissioni e, considerata la maggioranza risicata in Parlamento, non sarà semplice fare passare dei provvedimenti. Si rischierebbe di andare a nuove elezioni, qualora dei Conservatori passassero all’opposizione in caso di mancato accordo per la Brexit.

Sempre in ambito politico, in Spagna, il leader socialista Pedro Sanchez non è stato riconfermato premier e si rischia così di andare a nuove elezioni. Sarebbero le quarte in quattro anni.

Nel complesso la settimana si è conclusa con mercati azionari positivi, soprattutto quelli americani, i mercati obbligazionari governativi si sono mossi poco mentre sono marginalmente saliti quelli a spread.

QUESTA SETTIMANA

A Shanghai la delegazione americana, con Robert Lighthizer in qualità di US Trade Representative, incontrerà quella cinese. Si tratta del primo incontro faccia a faccia dopo maggio e attenderemo che novità ci saranno in termini di trade war.

Mercoledì 31 luglio si riunirà il FOMC. Le attese del mercato sono per un taglio certo di 25bps. Considerato il buono stato dell’economia, che registra una crescita sopra il potenziale e un mercato del lavoro al pieno impiego, si tratterebbe di uno stimolo monetario a scopo preventivo. Il taglio preventivo sarebbe legato, da un lato, all’impatto sulla domanda globale delle tensioni commerciali, dall’altro all’obiettivo simmetrico di inflazione, ovvero di inflazione tollerata sopra il 2% per un certo periodo di tempo.

Souce: Bloomberg
In giallo la probabilità di taglio dei tassi di 25 bps
In azzurro la probabilità di taglio dei tassi di 50 bps
In rosa la probabilità di nessun taglio

Sempre in ambito di banche centrali il 30 luglio si riunirà anche la Bank of Japan, con le attese che sono per tassi invariati a -0.1%, mentre la Bank of England si esprimerà giovedì 1 agosto, con attese di invariati allo 0.75%.

Mercoledì 31 luglio verrà pubblicato il dato del GDP per l’area Euro relativo al secondo trimestre: ci si attende una crescita dell’1%, da 1.2% precedente.

Source: Bllomberg
Rigo 33) GDP Seasonally Adjusted

Venerdì 2 agosto, in USA, vedremo la pubblicazione dei dati sul mercato del lavoro.

Fra le principali società che pubblicheranno i dati questa settimana avremo Apple, martedì 30 nell’after market, General Motors, giovedì 1 agosto, e General Electrics, giovedì 1 agosto prima dell’apertura.

Analisi dei mercati del 9.07.2019

La settimana appena trascorsa è stata complessivamente positiva per i mercati finanziari: le distensioni, almeno temporanee, sul fronte commerciale hanno consentito agli indici azionari di proseguire nel trend rialzista in atto da giugno, mentre i mercati obbligazionari hanno continuato a beneficiare delle aspettative favorevoli circa l’atteggiamento accomodante delle banche centrali che ha portato un ulteriore generale ribasso dei rendimenti.

I dai sui PMI usciti in settimana, danno un quadro di generale debolezza. Il dato aggregato globale sul PMI manifatturiero è passato sotto la soglia del 50, quindi in contrazione per la prima volta dal 2016, 49.4 a Giugno rispetto a 50.1 a Maggio. La causa principale è da ricercarsi nella trade-war e nell’impatto che sta avendo sulla crescita globale. C’è da considerare, però, che i dati sono stati raccolti prima del G20 di Davos.

In Europa questa debolezza, unitamente alla convinzione diffusa che una procedura di infrazione per debito contro l’Italia non sarebbe stata avviata, ha portato ad un generale e forte calo dei rendimenti governativi durante la settimana.

Facciamo notare che la Svizzera ha ormai tutta la curva in territorio negativo e il bond a 30 anni, in settimana, è arrivato a toccare -0.10% di rendimento.

L’Italia spicca per l’ottima performance del BTP: sono tornati, in termini di rendimento, intorno ai livelli precedenti alle elezioni del 2018. Secondo le stime di Intesa SanPaolo, un calo permanente di 100 bps dei rendimenti su tutte le scadenze, consentirebbe all’Italia di risparmiare 2 miliardi sul primo anno e 4.9 miliardi sul secondo anno, facilitando le emissioni di circa 180 miliardi di BTP e BOT entro la fine dell’anno.

Finalmente in Europa si è arrivati alla nomina dei vertici delle istituzioni comunitarie: la tedesca Ursula von der Leyen diventerà il nuovo presidente della Commissione Europea mentre la francese Christine Lagarde, dal Fondo Monetario Internazionale, si sposterà alla BCE. Per il Consiglio Europeo è stato nominato il belga Charles Michel mentre al Parlamento Europeo l’italiano David Sassoli.

Christine Lagarde è percepita dal mercato come “colomba” al contrario del tedesco Weidmann ritenuto decisamente un “falco”, avendo spesso criticato la posizione troppo accomodante di Mario Draghi.

Dopo la tregua con la Cina, almeno temporanea, Trump ha spostato il mirino ed è tornato a puntare il dito contro l’Europa. Il tema principale e la disparità di trattamento tra Boeing e Airbus. Secondo Radiocor, alcuni prodotti verranno assoggettati ai dazi: si tratta di formaggi, caffè, whiskey, tubi in ghisa.

L’Opec+, come atteso, estende di 9 mesi la limitazione della produzione di petrolio.

La Banca Centrale Australiana ha tagliato il tasso di riferimento della politica monetaria di 25 bps all’1%, livello in assoluto più basso nella storia. Anche in questo caso l’inflazione debole permette alla Reserve Bank of Australia di aggiustare la propria politica monetaria in base alle esigenze dell’economia per cercare di supportarne una crescita sostenibile.

A Dalian, nel nord-est della Cina, si è tenuto, dall’1 al 3 di luglio l’Annual Meeting del World Economic Forum, detto anche Summer Davos Forum. È stato interessante il discorso del premier cinese Li Keqiang, che ha confermato il target di crescita al 6-6.5% per questo anno. La politica monetaria, attraverso taglio dei coefficienti di riserva obbligatoria, e quella fiscale, attraverso taglio di tasse, supporteranno la crescita delle piccole imprese. Si sta cercando di evitare di ricorrere a stimoli massicci che gonfierebbero troppo il credito e creerebbero bolle. Si ribadisce l’impegno di aprire il settore finanziario agli investimenti stranieri e si esclude di ricorrere alla svalutazione del renmimbi come strumento di competizione.

Negli Stati Uniti i dati sul mercato del lavoro sono decisamente forti se si guarda al numero di nuovi occupati. Il tasso di disoccupazione sale leggermente, da 3.6% a 3.7% ma rimane a livelli storicamente molto bassi. Il dato sui salari registra un incremento di 3.1% come il mese precedente.

QUESTA SETTIMANA

Negli Stati Uniti inizia la reporting season e sarà importante per due motivi: valutare l’impatto della trade war e vedere la reazione del mercato allo stop dei buy-back. Il consenso di mercato è per un calo dell’EPS pari all’1% anno su anno. Dovesse verificarsi questa previsione, si tratterebbe del primo calo di EPS anno su anno dal 2016. Vale la pena ricordare che il consenso si attendeva un calo anche nel primo trimestre del 2019, atteso -2%, ma il risultato definitivo è stata una crescita del 2% grazie soprattutto all’effetto fiscale.

Giovedì 11 luglio avremo la testimonianza semestrale in Senato del Governatore della Fed Powell, sempre importante per trarre indicazioni sulle intenzioni della Banca Centrale.

Venerdì 12 luglio ci sarà la prima revisione del rating per l’Italia da parte dell’agenzia DBRS, che a gennaio aveva confermato il rating a BBB.

Analisi dei mercati del 02.07.2019

Quella appena conclusa è stata una settimana interlocutoria per i mercati, che si sono mossi, principalmente, sulla base del news-flow relative all’incontro tra Cina e Stati Uniti. L’indice globale dei mercati azionari è rimasto sostanzialmente invariato mentre i mercati obbligazionari hanno segnato un’ulteriore riduzione dei rendimenti.

L’attenzione degli investitori è stata focalizzata sull’incontro tra Xi Jinping e Trump al G-20 di Osaka, dove i due presidenti hanno deciso di riprendere le negoziazioni. Anche se non sono stati dati dettagli sulle tempistiche per la conclusione degli stessi, è stato concesso alle aziende americane di tornare a rifornire Huawei ma per un periodo di tempo limitato e solo per alcuni prodotti. Il presidente Trump ha poi ascoltato le richieste delle aziende americane e ha deciso di non aumentare le tariffe sui restanti 300 miliardi di merci cinesi.

Sebbene non si sia raggiunto un accordo definitivo, le aspettative del mercato erano talmente basse che la ripresa dei negoziati potrebbe essere interpretata positivamente.

Trump, a sorpresa, ha voluto incontrare anche il presidente nord-koreano Kim Jong-un, oltrepassando il confine segnalato dal 38° parallelo. È la prima volta che un Presidente americano entra in Korea del Nord e, così facendo, si è manifestata la volontà di riprendere le trattative per la de-nuclearizzazione della penisola e l’eventuale rimozione delle sanzioni.

Durante la settimana Trump è tornato ad attaccare Powell, sostenendo che il rialzo dei tassi nel 2018 è stato fuori luogo e che è necessario un taglio. Ha dichiarato che Draghi sarebbe stato più adatto di Powell e che quest’ultimo potrebbe addirittura essere rimosso dal suo incarico.

Powell, dal canto suo, ha difeso l’indipendenza della banca centrale dal Presidente Trump e dai mercati finanziari. Ha dichiarando che non è opportuno iper-reagire nel breve termine, facendo presagire un’esclusione del taglio di 50 bps a luglio, e che, in caso di necessità, c’è spazio per un ulteriore QE.

E’ significativo che anche il Presidente della Fed di St. Louis, James Bullard, ritenuto fra i membri “colomba” della Fed, ha dichiarato che il taglio dei tassi a luglio è molto probabile ma non necessariamente deve essere di 50 bps. Ad oggi, per il meeting di fine luglio, il mercato sconta un taglio certo di 25bps e uno possibile di 50bps.

Da Bruxelles arrivano notizie più concilianti sul tema procedura di infrazione per debito contro l’Italia: la Commissione Europea, in caso di avvio della procedura, è orientata a proporre una scadenza di 6 mesi, invece dei tre previsti, per dare più tempo al governo italiano di pensare a misure correttive. Si andrebbe quindi a gennaio 2020.

Dalla Germania, l’indicatore di fiducia delle imprese, IFO, è calato a 97,4. Ciò ha confermato la debolezza dell’economia tedesca che era emersa dai dati PMI. Che il settore manifatturiero non sia in particolare forma lo conferma anche il profit warning di Daimler, terzo consecutivo, che paga il prezzo per il tema delle emissioni diesel.

In Inghilterra, i due candidati al ruolo di premier britannico e leader del Partito Conservatore sono Boris Johnson, il grande favorito che ribadisce che il 31 ottobre la Brexit ci sarà con o senza accordo, e Jeremy Hunt, che invece non esclude un breve rinvio per evitare un no-deal, in modo da attuare la Brexit con il sostegno del parlamento.

Il generale basso livello dei rendimenti governativi e il recente annuncio di Libra, la crypto-valuta di Facebook, hanno fatto tornare l’interesse per il Bitcoin, che in settimana ha superato il livello di 12 mila dollari toccato l’ultima volta a inizio 2018. Alcuni investitori cominciano a ritenere che possa essere considerato, nonostante la volatilità, una sorta di “oro digitale” e quindi un bene rifugio moderno.

L’oro “tradizionale” in settimana ha superato in settimana, a causa dei timori per una trade-war, il livello di 1400 dollari/oncia.

QUESTA SETTIMANA

Questa settimana avremo il meeting OPEC+, il segno (+) significa che è compresa la Russia che non è membro OPEC. Si attende, come pre-annunciato al G20 di Osaka da Putin, una proroga degli accordi che limitano l’offerta fino a marzo 2020. Il petrolio WTI, attualmente, è quotato intorno a 60 dollari al barile, dopo avere sfiorato i 50 dollari all’inizio di giugno sui timori di recessione.

Il 2 luglio la Commissione Europea si esprimerà sull’avvio della procedura di infrazione. L’8 e 9 luglio sarà l’Eco-Fin che deciderà definitivamente: in caso di avvio e della concessione dei sei mesi per sistemare i conti, si arriverebbe a gennaio 2020 con una nuova legge di bilancio e una nuova commissione.

A Bruxelles proseguono le negoziazioni per la nomina dei nuovi vertici delle istituzioni europee, cominciando dal successore di Tajani alla Presidenza del Parlamento Europeo, per proseguire con il successore di Juncker alla Commissione Europea e di Draghi alla BCE e il Presidente del Vonsiglio Europeo.

Negli Stati Uniti sarà importante la pubblicazione dei dati relativi all’ISM manifatturiero e quelli relativi al mercato del lavoro, entrambi per il mese di giugno. In Europa sono attesi i dati sui PMI finali di giugno.

L’andamento positivo del mese di giugno ha consentito ai mercati azionari, in aggregato, di recuperare le perdite di maggio, portando a circa +17%, in base all’indice MSCI World, il rialzo del semestre. Bene anche il comparto obbligazionario, sia governativo che a spread, i cui rendimenti sono scesi a livelli decisamente bassi: il guadagno total return, ovvero in conto capitale sommando le cedole, dell’indice Barclays Euro aggregate Government è pari al 5.70% nel primo semestre dell’anno.

A conferma della situazione di repressione finanziaria sul mercato obbligazionario vale la pena segnalare il bond della Repubblica austriaca con scadenza 2117, ovvero a 98 anni, che ha guadagnato più del 30% da inizio anno ed ora rende circa l’1.15%.

Siamo quindi in presenza di mercati azionari mediamente sui massimi, rendimenti obbligazionari in alcuni casi sui minimi storici. I beni rifugio come l’oro, invece, sono vicini ai massimi relativi degli ultimi 6 anni. La quota di liquidità nei portafogli degli investitori è molto elevata, visti i rendimenti troppo bassi, se non negativi, delle obbligazioni risk-free e i timori circa l’avvicinarsi della fine del ciclo economico.

Fondamentalmente ci troviamo in un nuovo paradigma non contemplato dai libri di testo classici e quindi gli investitori faticano a capire come è meglio muoversi: l’inflazione è bassa e stenta a decollare nonostante politiche monetarie estremamente accomodanti. I tassi di interesse, quindi, non salgono e gli asset rischiosi possono beneficiarne. Quanto durerà questo scenario non è facile dirlo.