Analisi dei mercati del 09.11.2020

INDICI DI MERCATO

COMMENTO ULTIMA SETTIMANA

Settimana in balia del risultato elettorale che è arrivato, ufficialmente, solo nel fine settimana: Biden è il nuovo presidente americano e, per la prima volta, la vicepresidente sarà una donna: Kamala Harris. Trump minaccia azioni legali (in teoria è possibile un riconteggio fino all’8 dicembre) e sembra che non abbia fatto ancora la consueta e rituale telefonata al vincitore come prevede la prassi per il passaggio ufficiale del testimone. Il Congresso sembrerebbe rimanere spaccato con la Camera in mano ai Democratici e il Senato ai Repubblicani, l’uso del condizionale è dovuto al fatto che in Georgia a gennaio è previsto il ballottaggio quindi la reale e definitiva composizione la avremo solo l’anno prossimo, ma si stima che, nel peggiore dei casi, si dovrebbe arrivare ad una situazione di parità con la vicepresidente democratica a fare da ago della bilancia.

Nonostante non ci sia stata la tanto attesa “blue wave” la reazione del mercato è stata molto positiva con l’azionario in grande spolvero e l’obbligazionario che vede una generalizzata discesa dei rendimenti governativi.

Il mercato obbligazionario governativo americano, in particolare, ha visto notevoli oscillazioni: la probabile e ampia vittoria di Biden aveva portato ad un aumento considerevole dei rendimenti sulle scadenze più lunghe, in relazione alla maggiore spesa fiscale che si prospettava, poi il ridimensionamento dei margini di vittoria e l’ipotesi di un Congresso spaccato ha portato i rendimenti a livelli medi precedenti. Nel comparto azionario la tecnologia (Nasdaq) ha reagito decisamente bene al minore rischio regolamentare legato ad una non schiacciante vittoria democratica.

L’appuntamento con la Fed non ha dato particolari spunti al mercato che era decisamente più attratto dal newsflow elettorale. Powell ha lasciato invariata la politica monetaria, come ci si attendeva, ma ha ripetuto, come ormai tutti i banchieri sempre fanno, che farà tutto il necessario per sostenere l’economia. Ha ribadito che lo stimolo fiscale è estremamente importante perché, nonostante l’economia sia in ripresa, i rischi legati alla pandemia, che non è ancora passata, permangono e occorre tenerne conto.

Fra le altre banche centrali si è riunita anche quella australiana e quella inglese: la RBA ha tagliato i tassi di 15bps portandoli allo 0.10% ed incrementando il QE (programma di acquisto titoli) per aiutare l’economia dato che la recessione “non è finita”; la BOE ha anticipato (di orario) la sua decisione alla mattina presto e ha annunciato di lasciare i tassi fermi allo 0.1% ma di alzare di 150 miliardi di sterline il programma di acquisto di asset (QE) mentre le attese erano per 100 miliardi.

Sul fronte macroeconomico sono usciti forti i dati PMI (indici di fiducia delle imprese) sia in Europa che, soprattutto, negli Stati Uniti con l’indice ISM manifatturiero che arriva a quota 59.3 dai 55.4 di settembre (sopra le attese degli analisti).

Sempre negli Stati Uniti sono stati molto buoni i dati sul mercato del lavoro: i nuovi occupati sono stati pari a 635k (superiore al consenso di 580k) con un tasso di disoccupazione che passa da 7.9% a 6.9%.

Venerdì a mercati chiusi Moody’s si è pronunciata sul rating italiano lasciandolo invariato a Baa3 con outlook stabile. Le motivazioni della decisione di non apportare alcun cambiamento sono legate, come negli altri casi, al fatto che l’Italia beneficia del sostegno della BCE e dell’Unione Europea.

Riassumiamo i vari giudizi che abbiamo avuto nell’ultimo periodo: S&P ha lasciato invariato il rating ma ha alzato l’outlook a stabile; DBRS ha confermato la valutazione pari a BBB high e trend negativo. All’appello manca l’ultima, Fitch, che si esprimerà il 4 dicembre (ricordiamo che ad aprile, in piena emergenza covid, proprio Fitch aveva tagliato il giudizio a BBB- con oultook stabile).

L’IPO di Ant Group (34 miliardi totale) sia a Shanghai che ad Hong Kong sembra essere sospesa (ordine firmato addirittura dal presidente Xi Jinping) per problemi regolamentari. Evento senza precedenti. La sospensione potrebbe essere di almeno sei mesi ed è motivata dal fatto che il regolatore vuole imporre agli istituti di credito online cinesi di accumulare più del proprio capitale per effettuare prestiti. Il business di Ant, che si baserebbe sul microlending (40% dei ricavi nei primi sei mesi di quest’anno), verrebbe quindi danneggiato.

QUESTA SETTIMANA

Continuiamo a monitorare l’evoluzione della pandemia nel mondo. In Asia sembra sotto controllo e anche l’Australia non ha praticamente più misure di contenimento in atto. In Europa sono stati avviati vari lockdown più o meno light e occorre aspettare qualche giorno per vederne i risultati.

Di questa mattina la notizia che il vaccino di Pfizer e BioNTech si è dimostrato efficace nel 90% dei casi studiati nella fase di test. La reazione immediata dei mercati è molto positiva. Sappiamo infatti che un vaccino efficace potrebbe ridurre, se non eliminare, il principale rischio ad oggi presente sui mercati.

Mercoledì 11 e giovedì 12 novembre è in programma il simposio di Sintra (equivalente al Jackson Hole americano della Fed) e la BCE, che ufficialmente si riunirà il 10 dicembre, potrebbe dare degli spunti e delle anticipazioni che sarebbero assolutamente gradite dai mercati. Sono previsti gli interventi di Christine Lagarde (BCE), Andrew Bailey (BOE) e Jerome Powell (Fed).

Oggi lunedì 9, e fino a venerdì 13 novembre, inizia il collocamento riservato agli investitori retail della seconda edizione del BTP futura (Isin IT0005425753) i cui proventi saranno destinati al finanziamento delle misure per affrontare gli effetti della pandemia. La scadenza è di otto anni (invece dei dieci della prima edizione) e le cedole nominali sono staccate semestralmente con tassi prefissati e crescenti (“step up”): 0.35% dal primo al terzo anno, 0.60% dal quarto al sesto e 1% gli ultimi due anni, si tratta di tassi minimi che verranno poi confermati o eventualmente alzati. Nel caso in cui il titolo fosse detenuto fino a scadenza è previsto un premio fedeltà (minimo 1% massimo 3%) che dipende dalla variazione media annua del Pil nominale italiano e che, quindi, aggiunge un rendimento ulteriore tra 0.125% a 0.375% per anno. Il rendimento a scadenza è pertanto 0.76% circa + l’eventuale premio fedeltà; il tutto si confronta con il rendimento a scadenza di un BTP nominale a otto anni che attualmente è intorno a 0.45%. Bisogna considerare due elementi: essendo dedicato ai risparmiatori la volatilità dovrebbe essere inferiore rispetto ai BTP nominali ma non può essere comprato dalla BCE nel suo programma di QE.

Ci avviciniamo alla metà del mese di novembre, dead-line fissata per un accordo sulla Brexit, vedremo se le trattative porteranno da qualche parte o se occorrerà procrastinare di nuovo la scadenza. Ricordiamo che, comunque, la decisione deve essere presa entro la fine dell’anno.

Apple presenterà i nuovi Mac con processore progettato internamente e che andrà a sostituire quello di Intel che è stato usato dal 2006.

CONSIDERAZIONI FINALI E POSIZIONAMENTO LINEE DI GESTIONE

E finalmente le elezioni americane ce le siamo “forse” tolte… da davanti agli occhi!

Nonostante l’incertezza, che è proseguita per giorni, circa il vincitore e considerate le probabili contestazioni e il fatto che non si è verificata la blue wave o blue sweep democratico, il mercato ha decisamente reagito bene.

Quali possono essere le motivazioni? Come abbiamo più volte evidenziato il programma economico repubblicano è generalmente meglio visto dai mercati (soprattutto per il discorso della tassazione) e il fatto che, anche in caso di Biden presidente, il Congresso diviso impedisca di applicare politiche fiscali aggressive dal punto di vista dell’aumento delle imposte, è gradito ai mercati. Inoltre, indipendentemente dal risultato, un elemento di incertezza è venuto meno e la cosa può solo essere gradita ai mercati.

Adesso dovrà essere annunciato il pacchetto fiscale (non ha più alcun senso procrastinarne la decisione) e la Fed, tutto sommato in stand-by finora, potrà rimettere in moto il suo programma di sostegno utilizzando anche quello di acquisto di obbligazioni societarie (totale 750 miliardi) e quello rivolto a “Main Street” ovvero a sostegno dell’erogazione di prestiti per le PMI (totale 600 miliardi) che finora sono stati decisamente sottoutilizzati (solo 45 miliardi la prima e 4 miliardi la seconda).

Nella prima frase di questa sezione abbiamo usato il termine “forse”, questo perché esiste comunque il rischio che Trump non accetti la sconfitta e quindi non lasci la Casa Bianca con ripercussioni negative sui mercati. Altro motivo di possibile turbolenza, sempre legato alla politica americana, riguarda un possibile passaggio del Senato ai Democratici con conseguenze negative soprattutto per il settore tecnologico.

Intanto sembra che i mercati vogliano godersi il venire meno delle due fonti di preoccupazione e volatilità degli ultimi mesi ovvero le elezioni e la pandemia. Ricordiamoci che i mercati non sono unidirezionali e tendono spesso a iper-reagire. Fasi di correzione o di presa di profitto ci possono essere e andrebbero sfruttate.

Chiaramente molto positive le performance delle nostre linee di gestione, soprattutto quelle azionarie, che fanno un bel balzo in avanti grazie all’ottimo andamento degli indici azionari e obbligazionari. Buono il contributo sia delle commodities che dell’oro. Solo la diversificazione valutaria non ha premiato con l’euro che ha guadagnato nei confronti delle principali divise.

Analisi dei mercati del 12.10.2020

INDICI DI MERCATO

COMMENTO ULTIMA SETTIMANA

Settimana positiva per gli asset di rischio: i mercati azionari hanno chiuso con un rialzo complessivo pari al 3.6% (MSCI World) che ha trainato anche il comparto obbligazionario a spread. Buono il restringimento dello spread fra la periferia dell’eurozona e il bund tedesco. Rimbalzo deciso anche per le commodities grazie al balzo del prezzo del petrolio.

Il presidente americano Donald Trump esce dall’ospedale, dopo tre giorni di terapia per il Covid19, torna alla Casa Bianca e i mercati tirano un respiro di sollievo. Tutto finché lo stesso presidente, in uno dei suoi tweet, non afferma che i negoziati con i Democratici sono stati interrotti e quindi il pacchetto fiscale è sospeso fino a dopo le elezioni. Poi, però, rimedia al danno affermando che, comunque, si sta lavorando a singole misure, quindi provvedimenti mirati che comprendono nuovi assegni per i consumatori (si parla di 1200$) da rilasciare prima delle elezioni e aiuti al settore aereo. Il tira e molla è proseguito nella settimana con Nancy Pelosi che si dichiara contraria a singoli provvedimenti ma vorrebbe un serio pacchetto di aiuti o nulla.

L’indecisione sullo stimolo fiscale, con Democratici e Repubblicani che stentano a trovare un punto di accordo, contrasta ancora una volta con le dichiarazioni del numero uno della Fed Powell che ribadisce i rischi di una ripresa economica incompleta ovvero che potrebbe innescare dinamiche recessive; ripete che non è il momento di abbassare la guardia e la politica fiscale, soprattutto, deve fare la sua parte perché in questo momento è meglio correre il rischio di fare troppo che troppo poco.

Sulla campagna elettorale americana in settimana c’è stato il faccia a faccia tra i due vice candidati Kamala Harris (vice Biden) e Mike Pence (vice Trump): il primo ha puntato il dito contro la gestione della pandemia mentre il secondo ha usato la leva delle maggiori tasse che i Democratici intendono introdurre. I sondaggi si sono mossi di poco e continuano ad avvantaggiare Biden.

Trump che dichiara che non intende fare il prossimo dibattito da remoto e risponde alle polemiche, circa un trattamento medico privilegiato nei suoi confronti dichiarando che l’anticorpo monoclonale utilizzato per la sua terapia (il Regeneron, un trattamento sperimentale a base di anticorpi sintetici prodotto da Eli Lilly) sarà disponibile gratuitamente per tutti gli americani.

La Lagarde (presidente della BCE) continua con le dichiarazioni “dovish” affermando che la ripresa potrebbe essere più lenta a causa della seconda ondata di Covid19 e, quindi, la politica monetaria deve rimanere a disposizione ed essere pronta a varare nuovi stimoli. La ripresa, invece della auspicata forma a V, potrebbe essere una sorte di W allontanando così il ritorno ai livelli pre-Covid19. Anche il capo economista Lane ribadisce che la politica monetaria sarà sufficientemente accomodante da assicurare il raggiungimento dell’obiettivo di inflazione anche dopo il possibile superamento dei danni legati alla pandemia.

L’accondiscendenza delle banche centrali emerge anche dai verbali delle ultime riunioni: da quelli della BCE, relativi al meeting di settembre, è emerso che un approccio “a mano libera” da parte di Francoforte è assolutamente preso in considerazione per contrastare i danni provocati dalla pandemia, non si escludono ulteriori tagli dei tassi o modifiche alle attuali condizioni dei prestiti. L’andamento dell’euro e l’impatto sull’inflazione vengono costantemente monitorati.

Per quanto riguarda le minute della Fed emerge un board spaccato su quali metodi utilizzare per applicare i nuovi principi (facendo riferimento probabilmente anche alla “forward guidance”) ma un’uniformità di vedute sul fatto che sia necessario mantenere i tassi vicino allo zero finché non si avrà nuovamente la piena occupazione nel mercato del lavoro e quindi, ipoteticamente, fino al 2023/2024.

Evidente il sostegno della BCE sui nostri titoli di stato con il BTP che ha visto restringere ancora lo spread verso il Bund (arrivato a 121bps) e scendere in termini di rendimento a nuovi minimi storici (il decennale ha chiuso la settimana a 0.72%). Il Tesoro ne sta approfittando per emettere nuovi titoli e/o sostituire quelli già in circolazione. Questa settimana è prevista la prima emissione di un BTP a tre anni con cedola zero!

Un interessante articolo de Il sole 24 ore riporta una tabella con i costi medi delle emissioni per i vari anni dal 2000 ad oggi: per ora il 2020 si colloca a 0.69% e sarebbe ottimo se, da qua a fine anno, il Tesoro riuscisse ad abbassare ulteriormente questo livello (il minimo è stato raggiunto nel 2016 ed era pari a 0.55%).

Qualche analista sottolinea come il livello al quale sono arrivati i rendimenti dei nostri BTP potrebbe creare dei problemi alle compagnie assicurative italiane: nei prossimi quattro anni, infatti, scadranno circa la metà dei titoli detenuti che attualmente hanno una cedola media nell’ordine del 4.4% e, dovessero essere sostituiti oggi, il rendimento si ridurrebbe drasticamente allo 0.8% circa. Le assicurazioni dovranno cercare alternative più remunerative (tipo le azioni) che però richiedono maggiori assorbimenti di capitale in base alla normativa europea Solvency II.

Anche il comparto obbligazionario governativo spagnolo si è mosso bene in settimana grazie all’annuncio di un taglio di 15 miliardi di euro al programma di emissioni nette per il 2020.

La Commissione Europea, in settimana, ha annunciato che dalla seconda metà di ottobre partirà il programma Sure (“Support mitigating Unemployment Risks in Emergency” ossia la cassa integrazione europea) e verranno emesse le prime obbligazioni ESG (quindi che rientrano nel piano di acquisti della BCE) per finanziare il progetto. Ricordiamo che la capienza del programma è di 100 miliardi e quindi le emissioni di bond arriveranno massimo fino a questo ammontare. Ad oggi le richieste sono state per 87.4 miliardi e i fondi verranno trasferiti sotto forma di prestiti (l’Italia ne ha richiesti 27.4 miliardi); gli stati dovranno poi rendicontare circa l’utilizzo dei fondi. Se la raccolta dei finanziamenti inizia a metà ottobre (quindi un mese oltre il previsto) si stima che gli aiuti non verranno erogati prima della fine del 2021. Da notare che man mano che la Commissione Europea si finanzierà sul mercato obbligazionario per finanziare progetti di questo tipo le obbligazioni emesse rientreranno nel panorama degli emittenti più sicuri e potranno rappresentare un’alternativa al Bund tedesco, considerato oggi il “risk-free” in eurozona.

Citiamo spesso, in questa sede, il mondo dei green bond: è di questa settimana la notizia che le emissioni hanno superato il triliardo di dollari di cui solo 200 miliardi emessi nel 2020. È evidente come le società stiano cavalcando questa onda che è anche alimentata dalle dichiarazioni della BCE e della Commissione Europea che stanno e intendono continuare ad acquistare questa tipologia di obbligazioni.

In ripresa il prezzo del petrolio per i rumors sui possibili tagli dell’OPEC e per due fattori transitori ovvero l’uragano Delta in arrivo sul Golfo del Messico (categoria 4), che ha fatto stoppare il 92% della produzione dell’area, e lo sciopero nel settore Oil&Gas in Norvegia.

In settimana, Borsa Italiana è stata venduta dal LSE (London Stock Exchange), che la aveva acquistata nel 2007 per 1.6 miliardi, ad Euronext per circa 4.3 miliardi di euro. Sebbene Euronext non possa ancora essere considerata la Borsa della UE (in quanto quella di Madrid è stata acquisita un anno fa dalla Borsa di Zurigo e quella di Francoforte e altri paesi minori non sono comprese) diventa ora la maggiore piazza azionaria di Europa, con circa 1800 società quotate, comprendendo le borse di Parigi, Amsterdam, Bruxelles, Lisbona, Oslo e Dublino. Borsa Italiana apporterà l’MTS (Mercato telematico dei titoli di stato) facendo diventare Euronext leader nella negoziazione all’ingrosso dei titoli di Stato. Fra gli azionisti italiani di Euronext figurano IntesaSanpaolo con l’1.3% e CDP con il 7.3%.

Approvata dall’autorità Antitrust la fusione fra Sia e Nexi che farebbe nascere uno chi dei grandi player europei dei pagamenti digitali del valore di 15 miliardi di euro, presenza in quattro continenti e 50 paesi e ricavi pari a oltre 1.8 miliardi di euro: Sia (la ex CartaSi partecipata da IntesaSanpaolo al 10%) si fonderebbe per incorporazione con Nexi (controllata da CDP) con un azionariato diviso fra Nexi al 70% e Sia al 30%; CDP avrà circa il 25% della nuova entità. La firma dell’accordo è prevista per dicembre.

QUESTA SETTIMANA

Nel mondo siamo arrivati a più di 37 milioni di persone contagiate dal coronavirus e i decessi superano il milione. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità si stima che il 10% della popolazione globale potrebbe avere contratto il virus. I vari paesi stanno cercando di correre al riparo con chiusure mirate. Ripetiamo che è essenziale che non si arrivi ad un nuovo lockdown.

Oggi il mercato obbligazionario americano sarà chiuso per il Columbus Day.

La PBOC (Banca centrale cinese) ha ufficializzato oggi la decisione di azzerare (dal 20% precedente) il coefficiente di riserva obbligatoria per le istituzioni finanziarie nel trading di contratti valutari nell’ottica di alleviare la pressione al rialzo per la valuta (lo Yuan aveva raggiunto venerdì i livelli di inizio 2019 contro dollaro). Il coefficiente del 20% era stato introdotto due anni fa quando la valuta si era indebolita troppo superando la soglia di 7 contro dollaro e aveva lo scopo di rendere più costoso scommettere contro la valuta cinese.

Oggi, lunedì 12, la presidente delle ECB Christine Lagarde presenzierà al meeting annuale dell’IMF e della World Bank e il giorno successivo l’IMF pubblicherà il World Economic Outlook che darà un’idea dello stato di salute delle principali economie alla luce della pandemia.

Martedì 13 Apple annuncerà i nuovi quattro iPhone con il 5G, migliori fotocamere e un maggiore range di schermi. Ricordiamo che l’iPhone genera circa la metà dei ricavi di Apple.

Il 15 ottobre è previsto il secondo dibattito fra Trump e Biden, potrebbe essere virtuale anche se Trump si è opposto.

Sempre il 15 ottobre era prevista la deadline per la Brexit: durante il summit si spera che le parti trovino un accordo. Indiscrezioni di Reuters parlano di progressi tra Londra e Bruxelles che potrebbero protrarre le negoziazioni fino a metà novembre.

Inizia ufficialmente la reporting season americana con le varie società che pubblicheranno gli utili per il terzo trimestre: come sempre le prime saranno le banche (JPM, Citigroup, GS, MS, Wells Fargo e Bank of America). I risultati di Alcoa (leader mondiale dell’alluminio) ci aiuteranno ad avere il polso dell’attività economica. In generale sono attesi utili in calo anno/anno del 20% circa ma in rialzo rispetto al secondo trimestre del 19% circa.

CONSIDERAZIONI FINALI E POSIZIONAMENTO LINEE DI GESTIONE

Anche questa settimana abbiamo avuto due conferme: 1) in questo periodo gli Stati Uniti sono al centro dell’attenzione degli investitori e guidano il resto dei mercati; 2) i mercati dipendono ancora molto dai supporti monetari e fiscali.

Le correzioni, infatti, tendono ad avvenire o quando il mercato prende atto che la Fed non si muoverà fintanto che non lo farà il Congresso americano, o quando aumenta l’incertezza sulla scena politica americana, mentre le risalite si hanno esattamente nei casi opposti ovvero quando si ipotizza che la Fed possa muoversi prima, o quando si percepisce che il pacchetto fiscale si fa sempre più concreto, o quando si delinea con maggiore precisione lo scenario politico.

Riguardo alle elezioni, a prescindere da quale sarà il prossimo presidente americano la sua capacità di portare avanti la propria agenda politica dipenderà fortemente dal sostegno del Congresso, motivo per cui sarà importante vedere se i Democratici riusciranno a prendere anche il controllo del Senato.

Ripetiamo che i principali elementi che impatteranno i mercati, e che dipendono dalle elezioni americane, sono: a) la tassazione: se, ad esempio, ipotizziamo che gli utili dell’S&P500 siano stimati in crescita del 21% per il 2021, qualora dovesse vincere Biden la maggiore tassazione potrebbe eroderli del 9.2% (stima di Bofa) e impattare negativamente soprattutto i settori tech, telecom e dei consumi non discrezionali mentre settori come quello delle energie rinnovabili o delle infrastrutture sarebbero avvantaggiati; b) il pacchetto fiscale: consideriamo che, a prescindere dal vincitore, verrà deliberato un pacchetto fiscale ingente che per l’effetto moltiplicativo potrebbe tradursi in una cifra anche vicina ai 5.000 miliardi di dollari. In caso di vittoria dei Repubblicani l’aumento della spesa sarebbe ridotto ma in compenso non verrebbero introdotte nuove tasse, in caso di una vittoria Democratica a fronte di un consistente aumento della spesa pubblica si avrebbe anche un aumento della tassazione (da 21% a 28%).

Alla fine, “net net” ci sarebbe comunque un considerevole aumento della spesa pubblica e a quel punto la Fed si muoverebbe per finanziarlo e potremmo quindi cominciare a parlare di MMT (Modern Monetary Theory) e fare anche ipotesi sulla possibile evoluzione dell’inflazione, tema ad oggi abbastanza ignorato dei mercati.

Settimana decisamente positiva per le nostre linee di gestione che traggono vantaggio soprattutto dal buon andamento dei listini azionari e degli obbligazionari high yield.

Analisi dei mercati del 05.10.2020

INDICI DI MERCATO

COMMENTO ULTIMA SETTIMANA

L’inizio di settimana spumeggiante sui mercati trova le sue motivazioni nella possibilità di un accordo sullo stimolo fiscale: Nancy Pelosi, presidente della Camera dei rappresentanti ed esponente democratico, spinge per una seconda versione del pacchetto da 2.200 miliardi di dollari (invece dei 2.400 miliardi precedenti) che comprenderebbe aiuti alle piccole imprese, ristoranti, compagnie aeree e nuovi assegni per i consumatori. La proposta repubblicana, a detta del segretario al Tesoro Steven Mnuchin, sarebbe di 1.500 miliardi che, però, potrebbero salire a 2.000 miliardi qualora l’epidemia dovesse tornare a minacciare la ripresa economica. Il mercato è ottimista perché ritiene che un accordo sia possibile.

Quindi, tutto nella norma fino a giovedì notte quando è uscita la notizia, giunta come un fulmine a ciel sereno, della positività di Donald Trump e della First Lady al Covid19. Nel week-end il presidente americano è stato ricoverato in ospedale ma le sue condizioni sembrano già in miglioramento tanto da parlare di possibili dimissioni.

La settimana si è conclusa, alla fine, con mercati azionari nel complesso positivi. Le materie prime hanno corretto considerevolmente a causa del petrolio che ha sofferto sia per i dubbi sulla tenuta del ciclo economico che per l’incertezza sui tagli alla produzione.

L’evento principale della settimana, ovvero il primo dei dibattiti fra il presidente americano Donald Trump e lo sfidante Joe Biden, non è stato particolarmente positivo e determinante ai fini dei sondaggi poiché si è svolto in modo un po’ troppo animato e con insulti reciproci. Si è discusso dello stato dell’economia, dei rapporti commerciali con la Cina, della gestione dell’emergenza sanitaria. Consideriamo che poiché Trump è ufficialmente più indietro nei sondaggi può mostrarsi più aggressivo mentre Biden, non particolarmente forte sulla strategia comunicativa, rischia di essere sopraffatto dall’avversario. Per ora sembra che le preferenze degli elettori non si siano modificate.

Passando all’Europa non è molto piaciuto quanto dichiarato dalla Germania, ovvero che ritardi nel Recovery Fund sono sempre più probabili a causa di divergenze interne (sembra di Ungheria e Polonia e dei paesi nordici).

Per contro abbastanza positivi i discorsi della Lagarde che in settimana è intervenuta in più occasioni (al Parlamento Europeo e all’annuale conferenza “ECB and its watchers”) ribadendo l’importanza del PEPP (il programma lanciato a marzo con 750 miliardi di euro saliti di altri 600 miliardi a giugno scorso) che è considerato uno strumento estremamente efficace e senza effetti collaterali significativi anche se all’interno del consiglio ci sono delle divisioni fra i c.d “falchi” e “colombe”. Ha, inoltre, sottolineato che il cambio è costantemente monitorato per le evidenti ripercussioni sullo scenario inflattivo. La Lagarde sostiene che non è il momento di guardare al debito pubblico che è aumentato significativamente in Eurozona: la sostenibilità non va valutata con il rapporto debito/Pil ma guardando al servizio del debito ovvero ai costi che lo Stato sostiene ogni anno per gli interessi e che, considerando il livello attuale dei tassi, è basso e ragionevole. Ha ribadito la simmetria del target di inflazione quindi nella revisione strategica della ECB si andrà esattamente nella direzione di un obiettivo di inflazione “media”, come ha recentemente stabilito anche la Fed.

Per quanto riguarda Covid19 non sono uscite notizie particolarmente buone dato che il CEO di Moderna (l’azienda farmaceutica americana che sta studiano un vaccino anti-Covid19) ha dichiarato al Financial Times che probabilmente non riuscirà ad ottenere l’approvazione prima delle elezioni di novembre e AstraZeneca, pur riconoscendo di andare avanti rapidamente, dichiara che non intende “prendere scorciatoie” ma vuole assicurare i normali standard di efficacia, sicurezza e qualità.

Sul fronte Brexit, dopo che il governo britannico non ha ritirato il progetto di legge che è considerato una palese violazione del protocollo Irlanda/Irlanda del Nord, la Commissione Europea ha deciso di volere lanciare una procedura di infrazione contro il Regno Unito cominciando con l’invio di una lettera di costituzione in mora al governo UK.

Dalla Cina il miglioramento dell’attività economica è confermato sia dal dato sui profitti delle aziende industriali, salito per il quarto mese consecutivo (+19,1% a agosto) e che ha trainato i settori più ciclici, sia dai buoni PMI di settembre che si confermano in crescita grazie soprattutto al traino della domanda estera (la componente “new export orders” è stata particolarmente forte). Il dato calcolato dall’agenzia governativa relativo ai servizi si attesta a 51.9 (in crescita a differenza di quello europeo), quello manifatturiero a 51.5 e quello calcolato dalla privata Caixin a 53.

I PMI europei finali di settembre hanno visto una conferma del 53.7, uscito in via preliminare, per il comparto manufatturiero (con il dato spagnolo che si porta a 50.8 da 49.9 e quello italiano che passa da 53.1 a 53.2) quindi una situazione sostanzialmente stabile ma positiva. Deludenti, invece, i numeri relativi all’inflazione in eurozona usciti peggiori delle aspettative (in Germania si è visto l’impatto del taglio dell’iva) e rimarcando il problema dell’influenza del cambio sull’obiettivo di inflazione.

Passando agli Stati Uniti migliora leggermente l’ultima revisione del Pil americano per il secondo trimestre che si attesta a -31.4% trimestre/trimestre annualizzato. A differenza dell’Europa, il dato sull’inflazione, PCE deflator, di agosto esce in crescita e leggermente superiore alle aspettative (1.6% anno/anno da 1.4% precedente e atteso). L’ISM manifatturiero invece delude ma rimane su livelli decisamente buoni.

Dati misti quelli sul mercato del lavoro con il tasso di disoccupazione che scende a 7.9% ma nuovi occupati che salgono meno delle attese.

Ancora in restringimento lo spread fra BTP e Bund che si sta riportando sui minimi degli ultimi due anni. In settimana è stato collocato un nuovo BTP decennale che per un solo centesimo non ha registrato il minimo storico di rendimento: 4.5 miliardi di euro (la richiesta è stata di 5.7 miliardi) sono stati infatti piazzati a 0.89% di rendimento (il minimo è stato 0.88% un anno fa). Oltre al decennale è stato anche collocato un BTP a 5 anni per 2.5 miliardi allo 0.35% e un CCTeu febbraio 2024 per 1.25 miliardi a 0.11%. Da qua a fine anno il tesoro dovrà ancora raccogliere circa 40 miliardi di euro. Se nell’immediato il Tesoro non dovrebbe avere problemi in quanto le prospettive sono ancora favorevoli e il costo medio potrebbe ancora ridursi allargando l’orizzonte temporale dobbiamo considerare che nel 2023 il debito in scadenza potrebbe superare i 300 miliardi di euro e bisognerà valutare a quel punto quanto la BCE sarà ancora di sostegno.

Sul settore bancario mentre negli Stati Uniti si invitano le banche a non pagare i dividendi fino a fine anno (né a fare buyback), in Europa le banche fanno pressing affinché si decida di sbloccare il pagamento dei dividendi. Si stima che i dividendi “bloccati” e quindi non distribuiti valgano circa 20 miliardi di euro solo per i primi dieci gruppi bancari. La BCE probabilmente deciderà a fine anno, quando scadrà il veto, ma nel frattempo tre istituti cooperativi tedeschi decidono di muoversi in autonomia e preparano lo stacco del dividendo ritenendo di avere sufficiente solidità. C’è da dire che le banche cooperative tedesche essendo “less significant” rientrano sotto la sorveglianza della Banfin (più elastica) mentre, da noi, Bankitalia si è subito allineata alle direttive della BCE. Questa situazione rischia di creare delle asimmetrie fra paesi e, inoltre, indebolisce le banche nel lungo termine mettendo a rischio gli aumenti di capitale.

La settimana scorsa avevamo citato il gruppo Chanel nell’ambito delle emissioni di green bond, questa settimana è stata Adidas la protagonista con un collocamento di 500 milioni di euro di obbligazioni “verdi” con scadenza a otto anni e che finanzieranno progetti ambientali e sociali di Adidas.

La scorsa settimana avevamo citato HSBC per la debolezza che l’aveva travolta, di questa settimana la notizia che Ping An (colosso assicurativo cinese) ha aumentato la sua partecipazione portandola dal 7% all’8% approfittando della debolezza e consolidando, così, la sua posizione di principale azionista.

QUESTA SETTIMANA

Golden Week per la Cina per commemorare l’anniversario della fondazione della Repubblica Popolare Cinese nel 1949. I mercati locali sono pertanto chiusi dall’1 all’8 di ottobre. Sarà interessante, successivamente, valutare come certe attività (soprattutto il turismo) si sono mosse durante il periodo di festa.

Stamattina sono stati pubblicati i dati PMI composite in eurozona in leggero miglioramento soprattutto per l’Italia e la Germania che salgono entrambe sopra la soglia del 50. I corrispondenti dati americani saranno pubblicati nel pomeriggio.

Con anche Trump positivo al Covid19 l’attenzione è, ora più che mai, sulla diffusione dei contagi e sui potenziali lockdown o comunque misure restrittive a cui i vari governi stanno pensando.

Le negoziazioni formali tra UK e EU si sono concluse ma fino al 15 ottobre si andrà avanti a discutere informalmente per arrivare ad una soluzione. Sembra che Boris Johnson e Ursula Van del Leyen si siano accordati per un’estensione delle trattative di un altro mese, quindi oltre la deadline del 15 ottobre che il premier britannico si era imposto.

Il presidente della Fed Jerome Powell e il capo economista BCE Philip Lane sono attesi all’annuale NABE conference (National Association for Business Economics) mentre la presidente della BCE Christine Lagarde parteciperà alla panel discussion orgranizzata dal Bridge Forum Dialogue. Sappiamo quanto, in questo periodo, le banche centrali siano importanti nel dare sostegno all’economia e ai mercati.

Sempre in tema banche centrali mercoledì verranno pubblicate le minute della Fed dello scorso meeting FOMC dal quale si potranno analizzare le eventuali discussioni circa le condizioni necessarie affinché si modifichi la politica monetaria e il potenziale incremento del programma di QE.

Giovedì avremo le minute della BCE relative al meeting del 9-10 settembre

L’IMF pubblicherà uno studio all’interno del suo World Economic Outlook relativo agli impatti economici del lockdown e ai cambiamenti climatici.

L’OPEC pubblicherà il suo World Oil Outlook.

CONSIDERAZIONI FINALI E POSIZIONAMENTO LINEE DI GESTIONE

Anche questa settimana abbiamo avuto la conferma di quali sono i fattori che dominano i mercati in questo periodo: pacchetto fiscale americano, elezioni presidenziali americane e l’andamento del Covid19.

I tre fattori si sono magicamente intrecciati in una giornata: Trump positivo al coronavirus ha messo a rischio le elezioni di novembre e creato incertezza sul pacchetto fiscale.

Si è pertanto aggiunga incertezza su incertezza e sappiamo bene che la cosa innervosisce i mercati (come il Vix, indice di volatilità dell’S&P500, ha dimostrato).

Per quanto riguarda le elezioni è noto che, statisticamente, il mercato soffre prima ma poi si riprende dopo l’esito elettorale. Questa volta potrebbe essere prolungata l’incertezza per le possibili contestazioni. I programmi dei due candidati sono, ovviamente, diversi prevedendo una maggiore tassazione (si stima che l’aliquota per le imprese potrebbe passare dal 21% al 28%), ma anche una maggiore spesa fiscale (pacchetto di stimoli di 2.400 miliardi di dollari tra gennaio e febbraio 2021), in caso di vittoria di Biden. Da osservare anche come si modificherà il Congresso dato che c’è la possibilità che anche il Senato passi in mano democratica. Un congresso diviso renderebbe più complessa l’attuazione delle decisioni, indipendentemente dal presidente. A seconda quindi del “colore” che assumerà la politica americana i mercati/settori si muoveranno di conseguenza.

La positività al coronavirus di Trump crea dubbi sul resto della campagna elettorale ma, a meno che non degeneri nello scenario peggiore ovviamente, potrebbe addirittura arrivare ad avvantaggiare l’attuale presidente mettendo in difficoltà l’avversario in una campagna elettorale sospesa e, magari “addolcendo” un po’ l’immagine di Trump. In caso di aggravamento della malattia si ipotizza che il suo vice, Mike Pence, potrebbe prendere il suo posto. Ci sono dubbi sui c.d. “swing states”, ovvero sugli stati che non sono ancora chiaramente schierati, e quindi in assenza di campagna elettorale potrebbero rimanere nel limbo fino alla fine.

La maggiore incertezza, si potrebbe trasformare in un qualcosa di positivo qualora il Congresso dovesse decidere di dare un supporto all’economia e al mercato, in un momento di impasse politico, arrivando a formulare una decisione sul tanto atteso pacchetto fiscale.

Se poi Trump, come sembra dalle ultime notizie, dovesse uscirne sano e salvo si avrebbe un ulteriore dimostrazione della minore aggressività del CovSars2.

Tutto ciò per dire che, nonostante si debba usare il condizionale, non necessariamente l’attuale situazione, alla luce degli ultimi eventi, si tramuterà in qualcosa di negativo per i mercati. Certo la volatilità continuerà ad essere protagonista finché qualche elemento dello scenario non si inizierà a delineare con maggiore precisione.

Tutto ciò per dire che, nonostante si debba usare il condizionale, l’attuale situazione, alla luce anche degli ultimi eventi, non è necessariamente destinata a trasformarsi in qualcosa di negativo per i mercati. Certo la volatilità continuerà ad essere protagonista finché qualche elemento dello scenario non si inizierà a delineare con maggiore precisione.

Le nostre linee di gestione sono riuscite a chiudere la settimana positivamente avvantaggiandosi del buon andamento dei mercati sia azionari che obbligazionari.

Analisi dei mercati del 28.09.2020

INDICI DI MERCATO

COMMENTO ULTIMA SETTIMANA

Settimana caratterizzata da debolezza diffusa sia sui mercati azionari che obbligazionari a spread, mentre su quelli governativi abbiamo assistito ad un restringimento dello spread dell’Italia in un contesto di generalizzato calo dei rendimenti. Sul fronte valutario il dollaro si è comportato da valuta risk-off rafforzandosi contro euro. Il movimento del dollaro ha, poi, determinato un calo dell’oro e delle materie prime in generale.

Le cause della debolezza sono da imputarsi, inizialmente, a notizie pesanti sul settore bancario e poi dal tema di fondo che pesa sui mercati ultimamente, ovvero lo stallo della politica fiscale americana e le dichiarazioni degli esponenti della Fed (Powell in primis) che hanno più volte sottolineato come sia proprio la politica fiscale a dover agire ora più di quella monetaria.

Partendo dal primo punto, ovvero la debolezza del settore bancario di inizio settimana, sembra che questa sia stata innescata dai timori su HSBC, la più grossa banca europea (il cui prezzo di borsa ha toccato i minimi dal 1996) per due motivi: dal China Global Times risulta che la Cina la voglia includere nella cosiddetta “unreliable entity list” che ha l’obiettivo di punire le aziende/organizzazioni/privati che rappresentano un rischio per la sicurezza nazionale, in questo modo la strategia di espansione in Cina, sulla quale HSCB ha basato la propria strategia, verrebbe messa in discussione; inoltre, in un’inchiesta giornalistica dell’International Consortium of Investigative Journalists (noto in passato per la diffusione dei Panama Papers), figura fra le banche che hanno tratto profitto da attività criminali e di riciclaggio di denaro di evidente sospetta provenienza con entità ritenute pericolose tra il 1999 al 2017. Le banche stesse avevano segnalato come sospette le transazioni (per oltre 2.000 miliardi di dollari) ma evidentemente i controlli non hanno poi funzionato. Fra le 90 istituzioni finanziarie coinvolte figurano anche DB, JPM, Standard Chartered, Bank of New York Mellon, Barclays, State Street Corporation e Commerzbank; fra le banche italiane qualche transazione sospetta sembra passata da Unicredit, Intesa e Ubi ma circa la metà del totale sembra transitata dalla piccola BCC Pianfei e Rocca de Baldi (di Cuneo). Ricordiamo che, ad esempio, DB aveva già dovuto pagare una sanzione pari a 258 milioni di dollari agli Stati Uniti per avere violato le sanzioni contro l’Iran; ora sembra che nonostante ciò la banca abbia continuato a movimentare denaro legato all’Iran.

Circa lo stallo della politica fiscale americana l’attenzione dal tema (sul quale non sono giunte neanche questa settimana buone notizie) è stata deviata dalle tensioni fra Repubblicani e Democratici per la scelta del giudice che dovrà sostituire Ruth Bader Ginsburg alla Corte Suprema Americana: alla fine, disattendendo le ultime volontà della giudice (che aveva chiesto di essere sostituita dopo il risultato delle elezioni presidenziali), Trump ha nominato Amy Coney Barret alla Corte Suprema: si tratta della più giovane di sempre ed è considerata ultra-conservatrice. Trump ha voluto sostituirla immediatamente in modo da avere maggiori possibilità di vittoria in caso di contestazione del voto.

Durante la settimana c’è stata la testimonianza di Powell alla Commissione Servizi Finanziari del Congresso: se da un lato è stata confermata, nuovamente, la disponibilità della Fed a fare tutto il possibile per favorire la ripresa, dall’altro è stata ribadita la necessità che anche il Congresso faccia di più per sostenere le imprese più colpite e i disoccupati.

Per quanto riguarda la forza del biglietto verde, oltre alla sua natura di risk-off currency, la giustificazione può anche essere cercata nelle dichiarazioni di un membro della Fed (Kaplan) che ritiene che un dollaro forte sia preferibile in quanto garantisce sottoscrizioni dell’ingente, e in crescita, debito americano: infatti, in caso di debolezza, il rischio sarebbe quello di una salita dei tassi legata alla richiesta di un maggiore rendimento da parte degli investitori a fronte di un maggiore rischio percepito derivante dalla debolezza della valuta. Inoltre, a favorire la debolezza dell’euro è intervenuto il capoeconomista della BCE Lane che ha ribadito, ancora una volta, che un euro troppo forte impedisce il raggiungimento dell’obiettivo di inflazione.

Per quanto riguarda lo scenario macro-economico, dalla pubblicazione dei dati PMI in settimana è emerso un quadro misto: in area euro, mentre il comparto manifatturiero continua a fornire segnali positivi (aiutato dalla ripresa della domanda estera) quello dei servizi cala sotto la soglia del 50 (e deludendo le aspettative degli analisti); in aggregato il PMI manifatturiero preliminare di settembre segna un 53.7 (massimo di 25 mesi, vs 51.7 di agosto), grazie soprattutto al contributo della Germania, mentre quello relativo ai servizi scende a 47.6 (minimo di quattro mesi, da 50.5 precedente e attese per 50.6), probabilmente a causa della ripresa dei contagi; il dato composite, quindi, ne risente e passa a 50.1 (da 51.9). Negli Stati Uniti la situazione è, invece, sostanzialmente stabile con il dato composite a 54.4 (da 54.6) e sia la componente manifatturiera (53.5 da 53.1) che quella servizi (54.6 da 55) sono in linea con le aspettative degli analisti.

In Germania è stato pubblicato l’IFO che passa da 92.5 di agosto a 93.4 di settembre (leggermente meno delle stime, 93.8).

Sul fronte vaccini Johnson&Johnson annuncia che è pronta per la fase 3 i cui risultati potrebbero arrivare entro la fine dell’anno o l’inizio del prossimo. Nel 2021 potrebbero esserne prodotte un miliardo di dosi la cui somministrazione richiede una singola iniezione a differenza delle due richieste da quelli rivali di Moderna, Pfizer e AstraZeneca. Con questo i vaccini per Covid19 in fase 3 sono arrivati a nove (oltre alle società citate abbiamo Novovax, CureVac, GSK/Sanofi, Arcturus e Merck).

Sulla disponibilità di un vaccino a breve si gioca anche la campagna elettorale: infatti Trump ha dichiarato che con un ordine presidenziale potrebbe andare contro alla disposizione della FDA (Food and Drug Administration) che invita ad attendere risultati certi dei test anche oltre la data di novembre.  

In Italia l’esito del referendum e delle elezioni sembrerebbe avere allontanato i timori sulla tenuta del governo (forse fino a fine legislatura, ovvero al 2023) e gli effetti li abbiamo visti sullo spread (intorno ai 140 bps) e, quindi, sui rendimenti dei BTP: il trentennale, ad esempio, ha toccato i minimi storici in termini di rendimento a scadenza (1.77%).

Ci sono altri due elementi che possiamo considerare positivi per il movimento dei titoli di stato italiani: 1) asta TLTRO3 (i prestiti al tasso agevolato di -1% che la BCE eroga periodicamente alle banche che ne fanno richiesta): nell’operazione di giugno la partecipazione era stata consistente (circa 1.300 miliardi di euro) ora invece sono stati assegnati 174.5 miliardi a 388 banche (parte alta delle attese degli analisti) segno che il sistema bancario ha, al momento, abbondante liquidità e che le tensioni finanziarie si sono attenuate. L’effetto positivo sui BTP deriva dal fatto che le banche, per partecipare all’asta, devono consegnare alla BCE i BTP come garanzia e quindi li comprano sul mercato qualche giorno prima. L’operazione per la banca è profittevole dato che si indebita ad un tasso negativo (-1%) e ottiene tassi positivi dai BTP acquistati. Fra le banche italiane hanno partecipato BancoBPM (per 1 miliardo) e Bper (per 2.71 miliardi). Le prossime aste sono previste per dicembre e marzo; 2) altro elemento di favore le attese di un potenziale incremento del programma di acquisti PEPP alla luce del peggioramento della situazione dei contagi in Europa.

Ora che in il referendum e le elezioni regionali sono alle spalle, il governo italiano deve affrontare il tema legato alla privatizzazione del Monte dei Paschi di Siena: il primo dicembre, su richiesta della BCE, la banca dovrà essere ricapitalizzata per circa un miliardo a fronte della cessione ad Amco (la bad bank italiana) di crediti deteriorati per circa 8.1 miliardi. Il Tesoro risulta essere il primo azionista con una quota pari al 68.5% del capitale ottenuta dopo la partecipazione all’aumento di capitale avvenuto nel 2017 per circa 7 miliardi (attualmente BMPS capitalizza 1.5 miliardi) ed entro maggio 2022 la banca deve essere privatizzata come da impegni presi con la UE. Il problema è essenzialmente legato alla contropartita che verrebbe richiesta dal potenziale acquirente: avendo come precedente quello di IntesaSanPaolo, che nel 2017 per rilevare le banche venete (Popolare di Vicenza e Veneto Banca) ottenne dallo stato 4.98 miliardi, perché l’operazione diventi neutrale dal punto di vista dell’impatto sul capitale, si ipotizza una cifra di circa 4 miliardi al fine di mantenere un ratio patrimoniale CET1 sopra il 13%. Fra le papabili risulta Unicredit, che tuttavia ha negato di essere interessata ad acquisizioni, BancoBPM che potrebbe avere la necessità di aumentare dimensionalmente per non essere preda di acquisizioni (come successo ad UBI), ma anche BPER. Il titolo BMPS ovviamente si muove sui rumors.

Interessante l’indiscrezione secondo la quale Credit Agricole starebbe valutando acquisizioni in Italia tra le banche di piccola/media dimensione: la reazione si è vista soprattutto su BancoBPM e Creval che trattano parecchio a sconto rispetto al valore di libro (P/BV) e, quindi, risultano particolarmente appetibili. Attualmente Credit Agricole detiene il 5% di Creval e fra le due c’è “un’ottima collaborazione” (a detta dell’AD di Creval Luigi Lovaglio). BancoBPM, invece, è attraente perché è posizionata nelle aree più strategiche del paese ed è a tutti gli effetti una public company con un azionariato molto diffuso (quindi nessun azionista ha una posizione sufficiente per governare l’impresa) inoltre, ha dichiarato di essere aperta a valutare possibili aggregazioni.

Sempre sul fronte bancario, ma questa volta fintech, in settimana è stata annunciata la prima operazione di consolidamento industriale in Italia nell’Open Banking; si tratta di una JV tra il gruppo Sella e Illimity (la banca fondata da Corrado Passera) che vedrebbe Hype, precedentemente controllata al 100% da Fabrick (la società del gruppo Sella specializzata nell’Open Banking) passare per il 50% a Illimity attraverso la sottoscrizione di aumento di capitale riservato pari a 30 milioni. Fabrick conferirebbe azioni Hype in cambio di azioni Illimity (di nuova emissione) pari al 7.5% del capitale. Fabrick potrebbe ottenere un ulteriore 2.5% di Illimity, al raggiungimento di determinati target di redditività nel periodo 2023/2024, mentre Banca Sella Holding riceverà un ulteriore 2.5% di Illimity in cambio della sottoscrizione (cash) di 16.5 milioni e salirebbe al 10% di Illimity. L’obiettivo dell’operazione è favorire la crescita di Hype, che attualmente ha 1.3 milioni di clienti, grazie alle soluzioni Open Banking di Illimity e al conferimento cash che consente di finanziare il piano industriale di Hype.

Passando al tema degli investimenti sostenibili, la BCE ha annunciato che dal primo gennaio fra i titoli accettati come collaterale e quelli privilegiati del suo piano di acquisti ci saranno non solo quelli i cui proventi sono destinati a tematiche “green” ma soprattutto quelli che hanno una struttura delle cedole legata al raggiungimento di determinati target di sostenibilità. Un esempio ne sono i sustainability-linked bond (a 5 e 10 anni) che il gruppo francese del lusso Chanel sta collocando sul mercato: le cedole sono collegate al raggiungimento di determinati obiettivi prefissati dal gruppo in tema di sostenibilità ambientale e sociale. I bond in questione non avendo rating non potrebbero essere acquistati dalla BCE ma, in base alla nuova direttiva di cui sopra, da gennaio potranno esserlo.

Il previsto summit UE è stato posticipato al 10 ottobre a causa di un caso di coronavirus all’interno dello staff del presidente Michel.

Sul CME (mercato delle materie prime di Chicago) verrà quotato entro l’anno il primo future sul prezzo dell’acqua. L’obiettivo è consentire a chi utilizza l’acqua nella propria attività produttiva di coprirsi dal rischio di oscillazioni del prezzo. Ovviamente, verrà poi usato anche da investitori e speculatori per scommettere sul prezzo dell’acqua. La società britannica Veles è riuscita a creare un indice di prezzi utilizzando i dati degli acquisti nei mercati delle acque superficiali della California che è il principale mercato americano. I contratti avranno regolamento cash e quindi non si incorrerà nel caso visto sul WTI questo anno quando per i problemi di stoccaggio il petrolio ha raggiunto prezzi negativi.

QUESTA SETTIMANA

I casi di Covid19 nel mondo hanno superato la soglia dei trenta milioni con circa 1 milione di morti: alcuni paesi, come sta avvenendo in Europa, stanno inasprendo le misure di contenimento nella speranza di evitare un altro lockdown, mentre altri, come la Cina, stanno allentando le restrizioni ai confini, a New York i ristoranti consentiranno di mangiare all’interno. Ovviamente è importante che la situazione non sfugga di mano anche se si ritiene, ragionevolmente e auspicabilmente, che difficilmente potremo rivivere le difficoltà sanitarie incontrate da marzo in poi.

Le negoziazioni sulla Brexit tra UK e EU vedranno l’ultimo round di negoziazioni e il Parlamento britannico voterà l’Internal Market Bill. Alcune aziende si stanno portando avanti in via precauzionale: ad esempio, in settimana JPM ha annunciato che sposterà circa 230 miliardi di dollari di asset in Germania oltre a banker e impiegati, stessa cosa GS che intende ricollocare nel resto d’Europa i suoi dipendenti, mentre altre aziende stanno facendo scorta di prodotti di produzione inglese. Se consideriamo che l’Unione Europea è destinataria di circa il 43% dell’export britannico e che il Regno Unito importa per il 51% della UE è facile rendersi conto di quanto sia importante la questione. Ricordiamo che il termine stabilito da Boris Johnson per arrivare ad un accordo è il 15 ottobre ma la posizione di Bruxelles si è irrigidita dopo che il premier britannico ha rimesso in discussione gli accordi prestabiliti relativi al confine fra le due Irlande.

Martedì negli Stati Uniti si terrà il primo dibattito tra l’attuale presidente Donald Trump e il candidato democratico Joe Biden: si tratterà di un dibattito a due della durata di 90 minuti all’Università di Cleveland. Intanto, a pesare su Trump la notizia pubblicata dal New York Times (già dichiarata “fake” da Trump) che accusa il presidente di non avere pagato in dieci anni dei 15 precedenti al 2017 alcuna tassa federale sul reddito pur avendo ricevuto 427.4 miliardi di dollari fino al 2018 in proventi diversi.

In settimana la presidente della BCE Christine Lagarde terrà un discorso davanti al Parlamento Europeo.

Fra i dati macro in uscita segnaliamo i seguenti:

  • in US: la terza stima del GDP per il secondo trimestre (attesa la conferma di -31.7% trimestre/trimestre annualizzato), il dato sull’inflazione PCE (attesa a +1.2% anno/anno), l’ISM manifatturiero di settembre (atteso a 56) ma, soprattutto, il report sul mercato del lavoro (l’ultimo previsto prima delle elezioni di novembre) e dal quale ci si attende che i nuovi occupati salgano, per il quinto mese consecutivo, di altre 900.000 unità e il tasso di disoccupazione scenda a 8.2% (da 8.4%) con un’inflazione salariale sostanzialmente stabile a  +4.8% anno/anno;
  • in Eurozona: la pubblicazione dei dati PMI definitivi di settembre (con il dettaglio anche per l’Italia e la Spagna che non pubblicano le anticipazioni) e quelli sull’inflazione di settembre (attesi in larga parte negativi);
  • in Cina: dati PMI calcolati sia dall’agenzia governativa che dalla privata Caixin.

CONSIDERAZIONI FINALI E POSIZIONAMENTO LINEE DI GESTIONE

Lo stallo nella formulazione del terzo pacchetto di supporto fiscale all’economia, come abbiamo più volte detto è fra le possibili cause della turbolenza sui mercati di questo periodo.

Se da un lato non vi è la volontà politica, per motivi elettorali, di trovare un accordo fra Democratici e Repubblicani, dall’altro vi è la più volte ribadita volontà, da parte di Powell, di non intervenire ulteriormente finché la politica fiscale non si muove nella giusta direzione.

Powell, che già viene accusato di avere salvato Wall Street (quindi la finanza) e non Main Street (l’economia reale) non intende immettere nel sistema ulteriore liquidità se non per finanziare una maggiore spesa governativa quando questa verrà deliberata. Il presidente della Fed sostiene che gli interventi fiscali, tra l’altro, consentirebbero a più aziende di soddisfare i criteri di solvibilità e quindi di accedere ai prestiti previsti che per ora non sono stati totalmente utilizzati (proprio per la mancanza dei requisiti di solvibilità).

La Fed vuole, quindi, mettere pressione sul governo affinché vari il pacchetto di aiuti a Main Street e per questo lascia intendere che non immetterà ulteriore liquidità nel sistema.

Quello che gli investitori giustamente temono è che un ulteriore intervento da parte della Fed (e delle banche centrali in generale) avvenga solo a fronte di un peggioramento della situazione economica o sanitaria (quindi in uno scenario non proprio brillante) e, in mercati drogati dalla liquidità, questo elemento è pesantemente negativo.

Poiché i principali elementi di incertezza attualmente sono la diffusione del coronavirus e la Brexit per l’Europa e il pacchetto fiscale e le elezioni in US, è inevitabile che qualunque notizia relativa a questi temi muova il mercato.

Consideriamo anche, ma questo è puramente un fattore tecnico e non fondamentale, che ci stiamo avvicinando alla scadenza di fine trimestre ovvero a quel momento i cui i fondi bilanciati fanno i ribilanciamenti e quindi muovono pesantemente le asset class a seconda della performance relativa del periodo. Nel trimestre che si sta concludendo i ribilanciamenti trimestrali porterebbero ad alleggerimenti della parte azionaria e incrementi di quella obbligazionaria. Sembra, inoltre, che a livello geografico il più grande fondo sovrano al mondo (quello norvegese) stia ribilanciando la componente azionaria a favore dei mercati americani e a scapito di quelli europei.

Settimana un po’ difficile per le nostre linee di gestione dato che tutte le asset class hanno riportato performance negative. Unico contributo positivo viene dall’esposizione, ove presente, al dollaro americano.

Analisi dei mercati del 7.09.2020

INDICI DI MERCATO

COMMENTO ULTIMA SETTIMANA

Dopo che il mese di agosto ha avuto la migliore performance degli ultimi 40 anni, la prima settimana di settembre si è conclusa con una decisa correzione dei mercati azionari scatenata proprio dal settore che ne aveva fatto da traino ovvero la tecnologia americana.

Non ci sono particolari catalyst che giustifichino il movimento se non un principio di rotazione settoriale innescata da prese di profitto sui titoli che avevano meglio performato nell’ultimo periodo e diventati improvvisamente protagonisti negativi (vedi Apple e Tesla). Il Nasdaq 100, dopo avere raggiunto un nuovo massimo, ha quindi perso circa sette punti in due soli giorni. Il peso rilevante della tecnologia nell’S&P500 ha trascinato al ribasso anche l’indice globale.

Segnaliamo che Tesla, dopo lo stock split che le ha fatto guadagnare il 70% dall’annuncio dell’11 agosto e il 12% il giorno dell’evento, ha corretto sulla comunicazione relativa all’aumento di capitale di 5 miliardi che intende fare e della riduzione della posizione di un grosso investitore internazionale.

Mentre proseguono a passo spedito le ricerche di un nuovo vaccino contro il Cov-Sars2 il virologo Anthony Fauci, famoso per i ricorrenti “screzi” con il presidente Trump, ha dichiarato che qualora i risultati delle sperimentazioni dovessero risultare inequivocabilmente positivi, la FDA (Food and Drug Administration) avrebbe il potere (e dovere) di interrompere i test per organizzare una campagna vaccinale su larga scala. Questa buona notizia compensa i timori di una seconda ondata legata alla riapertura delle scuole e alle maggiori attività al chiuso nella stagione autunnale/invernale.

Sul fronte macro sono buoni i dati PMI europei: il dato finale di agosto per il comparto manifatturiero rimane stabile a 51.7 con una buona performance dell’Italia (53.1 da 51.9); il dato relativo al comparo dei servizi sale a 50.5 grazie al contributo della Germania. Negli Stati Uniti in salita l’ISM manifatturiero che passa da 54.2 a 56 con una componente “new orders” (quindi più forward looking) a 67.6 da 61.5.

Buoni anche i dati sul mercato del lavoro americano che vede il tasso di disoccupazione (di agosto) scendere oltre le aspettative degli analisti: 8.4% vs attese di 9.8% e dato di luglio pari a 10.2%

Dal Beige Book della Fed (elaborato ogni sei settimane sulla base delle informazioni raccolte nei 12 distretti della banca centrale) viene la conferma di un’attività economica che cresce “ad un ritmo modesto” e che non ha ancora recuperato i livelli pre-covid.  Sia sul fronte dell’attività manifatturiera che dei servizi e consumi qualcosa si sta muovendo nella giusta direzione ma le incertezze e i rischi legati alla pandemia rimangono.

Il corona virus è riuscito a mandare anche l’Australia in recessione dopo 30 anni di espansione economica: il Pil del secondo trimestre è sceso del 7% rispetto al -0.3% del primo trimestre dell’’anno.

La Francia, in settimana, ha annunciato l’atteso piano di rilancio da cento miliardi al quale l’Unione Europea contribuirà per 40 miliardi. Per non rendere più difficile la ripresa non sono previste nuove imposte ma il governo stima di rientrare dal maggiore indebitamento pubblico a partire dal 2025 attraverso l’impatto positivo sulla crescita delle nuove misure. I pilastri sui quali si baserà il piano riguardano la transizione ecologica (attraverso il rinnovamento energetico), la maggiore competitività del paese (attraverso riduzione delle imposte sulla produzione, finanziamenti alle imprese e sussidi per la rilocalizzazione delle industrie) e la coesione sociale (attraverso investimenti sulla sanità, sui giovani e sulla formazione).

In settimana il cambio EUR/USD è salito sopra la soglia di 1.20 per la prima volta da maggio 2018. Determinante per il movimento il cambio di policy della Fed che ha confermato un differenziale di tassi fra Europa e Stati Uniti non più a favore di quest’ultimo. La maggiore offerta di moneta e il QE della Fed, insieme all’atteso maggiore deficit fiscale per gli Stati Uniti sono alla base della debolezza del biglietto verde. Il rientro dal livello di 1.20 è avvenuto grazie al commento del capo economista della BCE Lane che ha dichiarato che, sebbene l’istituto europeo non abbia nel suo mandato l’obiettivo del cambio, il cross EUR/USD a questi livelli non aiuta l’economia. Inoltre, la pubblicazione dei dati deludenti sull’inflazione dell’area Euro hanno alimentato le aspettative di un ulteriore intervento di stimolo da parte della BCE.

Tornano le emissioni di green bond: questa settimana Mediobanca debutta nel mondo “green” emettendo un bond da 500 milioni di euro (durata sette anni, cedola 1%, spread di 135bps sopra il tasso midswap) per finanziare progetti green e il mercato ha accolto decisamente bene l’offerta con ordini pari a 3.5 miliardi di cui l’80% dall’estero. Anche il governo tedesco ha dato mandato di vendere un titolo decennale per finanziare progetti ambientali, emissione per 6.5 miliardi e richieste per 33 miliardi a fronte di un rendimento pari a -0.463% (quindi negativo!). Un’altra emissione è prevista nel quarto trimestre con un totale per l’anno di circa 11 miliardi di euro. Il Tesoro italiano dovrebbe emettere BTP green in autunno. L’interesse per le emissioni green è evidente e ricordiamoci che è stata scatenata dall’intenzione della BCE di acquistarli e pure il fondo pensione della BCE lo ha già fatto. Inoltre, il Recovery Fund da 750 miliardi potrà destinare risorse anche a investimenti legati a tecnologie e infrastrutture più green che aiutino il continente a raggiungere la neutralità climatica entro il 2050 come programmato.

Si torna a parlare della casa di gestione H20 con il comunicato relativo alla sospensione di otto fondi per circa quattro settimane per “incertezze sulla valorizzazione” di titoli non quotati e legati al finanziere tedesco Lars Windhorst. Mentre l’autorità di controllo dei mercati finanziari francesi aveva chiesto la sospensione di tre fondi, H2O ha deciso di procedere per otto fondi dichiarando che si tratta di una misura provvisoria per un tempo (quattro settimane) che permetterà alla società di gestione di separare gli asset incriminati e trasferirli in un nuovo fondo.

QUESTA SETTIMANA

Oggi, lunedì, il mercato americano è chiuso per “Labor day”.

L’evento principale della settimana lo avremo giovedì 10 settembre con la prima riunione della BCE dopo la pausa estiva. Non sono attese variazioni all’attuale politica monetaria ma ci sarà parecchia attenzione sulle nuove previsioni di crescita e inflazione che la BCE renderà note. Da queste potranno emergere gli orientamenti della banca centrale e i prossimi step che intraprenderà anche, e soprattutto, alla luce del cambio di strategia della Fed. Sottolineiamo che un apprezzamento dell’euro conseguente alle decisioni della Fed potrebbe impattare sull’inflazione e rendere più complesso il raggiungimento del target stabilito dalla banca centrale.

Fra i dati macro previsti in settimana segnaliamo quelli sul Pil del secondo trimestre (finale) per l’eurozona (atteso -15% anno/anno) e i dati di inflazione (al consumo e alla produzione) negli Stati Uniti riferiti al mese di agosto.

In UK riprendono i negoziati sulla Brexit. Il premier britannico Johnson intende fissare per il 15 ottobre la deadline per un accordo oltre la quale, in caso contrario, si prenderà atto dell’impossibilità di trovare punti in comune e ognuno “andrà avanti per proprio conto”. La sterlina diventerà il barometro della situazione.

Questa settimana il Congresso americano dovrà finalizzare i dettagli della legge sulla spesa in quanto il 30 settembre termineranno i finanziamenti in essere e occorre scongiurare il rischio “shutdown”, ovvero il blocco delle attività amministrative che si ha quando non viene approvata la legge di bilancio per il finanziamento delle attività amministrative.

CONSIDERAZIONI FINALI E POSIZIONAMENTO LINEE DI GESTIONE

Il cambio di strategia della Fed, che mette l’obiettivo di inflazione a servizio di quello della piena occupazione, dovrebbe avere aperto la strada ad un nuovo periodo di reflazione finanziaria durante il quale tutte le banche centrali, a meno che non vogliano vedere la propria moneta rivalutarsi nei confronti della divisa americana, dovranno mantenere a lungo tassi bassi. Abbiamo avuto la conferma di questo potenziale atteggiamento dalle dichiarazioni di Lane (capo-economista BCE) e di Saunders (membro del board della BOE) e vedremo, in settimana, se e come la BCE affronterà il tema. Questo, ripetiamo, rimane il principale elemento a favore dei mercati finanziari.

Ovviamente, come abbiamo visto la scorsa settimana e come abbiamo più volte sottolineato in passato, il percorso dei mercati non è quasi mai lineare, ci sono inevitabili stop&go legati a prese di profitto su temi che hanno fatto particolarmente bene (vedi tech) o brutali riallineamenti alla realtà; si tratta di momenti caratterizzati da un incremento della volatilità che può dare occasioni di realizzo o di acquisto a seconda della posizione di partenza e della propria visione.

A proposito di volatilità, ricordiamo che le elezioni americane del 3 novembre sono, ad oggi, l’elemento di incertezza più noto e, non a caso, la curva del Vix (indicatore di volatilità dell’S&P500) segna un massimo in prossimità di ottobre (36 vs un valore ad oggi di 30) per poi riscendere gradualmente a livelli sotto quelli attuali.

L’altro tema che guida il mercato, ribadiamo, sono le aspettative di uno o più vaccini prodotti e disponibili su larga scala magari entro la fine dell’anno (quindi prima delle tempistiche normali): questa attesa porta gli investitori a prezzare una maggiore crescita che si può riflettere sia su un “irripidimento” della curva dei rendimenti (con quelli a lunga scadenza in salita) sia su una rotazione settoriale a favore dei settori più penalizzati e finanziata da prese di profitto su quelli che sono più saliti, come avvenuto nella settimana che si è appena conclusa.

Il consueto sondaggio di Bank of America (che spesso è più da intendere come le intenzioni future che il reale posizionamento degli investitori) vede un aumento del peso dell’Europa nei portafogli a scapito degli Stati Uniti il che significa non necessariamente che Wall Street sia vista in discesa ma solo che la potenzialità dei mercati Europei (che esprimono anche una composizione settoriale più ciclica) sono maggiori. Per la maggior parte degli intervistati è iniziata una nuova fase rialzista dei mercati che sarà accompagnata da un aumento degli utili legato all’uscita dell’economia dalla recessione.

Questa positività che emerge dalla survey non vuole dire che il mercato sia privo di rischi. Gli investitori ne sono consapevoli e infatti le posizioni in opzioni sono aumentate così come la protezione acquistata attraverso i contratti sulla volatilità (Vix).

Le nostre linee di gestione con componente azionaria hanno, ovviamente, sofferto la fase correttiva dei mercati ad eccezione della linea ITA che recupera circa 3 punti percentuali grazie al titolo Tiscali che è salito parecchio (61% in un solo giorno) dopo la firma del memorandum of understanding con Tim per definire l’accordo sullo sviluppo della banda ultralarga. Si è, pertanto, deciso di prendere profitto vendendo la posizione con un utile del 160% circa dai prezzi di carico.

Analisi dei mercati del 20.07.2020

INDICI DI MERCATO

COMMENTO ULTIMA SETTIMANA

Prosegue il rialzo dei mercati azionari anche nella settimana che si è appena conclusa (MSCI World +1.5%). La differenza rispetto alle scorse è che questa volta il rialzo è stato guidato non dai titoli tecnologici americani (Nasdaq -1.76%), ma dai paesi e settori che erano rimasti più indietro: settore bancario europeo (Eurostoxx Banks +2.3%), small cap americane (Russell2000 +3.56%) e Italia (FtseMib +3.3%). Le aspettative circa un buon esito dei negoziati UE hanno portato ad un leggero restringimento dello spread BTP-Bund, sceso a 169bps, e ad un discreto apprezzamento dell’euro rispetto alle principali valute.

Il Consiglio Europeo, in riunione da venerdì per definire il pacchetto di misure a sostegno dell’economia dell’eurozona post pandemia (il c.d. Next Generation EU), durante gli incontri del week-end non ha prodotto alcun risultato. Il presidente Charles Michel, nel tentativo di avvicinare le richieste, aveva proposto una leggera modifica nel rapporto sussidi/prestiti: la proposta originaria prevedeva 500 miliardi di sussidi e 250 miliardi di prestiti, la modifica di Michel portava la quota di sussidi a 450 e di prestiti a 300 ma sembra che, neanche così, i paesi “frugali” (ai quali si è unita anche la Finlandia) capeggiati dal premier olandese Mark Rutte siano soddisfatti dato che non intendono concedere sussidi oltre i 390 miliardi e addirittura vorrebbero ridurre il pacchetto a 700 miliardi.

Sul fronte della pandemia se da un lato continuano a peggiorare i dati sui contagi, specialmente in alcuni paesi, è anche vero che si fanno progressi sulla ricerca del vaccino: l’americana Moderna, ad esempio, ritiene che il suo vaccino, che si basa sostanzialmente su un innalzamento del numero di anticorpi, sembra stia dando ottimi risultati e il 27 luglio entrerà nella fase finale dei test clinici, la cosiddetta fase 3, che coinvolgerà 30.000 persone e che vedrà la conclusione a ottobre. Teniamo conto del fatto che l’aumento degli anticorpi più provocare effetti collaterali e questo è il fattore che più spaventa la gente che, forse, non correrà in massa a farsi vaccinare fintanto che non ci saranno maggiori certezze su tutti gli effetti. Anche AstraZeneca, collaborando con l’Università di Oxford, sembra a buon punto e potrebbe avviare la produzione di massa già a settembre. E’ importante che tante aziende siano coinvolte nello sviluppo del vaccino per garantire un’adeguata numerosità delle dosi disponibili.

La reporting season americana è partita abbastanza bene: con il 10% delle società dell’S&P500 che ha pubblicato i numeri del secondo trimestre la discesa degli utili si attesta a -19%, meglio delle attese degli analisti di circa il 17%. Le banche, fra le prime a riportare, hanno beneficiato dell’ottimo andamento dell’attività di trading ma sono state penalizzate dall’attività tipica bancaria a causa dei maggiori accantonamenti sui crediti che raggiungono i livelli del 2008 (segnale, forse, di scarso ottimismo sul futuro). Mentre Citigroup, JPM, Wells Fargo e BofA hanno una tipologia di business più orientata ai consumatori e al ramo commerciale (quindi più tipicamente bancaria) ed hanno, di conseguenza, sofferto dei default di qualche cliente e degli accantonamenti precauzionali, Goldman Sachs e Morgan Stanley (più investment banks) hanno battuto le previsioni degli analisti grazie all’intensa attività di trading che ha caratterizzato il periodo del lockdown. Bank of America, ad esempio, la seconda banca più grande degli Stati Uniti, è risultata estremamente sensibile all’andamento dell’economia e ha riportato un crollo di utili pari al 52%; per contro Morgan Stanley ha visto utili in aumento del 45% grazie alla divisione trading (soprattutto obbligazionario). Anche da questo punto di vista si nota il distaccamento di Wall Street (indici sui massimi e banche esposte che ben riportano) rispetto a Main Street (economia reale che soffre la recessione e banche commerciali, di conseguenza, in crisi).

Anche J&J pur riportando meglio delle attese ha visto i ricavi ridursi dell’11% e gli utili del 35%.

Fra i dati macroeconomici principali segnaliamo in Cina numeri, nel complesso, buoni anche se con ampi spazi di miglioramento:

  • GDP secondo trimestre: +11.50% trimestre/trimestre, meglio delle attese (+9.6%) e con una crescita che si attesta a 3.2% anno/anno (dopo il -6.8% del trimestre precedente);
  • produzione industriale di giugno: in miglioramento a +4.8% anno/anno dal +4.4% di maggio;
  • vendite al dettaglio di giugno: ancora negative a -1.8% (rispetto ad attese di +0.5%).

A sorpresa, dopo un CdA straordinario venerdì sera, IntesaSanPaolo ha alzato l’offerta per UBI aggiungendo 0.57 euro in cash per ogni azione (per un totale di 652 milioni in più). Dopo che anche l’Antitrust ha dato il via libera all’operazione l’AD Messina, al termine di una serie di negoziazioni con gli azionisti principali (che chiedevano 1 euro in più cash), ha deciso di aumentare l’appeal dell’offerta in modo da ottenere il 66.7% delle adesioni che consentirebbe una fusione senza troppi problemi. Il premio, rispetto ai prezzi del 14 febbraio quando è stata lanciata l’operazione, passa dal 28% al 44.7%. Nei prossimi giorni si riunirà il CdA di Ubi per valutare la nuova offerta (ricordiamo che la vecchia era stata respinta in quanto si riteneva sottovalutasse Ubi di circa 1.1 miliardi di euro).

Per rispettare quanto richiesto dall’Antitrust entro sei mesi ISP dovrà vendere 532 sportelli ex Ubi a Bper e, qualora non dovesse riuscirci, avrà altri sei mesi di tempo per affidarsi ad un intermediario indipendente. Dovesse l’operazione passare con almeno il 2/3 del capitale (66.67%) Ubi non potrebbe sollevare contestazioni alla vendita del ramo d’azienda e sarebbe tutto più semplice.

Le fondazioni CR Cuneo e Banca del Monte di Lombardia hanno già dichiarato che intendono aderire all’offerta con il loro 10%. Considerando anche Cattolica e il Sindacato azionisti di Ubi, si arriverebbe ad un’adesione superiore al 20%. I fondi hanno in mano circa il 40% delle azioni e dovrebbero accettare lo scambio di azioni dopo il rilancio. Sembra quindi facilmente raggiungibile la quota del 50% ma adesso il traguardo è diventato i 2/3 del capitale per la convocazione di un’assemblea straordinaria che approvi la fusione. Ricordiamo che c’è tempo fino al 28 luglio per aderire.

Sul tema ASPI viene meno la minacciata revoca della concessione autostradale ad Atlantia ma si apre invece lo scenario di un aumento di capitale che consentirà a CDP di entrare nella compagine azionaria con una quota del 33% andando, di fatto, a diluire Atlantia (quindi la famiglia Benetton). Si parla di un investimento di CDP fra i 3 e i 4 miliardi di euro con una valutazione implicita di ASPI fra 6 e 8 miliardi (secondo gli analisti di Banca Imi dovrebbe invece valere circa 11 miliardi). La quota di Atlantia scenderebbe sotto il 10% di ASPI ma non dimentichiamo che Atlantia ha in pancia, tra le tante partecipazioni, anche Abertis (che gestisce all’estero il triplo della rete di ASPI) e Telepass (per la quale è attesa la quotazione).

Dalla riunione dei produttori di petrolio è emerso che l’OPEC+ intende aumentare di 1 milione di barili al giorno la produzione a partire dal mese di agosto. I tagli che erano stati fissati a 9.6 milioni di barili la scorsa primavera dovrebbero quindi scendere anche se meno di quanto si ipotizzava nei giorni precedenti all’accordo.

QUESTA SETTIMANA

La principale variabile da monitorare continua ad essere la diffusione della pandemia e quindi i dati sui contagi in quanto il rischio principale per l’economia, ed i mercati, è una seconda ondata (considerato che alcuni stati non sono ancora usciti dalla prima) che metterebbe a serio rischio la debolissima ripresa che si intravede dai dati macro anticipatori.

Negli Stati Uniti, inoltre, l’incapacità di mettere sotto controllo il virus avrebbe una ripercussione negativa sui sondaggi elettorali a sfavore di Trump. Nessun presidente uscente riesce ad essere riconfermato se il paese sta attraversando una recessione e per quanto Trump addossi la colpa alla Cina (e talvolta alla Fed) gli americani gli attribuiranno la responsabilità della gestione inefficiente della pandemia in US.

Lunedì 20 luglio alle ore 16 proseguirà il vertice tra i leader UE per trovare un accordo sul Recovery Fund, in caso contrario potrebbe essere preso un altro mese di tempo. Secondo Christine Lagarde un piano di emergenza ambizioso è preferibile ad un accordo a tutti i costi in tempi rapidi. Sul tavolo ci sono circa 1800 miliardi (di cui 750 per il Recovery Fund) e sarebbe una cifra assolutamente eccezionale e ritenuta indispensabile per una crisi così profonda. L’Olanda vorrebbe entrare nel merito delle politiche di riforma dei paesi UE ma, soprattutto Italia e Spagna, ritengono la richiesta inaccettabile.

La reporting season vedrà protagoniste società pari al 24% dell’S&P500 (per il mercato US) e al 17% dello Stoxx600 (per il mercato europeo). Fra le società che riporteranno i dati del secondo trimestre segnaliamo martedì UBS e mercoledì Tesla.

Giovedì 23 in US verrà pubblicato il dato settimanale sulle richieste di sussidi di disoccupazione (jobless claims), le attese sono per 1.280.000 di richieste da 1.3 milioni della settimana precedente. Gradualmente il dato si sta riducendo: per avere un’idea, dopo essere stato per anni in un intorno di 200.000 richieste alla settimana, a inizio aprile, con il lockdown, è esploso a quasi 6.9 milioni di richieste, adesso sta lentamente ridimensionandosi.

La settimana vedrà la pubblicazione dei dati preliminari PMI per le varie regioni e relativi al mese di luglio: ci si attende una continuazione della ripresa. Negli Stati Uniti le stime portano i numeri sopra la soglia del 50 (punto di demarcazione fra espansione e contrazione economica) sia per il comparto manifatturiero che per quello dei servizi; stessa cosa in Eurozona dove però il dato per il comparto manifatturiero, a causa della Germania, è in ripresa ma rimane inferiore al 50.

CONSIDERAZIONI FINALI E POSIZIONAMENTO LINEE DI GESTIONE

Come anche Jamie Dimon (CEO e chairman di JPM) fa notare, la recessione è molto particolare e l’azione di contenimento e stimolo di Fed e Governo sono state in grado per ora di tamponarne gli effetti che quindi non si sono visti nell’immediato. Il rischio è che se questo non dovesse bastare oltre ad avere un enorme danno nel settore privato avremmo anche una voragine in quello pubblico. Da qui l’aspettativa dei mercati di un intervento sempre presente e massiccio almeno fintanto che non si è sicuri di essere definitivamente fuori dalla crisi.

L’importante ruolo delle banche centrali nel recente rally dei mercati, sia obbligazionari che azionari, è sottolineato anche in un interessante articolo del Il sole 24 ore uscito in settimana. Invece di parlare di bolla (il cui scoppio è temuto da tutti) si dovrebbe parlare di “inflazione finanziaria”: la prima di solito segue un percorso classico (aspettativa di rialzi à contagio/avidità di chi non vuole perdere l’occasione à testardaggine di chi nega che si tratti di una bolla à scoppio della bolla quando sorgono i primi dubbi sulla sostenibilità dei prezzi) ma non prevede come principale attore le banche centrali. Queste ultime di solito non partecipano alla formazione di bolle ma ne causano lo scoppio. Chi invece di solito crea le bolle sono il cosiddetto “parco buoi”. Ma, lasciando per un attimo da parte il mercato azionario, siamo sicuri che il parco buoi abbia partecipato al rally di quello obbligazionario? Siamo sicuri che la gente stia comprando il bund con il rendimento negativo?

Quello che qualcuno definisce bolla ma che l’articolo ritiene si debba considerare inflazione finanziaria deriva dalla liquidità iniettata nel sistema dalle banche centrali. (Le banche centrali acquistano bond (inflazionandone il valore) e immettono nel sistema della liquidità che cerca un parcheggio remunerativo: i bond (soprattutto governativi) sono quasi ai massimi storici (con conseguenti rendimenti ai minimi), le materie prime (vicine ai minimi dagli ultimi 20 anni) sono estremamente legate al ciclo economico ancora debole e così entrano in gioco le azioni che beneficiano ancora della mancanza di alternative (ricordiamoci dell’acronimo coniato l’anno scorso, TINA – There is no alternative). Fintanto che le banche centrali rimarranno impegnate nel sistema (e come detto sopra lo faranno ancora a lungo) i mercati dovrebbero rimanere supportati sia sul lato obbligazionario (con rendimenti minimi) sia su quello azionario (con rendimenti maggiori potenzialmente ma anche più volatili).

La buona performance della maggior parte delle asset class ha consentito alle nostre linee di gestione di guadagnare anche questa settimana. L’unica a soffrire, andando a consolidare una performance comunque molto buona, è la linea Chornos per la maggiore esposizione al mercato americano (soprattutto tech) e al dollaro.

Analisi dei mercati 21.01.2020

Ancora nuovi record per i mercati azionari, questa settimana, con gli indici americani sempre sugli scudi.

Stati Uniti e Cina hanno, finalmente, firmato le 86 pagine della cosiddetta Fase Uno dell’accordo con la quale la Cina si impegna ad acquistare almeno 200 miliardi di dollari aggiuntivi di prodotti americani per i prossimi due anni e gli Stati Uniti faranno marcia indietro su alcuni dazi (modesta riduzione a fronte di una serie di impegni di Pechino). Un po’ di scompiglio è stato generato dalla dichiarazione del segretario americano Mnuchin, secondo cui i dazi sui beni cinesi rimarranno fino al completamento della seconda fase dell’accordo, durante la quale verranno affrontate le questioni relative alla tecnologia e la Cyber-security. L’accordo prevede, ovviamente, delle modalità di risoluzione in caso di inottemperanze oltre alla facoltà di recedere previo preavviso.

Il dipartimento del Tesoro americano, il giorno prima della firma dell’accordo, ha rimosso la Cina dall’elenco dei paesi considerati “manipolatori” della moneta, come segnale di una distensione dei rapporti fra le due potenze che si è riflesso immediatamente sul cambio fra il RMB/USD.

Nel frattempo, fra i dati macroeconomici cinesi pubblicati, vale la pena segnalare la ripresa dell’export, prima volta in cinque mesi, che ha superato le attese degli analisti, gli aggregati monetari di dicembre in accelerazione e il dato sul PIL del terzo trimestre 2019 che segna un +6% annuo. La produzione industriale è in miglioramento così come le vendite al dettaglio. Con gli stimoli monetari e fiscali da parte delle autorità cinesi e un allentamento delle tensioni commerciali, qualche spiraglio di miglioramento nell’economia cinese si sta vedendo e si dovrebbe continuare a vedere.

Source: Bloomberg

In Europa il dato sulla Produzione Industriale delude leggermente le attese, con un rialzo dello 0.2% mese/mese ma mostra un leggero rialzo che si spera continui nel 2020.

Source: Bloomberg

La prima parte della reporting season americana sembra essere andata bene: ha riportato i risultati circa il 10% delle società dell’S&P 500 con una sorpresa complessiva sugli utili superiore al 3%. Alcoa, produttore di alluminio, conferma ricavi in calo rispetto al 2018 ma la nota positiva riguarda la guidance sul 2020, in quanto vede una riduzione dell’eccesso di offerta grazie ad un incremento della domanda globale. Anche le banche hanno registrato utili per il quarto trimestre in crescita e superiori alle attese.

La fame di rendimenti governativi è alla base del boom di ordini sul nuovo BTP a 30 anni, che ha raccolto una domanda record di 47 miliardi. Il titolo prevede una cedola del 2.45%. L’assorbimento delle cospicue emissioni da parte del Tesoro è stato aiutato anche dalla bocciatura, da parte delle Consulta, del referendum sul taglio del numero dei parlamentari che allontana la minaccia di elezioni anticipate.

Intanto, anche MPS ha sfruttato la fase di “bonaccia” dei mercati e l’upgrade di rating da parte di Moody’s, presentandosi sul mercato del debito collocando 400 milioni di un Bond AT1 con cedola 8%, con una domanda che è stata superiore a 925 milioni di euro. Ovviamente, per rendere appetibile il collocamento, l’istituto senese ha dovuto essere più generoso rispetto alle altre due banche che hanno collocato recentemente, UBI 5.875% e Banco BPM 6.125%, ma ha dovuto concedere meno del 10.5% che aveva offerto lo scorso luglio.

Sul fronte cambi si segnala il leggero indebolimento della Sterlina Inglese causato dalle dichiarazioni di membri della Banca Centrale, circa la volontà di tagliare i tassi durante il prossimo meeting, previsto per il 30 gennaio. Attualmente il mercato prezza, con una probabilità del 71%, un taglio di 25 bps che sarebbe giustificato dal generale indebolimento dell’economia. Anomalo, visto il clima positivo sui mercati, il rafforzamento del Franco Svizzero: la motivazione sembra essere legata alle dichiarazioni della Banca Centrale che vorrebbe normalizzare i tassi rialzandoli.

Source: Bloomberg

In Russia il Rublo, dopo avere toccato il suo massimo da inizio 2018, 60.8870 contro dollaro, si è indebolito a causa delle dimissioni del Governo e del premier Medvedev: sembra che il Premier voglia favorire le riforme costituzionali, annunciate da Putin durante il discorso alla nazione, riguardo il passaggio del potere di scelta del primo ministro dal Presidente al Parlamento.

QUESTA SETTIMANA

Con la firma dell’accordo Cina-Stati Uniti, la disputa commerciale tra i due paesi è passata ovviamente in secondo piano. Non che la questione sia definitivamente risolta (sappiamo bene che si tratta di un tema di lungo periodo) ma almeno la minaccia di un rallentamento economico viene alleviata.

Ora bisogna stare attenti alle negoziazioni tra Europa e Stati Uniti e ai relativi dazi. In sospeso ci sono ancora quelli sulle auto e un possibile incremento di quelli sui generi alimentari, tema che tocca molto l’Italia.

Sappiamo bene che, in generale, la crescita economica è stata sostenuta dai consumi, soprattutto negli Stati Uniti, in quanto la componente relativa agli investimenti ha sofferto l’incertezza economica legata soprattutto alla guerra commerciale. Se negli Stati Uniti Trump cerca di sostenere ancora i consumi per l’evidente impatto positivo sulla campagna elettorale, con la proposta di taglio delle tasse alla middle-class, in Europa ci si deve giocare la carta degli investimenti con una Commissione Europea, ed anche la Banca Centrale, orientata al tema “green”. Per questo motivo sarà interessante ascoltare la conferenza stampa della Lagarde, per capire se esiste una strategia di coordinamento tra politica monetaria e politica fiscale che si concretizzi del Green Deal.

In generale i Governi, quest’anno, saranno incentivati a formulare programmi di investimento per raggiungere l’obiettivo di “emissioni zero” entro il 2050 e tenderanno ad emettere green-bond nel 2020. Il Tesoro italiano, secondo fonti interne, potrebbe seguire pertanto l’esempio della Germania e lanciare il primo bond sostenibile entro la fine dell’anno.

Ribadiamo quindi che la politica monetaria è accomodante e tale rimarrà ancora per un po’. La politica fiscale potrebbe esserlo ancora negli Stati Uniti, soprattutto se passerà il taglio delle tasse, e potrebbe diventarlo in Europa, grazie al tema degli investimenti. Gli asset rischiosi, quindi, continuano ad essere supportati nel breve da TINA (there is no alternative) e nel medio/lungo termine dalle aspettative di ripresa della crescita economica.

Analisi dei mercati del 17.12.2019

Il primo importante appuntamento settimanale lo abbiamo avuto con la Banca Centrale Americana, che ha deciso di mantenere, come da attese, i tassi invariati a 1.50%-1.75%. I tassi nel corso del 2019 sono stati tagliati tre volte e si è ritenuto opportuno non variarli e dichiarare, all’unanimità, che rimarranno invariati per tutto il 2020. La politica monetaria attuale è ritenuta appropriata, anche se il board continuerà a monitorare l’evoluzione della situazione soprattutto relativamente agli sviluppi globali e all’inflazione. La “dot plot”, ovvero la rappresentazione delle stime sul livello dei tassi da parte dei membri del FOMC, vede solo 4 membri su 17 propendere per un rialzo nel 2020, mentre per il 2021 la mediana indica un rialzo così come per il 2022. Le stime di crescita economica americana per il 2019 sono rimaste invariate a 2.2% e quelle per il 2020 a 2%. Nonostante gli sviluppi e i rischi globali le prospettive economiche sono considerate favorevoli.

Giovedì i riflettori erano puntati sul primo consiglio della BCE presieduto dalla francese Christine Lagarde. Anche in questo caso non erano attese variazioni dei tassi che, difatti, sono stati confermati agli attuali livelli. La politica monetaria è stata confermata espansiva, anche se si intravede un miglioramento del quadro macro. A gennaio partirà il processo di revisione della strategia della BCE, che durerà probabilmente tutto l’anno e riguarderà sia la “price stability” che le tematiche ambientali. Le stime di crescita sono passate da 1.1% a 1.2% per il 2019 e da 1.2% a 1.1% per il 2020 confermando poi a 1.4% la crescita per il 2021 e per il 2022. Inflazione attesa stabile a 1.2% questo anno, 1.1% l’anno prossimo e 1.4% e 1.5%, rispettivamente per il 2020 e 2021.

Sempre in tema di banche centrali, citiamo anche la Swiss National Bank che ha lasciato i tassi invariati a -0.75%, ribadendo che i tassi negativi sono l’unico modo per tenere sotto controllo la valuta e aiutare l’economia. Si tratta del quinto anno di tassi negativi, che si trovano al livello più basso del mondo.

Le banche centrali, quindi, hanno confermato la loro “stance” espansiva ma non hanno aggiunto nulla di nuovo a quanto già atteso dai mercati.

La vera svolta è arrivata, però, giovedì con i tweet di Trump, in tema di un possibile “grande accordo” con la Cina. Secondo il Wall Street Journal, gli Stati Uniti avrebbero potuto tagliare del 50% i dazi attualmente presenti e cancellare quelli nuovi previsti per domenica. Dopo una serie di tweet ambigui di Trump, che hanno destabilizzato un po’ i mercati, venerdì è arrivata la conferma da parte del vice ministro al commercio cinese, che ha annunciato il raggiungimento dell’accordo per chiudere la “fase uno” delle negoziazioni. Il risultato immediato si è avuto domenica quando non sono scattati i dazi americani su 160 miliardi di dollari di prodotti cinesi e, quindi, i contro-dazi del 25% che la Cina avrebbe imposto come rappresaglia. L’accordo prevede misure legate al rafforzamento della proprietà intellettuale, al trasferimento forzoso delle tecnologie, all’acquisto di prodotti agricoli e alimentari, all’apertura del mercato dei servizi finanziari, alla promozione degli scambi commerciali e alla trasparenza della normativa. Il responsabile del commercio americano, Robert Lighthizer, ritiene che l’accordo potrà essere firmato definitivamente a gennaio. Secondo Trump la riduzione dei dazi sarà alla base della fase due, che partirà subito dopo la firma della fase uno. Si stima che l’accordo raggiunto farà aumentare di 200 miliardi di dollari gli scambi commerciali fra USA e Cina nei prossimi due anni, gran parte dei quali legata ai beni agricoli.

L’altro evento che ha dato una notevole spinta ai mercati e al sentiment degli investitori, si è avuto venerdì mattina con il risultato delle elezioni in UK: i conservatori di Boris Johnson hanno ottenuto una larga maggioranza. Molto probabile quindi la Brexit sarà, finalmente, attuata il 31 gennaio, con un periodo transitorio che durerà fino alla fine del 2020. Il successo dei conservatori conferma che l’intenzione del popolo britannico è ancora quella del referendum del 2016, ovvero l’uscita dall’Unione Europea. Per contro, però, si è avuta la conferma che Scozia e Irlanda del Nord osteggiano la Brexit e vorrebbero continuare a fare parte della UE. La legge prevede che entrambi i paesi possano chiedere a Johnson il via libera ad un nuovo referendum sull’indipendenza, dato che spetta al Governo di Londra autorizzare il voto. Si apre, pertanto, una fase delicata per la Gran Bretagna sia per la trattativa con la UE, circa l’intesa sui futuri rapporti fra i due blocchi, sia per il rischio di disgregazione del Regno Unito.

In settimana, inoltre, sono stati pubblicati una serie di dati macroeconomici in Cina: i prezzi al consumo, CPI, hanno toccato il massimo degli ultimi otto anni mentre quelli alla produzione, PPI, rimangono in territorio negativo, segnalando che a livello manifatturiero persistono i rischi derivanti dalla guerra commerciale. Bisogna osservare che la salita del CPI è da imputare soprattutto alla componente alimentare, in particolare ai prezzi della carne di maiale che sono saliti notevolmente per un problema di epidemia negli allevamenti. Positivi i dati relativi agli aggregati monetari, sui quali si sta trasmettendo la politica monetaria. Speriamo che il passaggio successivo sia legato ad un aumento dell’attività economica.

Souce: Bloomberg

In Europa segnaliamo la pubblicazione dello Zew tedesco, che batte le aspettative grazie alla componente coincidente. Ricordiamoci che si tratta di una survey dedicata ad analisti e operatori finanziari, pertanto tende ad essere influenzata dall’andamento dei mercati.

Infine, debutto positivo per l’IPO di Saudi Aramco, che in tre giorni di negoziazioni ha guadagnato quasi il 17%, raggiungendo una capitalizzazione di due mila miliardi di dollari. Consideriamo che il flottante è molto basso, circa 1.5%, e che la quotazione è limitata alla borsa saudita, pertanto, in larga parte in mano a istituzioni locali legate anche al governo.

La settimana si è chiusa in modo positivo per la maggior parte degli asset finanziari, con molti indici azionari sui massimi storici. Gli asset emergenti (equity, bond e valute) hanno sovra-performato grazie al miglioramento del sentiment e al marginale deprezzamento del dollaro americano. Bene anche gli asset UK, che hanno beneficiato dell’esito delle elezioni.

QUESTA SETTIMANA

Dopo una settimana, come quella appena trascorsa, ricca di eventi che hanno condizionato l’andamento dei mercati, quella che si apre oggi dovrebbe essere più tranquilla.

I dati pubblicati in Cina sono stati positivi e fanno ben sperare sul fatto che gli sforzi per fare ripartire la crescita stiano iniziando a funzionare: la produzione industriale è cresciuta del 6.2%, verso attese di +5% e dato precedente +4.7%, e le vendite al dettaglio sono salite dell’8%, verso attese di 7.6% e dato precedente di 7.2%.

Sempre questa mattina sono stati pubblicati in Europa i dati PMI preliminari di dicembre: in generale assistiamo ad un miglioramento di quelli relativi al settore dei servizi ma ad un peggioramento di quelli relativi al settore manifatturiero. Mercoledì in Germania verrà pubblicato l’IFO tedesco, le attese sono per un miglioramento del dato in entrambe le componenti, current assessment e expectations.

Souce: Bloomberg

Fra le banche centrali segnaliamo che giovedì ci sarà la riunione della BOJ, livello attuale dei tassi -0.10%, della Risksbank, banca centrale svedese, ci si attende un rialzo di 0.25% a 0%, e della BOE, banca centrale inglese, non sono attese variazioni del tasso che dovrebbe rimanere a 0.75%.

Infine, venerdì avremo terza stima del GDP US atteso salire a 2.1% nel 3Q.

Venerdì in Gran Bretagna i deputati cominceranno ad esaminare l’accordo di recesso concordato con la UE, che dovrebbe essere approvato in tempi brevi e senza intoppi. I passaggi successivi saranno i seguenti: entro il 31 gennaio il Regno Unito uscirà dall’Unione Europea, restandone “associato” fino al 31 dicembre con pieno accesso al mercato unico ma senza poter partecipare al processo decisionale comunitario. Durante questi mesi Londra e Bruxelles negozieranno l’intesa, che regolerà i rapporti fra i due blocchi. Entro il primo luglio, e solo per una volta, può essere chiesto di allungare il periodo di transizione per massimo due anni. L’obiettivo dell’Unione Europea è di raggiungere un accordo che preveda “zero quote, zero dazi, zero dumping”. Il rischio è che, in virtù del risultato elettorale, Johnson possa considerarsi legittimato a seguire una linea più dura, arrivando perfino ad una no-deal brexit; l’obiettivo sarebbe quello di ottenere, come promesso da Trump, un grande accordo commerciale con gli Stati Uniti.

La scorsa settimana sono cessate, o meglio sono state parzialmente superate, due grosse incertezze che pesavano sui mercati e la reazione immediata è stata molto forte. Nonostante i mercati azionari fossero sui massimi, la probabile risoluzione della Brexit con un accordo con la UE e un rilassamento delle tensioni fra Cina e Stati Uniti hanno dato un’ulteriore spinta agli indici azionari.

Le incertezze hanno pesato in due modi: 1) sull’economia, dato che hanno frenato gli investimenti e provocato un brusco rallentamento del settore manifatturiero; 2) sui mercati, perché nonostante le performance decisamente molto buone il 2019, fino ad ora, è definito come l’anno del bull-market meno “partecipato” dagli investitori. L’azione delle banche centrali, così come ha penalizzato la fine del 2018, ha rappresentato una grossa spinta sia per i mercati obbligazionari sia per i mercati azionari.

Come abbiamo sempre detto è ora opportuno che diminuiscano le incertezze, soprattutto legate al commercio mondiale, e riparta l’attività economica, in modo tale da generare gli utili necessari per il sostegno delle quotazioni azionarie. Le banche centrali continueranno ad essere espansive. In questo modo potremmo goderci l’ultima fase di un ciclo espansivo, che non sembra ancora giunto al capolinea.

Analisi dei mercati del 10.12.2019

E’ stata una settimana movimentata per i mercati, soprattutto a causa delle dichiarazioni di Trump. Il presidente USA ha prima annuncia il ripristino dei dazi sui metalli per Argentina e Brasile, accusati di avere valute troppo deboli, poi minaccia di imporne altri sulle merci francesi in risposta alla “digital tax”, istituita a luglio e considerata un danno elevato per le aziende americane, ed infine, dichiara che non ha alcuna scadenza in merito ai negoziati con la Cina, prorogabili anche dopo le elezioni presidenziali del 2020.

La Francia risponde a tono dichiarandosi pronta a reagire, mentre altri paesi, come l’Italia, temono le stesse misure. La Cina da un lato annuncia che pubblicherà a breve l’elenco delle “entità non affidabili”, che, come indicato a maggio, potrebbero subire sanzioni, poi, con più calma, dichiara che la prima fase dell’accordo potrebbe concludersi entro il 15 dicembre.

A tutto ciò si è aggiunto pure il leader nord-koreano Kim Jong Un, che pretende offerte migliori per la denuclearizzazione della penisola. Trump, ovviamente, non teme di dovere usare la forza in caso di escalation delle tensioni.

Venerdì il report sul mercato del lavoro americano, estremamente brillante, ha consentito agli indici azionari di recuperare e chiudere la settimana intorno alla parità.

Il Renminbi, la divisa cinese, ha dimostrato ancora una volta la sua funzione di barometro delle tensioni, indebolendosi a metà settimana per poi recuperare sul finale.

Fra i vari dati macroeconomici usciti in settimana, segnaliamo i PMI manifatturieri in miglioramento per diversi paesi, come Cina, Francia, Germania, UK, USA, e in leggero indebolimento per Italia, livello minimo da maggio. I PMI servizi, anche se in territorio di espansione, ovvero sopra 50, hanno mostrato un leggero indebolimento. In generale, si conferma una convergenza tra le due componenti degli indici di fiducia delle imprese. Ciò ha portato ad una stabilizzazione, leggero miglioramento, del dato aggregato. Come sintesi segnaliamo PMI composite per Eurozona che passa da 50.3 a 50.6 e per US che passa da 51.9 a 52.

Data source: Bloomberg

Gli occhi degli investitori erano puntati sul report relativo al mercato del lavoro americano pubblicato venerdì. I dati sono stati molto forti, con il tasso di disoccupazione tornato al minimo degli ultimi 50 anni, 3.5%, i nuovi occupati che salgono di 266.000 unità, sopra le aspettative di 180.000, e i salari orari che salgono del 3.1% anno su anno. In questo modo l’inflazione salariale dovrebbe continuare a sostenere i consumi.

Data source: Bloomberg

I factory orders tedeschi, invece, deludono le aspettative, scendendo del 5.5% anno su anno, contro le attese di -5%, così come la produzione industriale, -5.3% contro le attese di -4.5% anno su anno. L’attività industriale tedesca rimane debole e questo fattore potrebbe giocare a favore della proposta dell’SPD di un aumento degli investimenti pubblici pari all’1.3% del GDP, anche a costo di non rispettare la politica di pareggio del bilancio.

Positiva è la notizia proveniente dal Giappone circa il possibile pacchetto fiscale di 13 trillion di Yen, 120 miliardi di dollari, a sostegno dell’economia. A ottobre risulta che i consumi giapponesi si siano ridotti per la prima volta in quasi un anno, a causa dell’aumento delle imposte sulle vendite.

Christine Lagarde, davanti alla Commissione Affari Economici e Monetari del Parlamento Europeo, si è dichiarata determinata nel perseguire l’obiettivo di inflazione, come da mandato BCE, ma ha anche affermato che non può trascurare altri temi quali la crescita, l’occupazione, i mercati finanziari e i cambiamenti climatici. Ha pertanto deciso di effettuare una revisione, la prima dal 2003, degli obiettivi della Banca Centrale e degli strumenti a disposizione, indicando che i cambiamenti climatici avranno uno spazio importante. L’approccio delle imprese a questo tema dovrà essere considerato nel programma di acquisti dei titoli da parte della BCE, con l’obiettivo di eliminare, gradualmente, dal portafoglio i bond di imprese “carbon intensive”.

Fra le banche centrali riunitesi in settimana segnaliamo la Banca Centrale Australiana, che ha lasciato i tassi invariati al minimo storico di 0.75%, rimanendo aperta ad ulteriori tagli se necessario. La Bank of Canada, che ha lasciato i tassi invariati a 1.75%, intravedendo segnali di stabilizzazione della crescita nonostante le incertezze commerciali.

In Italia proseguono le tensioni all’interno del governo, soprattutto relativamente alla riforma del MES, fondo salva-stati, la cui firma è stata rimandata da dicembre al primo trimestre del 2020.

Moody’s, nel frattempo, ha alzato l’outlook per le banche italiane da “negativo” a “stabile”, grazie alla continua diminuzione dei crediti deteriorati, che comunque all’8% sono in media il doppio rispetto alla media europea, e alle migliori condizioni di finanziamento, minore spread e quindi minori costi che migliorano i ratio patrimoniali.

Durante il vertice OPEC di Vienna, la Russia e i Paesi produttori guidati dall’Arabia Saudita, hanno deciso di tagliare la produzione di ulteriori 500.000 barili al giorno nel primo trimestre del 2020. Qualche ministro ha chiesto un taglio maggiore, nel timore che la domanda debole possa essere ancor più debole e tale da generare un eccesso di offerta.

La settimana si è quindi conclusa con poche variazioni, nonostante la volatilità infrasettimanale: degno di nota il rialzo della sterlina inglese che beneficia dei sondaggi elettorali e che porta debolezza al listino azionari, a causa della composizione molto export-oriented. I rendimenti obbligazionari governativi sono leggermente saliti, soprattutto in Italia a causa delle tensioni governative.

QUESTA SETTIMANA

La settimana che è appena iniziata sarà molto importante, in quanto densa di eventi che potrebbero determinare le sorti dei mercati per il fine anno.

In tema di politiche monetarie segnaliamo le riunioni di tre banche centrali:

– mercoledì 11 dicembre si riunirà la Fed: i tassi non dovrebbero cambiare, nonostante le rinnovate pressioni di Trump, dall’attuale 1.75%, dopo il taglio di 25bps del mese scorso. Dovrebbe essere confermata la fase di pausa sui tassi votata a fine ottobre. La Fed ha tagliato tre volte i tassi nel 2019 e non intende muoverli ulteriormente, se non in presenza di un “material change” dell’economia;

– giovedi 12 dicembre toccherà alla BCE con la prima riunione presieduta da Christine Lagarde: attesi tassi invariati a 0% e tasso sui depositi a -0.50%. All’interno del board i nuovi candidati sembrano essere più rigidi sul tema dei tassi negativi, sottolineando come, andando avanti, gli effetti collaterali potrebbero controbilanciare quelli positivi. Verranno fornite le nuove stime di crescita e inflazione per l’Area Euro;

– sempre giovedì si riunirà anche la Swiss National Bank, che è attesa mantenere i tassi invariati al minimo storico di – 0.75%.

Giovedì 12 dicembre ci saranno le elezioni in UK per il rinnovo del Parlamento: i sondaggi sembrano essere a favore dei conservatori e questo rappresenterebbe il migliore scenario per gli asset finanziari britannici, in quanto permetterebbe una Brexit, come concordato con l’Unione Europea, a gennaio. Scenari alternativi, ovvero una vittoria dei laburisti o il cosiddetto “hung parliament”, senza una chiara maggioranza, sarebbero visti negativamente dai mercati perché prolungherebbero il clima di incertezza.

Domenica 15 dicembre dovrebbe entrare in vigore l’ultima tranche di dazi USA su prodotti cinesi, 15% su 160 miliardi. In questo modo, la totalità dell’import cinese sarebbe soggetta alle tariffe americane e si andrebbero a colpire proprio i beni più venduti durante la stagione natalizia, ovvero giocattoli e smartphone. La convinzione dei mercati è che i dazi verranno posticipati e si porterà a termine la fase uno dell’accordo. Ovviamente, in caso contrario, si entrerebbe in un momento molto incerto e volatile per i mercati e si tornerebbe a parlare di rischio recessione economica.

In settimana la Cina pubblicherà i dati su money supply, loans e inflazione CPI e PPI: si tratta di dati importanti che indicano quanto gli stimoli di politica monetaria si trasmettono alla massa di moneta in circolazione. Questi sono indispensabili per il recupero dell’attività economica.

Martedì in Germania verrà pubblicato lo ZEW, indice di fiducia sul futuro dell’economia tedesca. L’economia tedesca è fondamentale che esca dalla fase di stallo in cui si trova.

Infine, mercoledì partirà la quotazione di Saudi Aramco sulla borsa saudita, prezzo IPO fissato a 32 SAR, e l’OPEC pubblicherà l’Oil Market Report, che fornisce stime su domanda e produzione di petrolio.

Come ciclicamente succede, si torna a parlare di Eurobond per finanziare direttamente i governi e fare, finalmente, ripartire gli investimenti.

La consapevolezza che le banche non sono in grado di trasferire l’enorme liquidità al sistema e con i due nuovi vertici delle principali istituzioni europee, BCE e Unione Europea, allineate sul tema, gli Eurobond potrebbero essere realizzati e i proventi utilizzati laddove sono necessari. Si tratta di un tema su cui in Europa si dovrebbe riflettere.

Intanto le banche centrali continuano a regalare tempo al ciclo economico, evitando di fare temere rialzi dei tassi o restrizioni nei bilanci e lo spettro della recessione sembrerebbe lontano, almeno per gli Stati Uniti in virtù della forza dei dati usciti. Qualora anche gli eventi cardine della settimana, come la decisione sui dazi e elezioni UK, non dovessero regalare sorprese negative, potremmo godere di un’ulteriore fase positiva di un ciclo economico che ormai è il più lungo della storia, 11 anni. Ricordiamo che tale ciclo economico era dichiarato essere arrivato a fine corsa già tre anni fa. Questo dimostra come guardare alla storia e alle statistiche passate, sebbene sia corretto per fare analisi, rischia di essere fuorviante se non si è in grado di contestualizzare la fase che si sta vivendo cercando di capire le differenze rispetto al passato.

Analisi dei mercati del 03.12.2019

Con la scorsa settimana si è concluso un mese decisamente positivo per i “risky assets”: i mercati azionari hanno guadagnato circa il 3% mentre gli obbligazionari governativi sono scesi, con rendimenti saliti ovunque, soprattutto nella periferia europea. Il dollaro americano e la sterlina inglese hanno guadagnato più di un punto percentuale. Il dollaro si è apprezzato in virtù dei buoni dati macroeconomici mentre la sterlina per i sondaggi elettorali favorevoli.

Andando nello specifico, dell’ultima settimana segnaliamo il buon andamento degli indici americani, soprattutto il Russel 2000 con le small-cap che stanno recuperando rispetto alla big. La sterlina ha raggiunto il livello massimo degli ultimi sei mesi su attese di una vittoria dei conservatori alle prossime elezioni, che consentirà di realizzare il piano di uscita dall’Unione Europea, concordato tra Johnson e Bruxelles, evitando una no-deal Brexit.

Source: Bloomberg

Rimanendo in tema elettorale, negli Stati Uniti Michael Bloomberg ha ufficialmente annunciato la sua candidatura alle presidenziali americane, correndo tra le fila dei democratici. Ha dichiarato che non accetterà donazioni e rinuncerà allo stipendio se eletto. La notizia della sua candidatura è positiva perché riduce le possibilità di elezione dei due candidati meno “market friendly” ovvero la Warren e Sanders.

Negli Stati Uniti i dati macroeconomici confermano la forza dell’economia: il Pil del terzo trimestre, seconda stima, segna un miglioramento a 2.1%, da 1.9% della stima precedente. Continuano a crescere i consumi ad ottobre, con un +0.3% come da attese, e sorprendono positivamente gli ordini di beni durevoli, che erano attesi in calo e invece sono saliti di 0.6%. L’inflazione rimane sotto controllo con il PCE deflator, misura di inflazione preferita dalla FED, che sale di 1.3% ad ottobre, contro le attese di 1.4%. Anche secondo il Beige Book, ovvero il report che analizza i dati, raccolti fino a metà novembre per il prossimo meeting della FED, pubblicato mercoledì sera, l’economia mondiale continua a espandersi a ritmo “moderato”, in linea con il mese precedente, e sostenuto da consumi stabili o in leggero aumento.

Source: Bloomberg

Come anticipato la settimana scorsa, visto l’ampio consenso nel Congresso circa la questione di Hong Kong, il presidente Trump non si è potuto astenere dal firmare la legge “Hong Kong human rights and democracy act”. Lo ha però fatto, in modo astuto, il giorno prima della chiusura delle borse americane per le festività del Thanksgiving (forse per evitare un impatto immediato e lasciare un po’ di tempo ai mercati per digerirla?). Ovviamente, la mossa ha “irritato” Pechino che minaccia ritorsioni nel caso gli Stati Uniti continuino ad interferire sul tema della democrazia di Hong Kong.

Passando al nostro continente, segnaliamo che mercoledì 27 il Parlamento Europeo ha votato la fiducia alla nuova Commissione Europea, presieduta da Ursula Von der Leyen, che entrerà in carica il primo di dicembre. Nel discorso la Presidente ha citato le sfide che l’Europa dovrà affrontare, che vanno dalla rivoluzione digitale alla trasformazione climatica. Ha annunciato a breve un piano di mille miliardi di euro in un “Green New Deal”, con l’obiettivo di creare una politica industriale europea veramente federale e non data dalla somma delle singole politiche nazionali. Nella Commissione, per la prima volta, non ci sarà un rappresentante per ogni paese membro dato che il Regno Unito ha deciso di non essere rappresentato.

In Italia continua il dibattito sul MES (o ESM o “fondo salvastati”), con il Movimento 5 stelle che preme affinché vengano apportate delle modifiche alla riforma; il Ministro dell’Economia Roberto Gualtieri ritiene che il trattato verrà firmato, molto probabilmente, in febbraio e non ci sono, attualmente, le condizioni per riaprire il negoziato, anche perché sarebbe considerato negativo per l‘Italia non sottoscrivere la riforma.

A livello societario segnaliamo Unicredit che, dopo avere “dismesso” Pioneer, Pekao, Fineco e Mediobanca, si appresta a uscire dalla Turchia sciogliendo la joint venture con Koc Holding e cominciando a ridurre la partecipazione in Yapi ve Kredi Bankasi, dall’attuale 42%, al circa 30%. Attualmente, in base ai principi contabili prudenziali, Unicredit deve utilizzare, prima della svalutazione, una quantità importante di capitale regolamentare per la quota in Yapi. Una cessione del 20% di Yapi migliorerebbe il capital ratio di circa 60bps e consentirebbe a Mustier di avviare il piano di buyback che ha in mente da tempo.

Oggi la presidente della Banca Centrale Europea, Christine Lagarde, testimonierà davanti alla Commissione Affari Economici e Monetari del Parlamento Europeo. Come sempre, gli occhi sono puntati su possibili spunti relativi alla politica monetaria. In settimana si avranno due riunioni di banche centrali: martedì la Reserve Bank of Australia, con un’attesa di tassi invariati al minimo storico al 0.75%, e mercoledì la Bank of Canada, con tassi attesi invariati a 1.75%.

Sempre per testare lo stato dell’economia e valutare segnali di stabilizzazione o ripresa del ciclo, durante la settimana verranno pubblicati i dati sui PMI in vari paesi. Abbiamo iniziato con quelli cinesi, sia elaborati dall’agenzia pubblicache da quella privata Caixin: entrambi segnalano un deciso miglioramento dell’attività economica, con la componente “new export orders” che sale al livello più alto degli ultimi sette mesi, rimanendo tuttavia in contrazione a 48.8, e la componente manifatturiera che si riporta in territorio di leggera espansione.

In leggero miglioramento anche gli indici di fiducia dei paesi europei per il mese di novembre: il dato aggregato manifatturiero passa da 46.6 a 46.9. A livello geografico il dato italiano è debole a 47.6, mentre si conferma forte quello francese a 51.7. La Germania, piano piano e restando in territorio di contrazione, risale a 47.6.

Il PMI manifatturiero americano, atteso stabile a 52.2, e l’ISM a 48.1.

QUESTA SETTIMANA

In Europa martedì si riunirà l’Ecogruppo per discutere della riforma del MES e dell’unione bancaria mentre mercoledì i ministri delle finanze dell’Area Euro si incontreranno a Bruxelles.

Giovedì verrà pubblicato il dato sul PIL dell’Area Euro e i Factory orders in Germania.

Venerdì la settimana si concluderà con il report sul mercato del lavoro americano: il tasso di disoccupazione è stimato stabile a 3.6% mentre è attesa una crescita dei nonfarm payrolls (libri paga).

Giovedì partirà la due giorni di meeting OPEC a Vienna. Il mercato petrolifero è stimato andare in surplus durante il 2020 ma non necessariamente questo comporterà un taglio della produzione. Ci si aspetta solo una breve proroga, da marzo a giugno, degli attuali tagli. Sempre giovedì verrà fissato il prezzo dell’IPO di Saudi Aramco. L’obiettivo del governo saudita è di raccogliere più di 25 miliardi di dollari attraverso la vendita di una quota dell’1.5% del più grosso produttore al mondo di petrolio, valutato tra 1.6 e 1.7 trillions USD.

Si avvicina la data del 12 dicembre, che prevede l’introduzione dei nuovi dazi americani sui beni cinesi, e rimane quindi estremamente importante monitorare gli sviluppi sul fronte USA-Cina.

Il paradosso dei tassi negativi, oltre ai risvolti negativi per le banche, le assicurazioni e i clienti, scatena considerazioni di più alto livello per le implicazioni che crea sulle generazioni future. Gli Stati che emettono obbligazioni a rendimento negativo generalmente ad un prezzo sopra la pari, pagando la cedola, più o meno alta, e rimborsano a 100 dopo un certo numero di anni: il risultato è un profitto di emissione che confluisce nel bilancio pubblico invece di essere diluito nel tempo. Maggiore è la cedola, maggiore è il profitto immediato, in quanto il prezzo di emissione sarà molto sopra la pari. Si tratta un tema che dovrebbe essere più attentamente considerato, dato che danneggia le generazioni future. Si stima che in questo modo la Germania sia in grado di “gonfiare” il bilancio statale di 7.5 miliardi di euro, avendo la curva con rendimenti negativi fino a oltre 20 anni. L’unica eccezione è l’Austria che preferisce contabilizzare, correttamente, gli utili su più esercizi.

Inizia ora l’ultimo mese dell’anno e mentre i mercati azionari continuano a prezzare una crescita, seppur modesta, dell’economia, quelli obbligazionari prezzano una recessione, anche se in misura minore rispetto ad un paio di mesi fa. La verità è che, come sottolinea Barclays nel suo outlook 2020, nonostante il rally azionario, il 2019 non si può definire un anno da “bull market”. Il sentiment degli investitori non è euforico e i rendimenti obbligazionari sono estremamente bassi.

Il posizionamento, la migliore valutazione relativa ai bond e la stima di una ripresa degli utili sono i principali elementi a supporto all’asset-class azionaria anche in questa ultima parte dell’anno. Il cauto atteggiamento degli investitori potrebbe anche essere legato al timore che si possa ripetere il crollo dei mercati che ha caratterizzato l’ultimo mese del 2018.

Questo è il periodo in cui tutte le case di investimento e di asset management si apprestano a fornire il proprio outlook per il 2020: in generale, come dall’esempio citato di Barclays, si predilige l’azionario e qualche nicchia di obbligazionario (es. paesi emergenti).

Le considerazioni a supporto dell’equity, oltre alla mancanza di alternative profittevoli e convenienti, è rappresentato da uno scenario non di recessione ma di crescita, modesta, supportata da una politica monetaria che rimane espansiva e da una politica fiscale che deve esserlo. Su quest’ultimo punto il grande ostacolo, in Europa, è rappresentato dalla Germania, tuttavia, si parla sempre di più di “green new deal” e del fatto che la più ampia presenza di partiti “verdi” e la maggiore sensibilità alle tematiche ambientali rende possibili e più probabili investimenti di questo tipo. La BEI ha, recentemente, deciso di non finanziare più investimenti “energivori”; inoltre, le due donne alla guida delle due principali istituzioni europee, la tedesca Ursula Von der Leyen, Presidente della nuova Commissione Europea, e la francese Christine Lagarde, Presidente della BCE, spingono in questa direzione. Speriamo.