Analisi dei mercati del 18.02.2020

Ottimo andamento dei mercati azionari, durante le ultime due settimane, nonostante i continui aggiornamenti sugli sviluppi del coronavirus e l’aumento del numero di vittime e contagiati.

La Fed, e in generale le banche centrali, monitorano costantemente i potenziali effetti economici della pandemia cinese e si dichiarano disponibili a intervenire, se necessario; di conseguenza, gli investitori ritengono lecito attendersi tassi di interesse ancorati, per parecchio tempo, a bassi livelli.

Inoltre, negli Stati Uniti, chiusosi il tema dell’impeachment di Trump (bocciato dal Senato), sembra che la popolarità dell’attuale presidente sia in ripresa e che i principali antagonisti (soprattutto quelli più estremi) non siano così forti nei sondaggi.

Tutto ciò ha consentito ai mercati azionari (soprattutto nei settori più “growth”) di performare decisamente bene. Anche il segmento più “equity-like” dell’obbligazionario, ovvero gli high yield, ha beneficiato del buon sentiment mentre, in ambito governativo, i rendimenti sono rimasti complessivamente stabili. Segnaliamo la continua compressione dei rendimenti dei governativi italiani e greci (il decennale greco è sceso sotto l’1%) segno che gli investitori continuano ad investire dove rimane un minimo rendimento positivo.

In ambito valutario l’euro si è indebolito rispetto alle principali valute, soprattutto verso US dollar e valute emergenti, a causa sia dei flussi a favore del mercato azionario e obbligazionario americano (considerati più sicuri in caso di scenari avversi), sia perché l’euro è sempre più considerato una funding currency.

La Cina, oltre alle misure di politica monetarie messe in campo, aggiunge il taglio dei dazi su 75 miliardi di dollari di prodotti americani a partire dal 14 febbraio.

Intanto l’agenzia Moody’s ha rivisto al ribasso le stime di crescita per la Cina per questo anno da 5.7% a 5.2%.

All’ormai famoso coronavirus è stato assegnato un nome: Covid19 (ovvero CO-corona, VI-virus, D-desease “malattia”, 19- anno). La Cina ha modificato la metodologia di calcolo degli infettati/deceduti (che ora include anche i casi di pazienti negativi al test ma con sintomi di sofferenza polmonare) ma il mercato sembra focalizzarsi sulla stabilità del tasso di mortalità (2%) e sulle misure a sostegno adottate dalla Banca Centrale e dal Governo cinese. L’incertezza, inoltre, mantiene ferme le altre banche centrali e i mercati festeggiano nonostante i diversi warning che arrivano da vari settori fra i quali quello del lusso, dell’auto e del turismo. Finché non si vedrà la fine della pandemia è difficile fare stime e previsioni sull’impatto economico e sugli utili aziendali: per ora, l’ipotesi di base è di un picco dell’epidemia nel primo trimestre con ricadute limitate a livello mondiale.

Positivi i dati finali di gennaio di fiducia delle imprese: il dato aggregato di Eurozona sale marginalmente a 47.9 (da 47.8) ma sorprende in positivo la componente italiana (48.9 da 46.2). In miglioramento anche il PMI US (da 51.7 a 51.9) ma soprattutto l’ISM manufacturing che si riporta in fase di espansione a 50.9 (da 47.8).

In Germania è stato pubblicato il PIL per il quarto trimestre (0%) che ha evidenziato una situazione di stagnazione causata dal debole contributo di investimenti e consumi, esattamente come per il PIL dell’Eurozona che, nella seconda stima, cresce al ritmo di 0.9% anno/anno (0.1% trimestre/trimestre).

La Banca Centrale Australiana ha mantenuto, come atteso, i tassi stabili ai minimi storici (0.75%) dichiarando che dovranno restare bassi per un lungo periodo al fine di raggiungere la piena occupazione e il target di inflazione. Nonostante le buone stime di crescita dell’economia (2.75%-3%) le prospettive per il 2020 rimangono caute a causa degli impatti degli incendi boschivi e del coronavirus. Da notare che le survey sono state condotte dopo l’attacco americano in Iran di inizio gennaio ma prima della diffusione del coronavirus.

Ottima la performance a Wall Street di Tesla che dopo essere salita per i buoni risultati riportati ha continuato la sua ascesa grazie alle dichiarazioni di un fornitore (Panasonic sostiene di essere in grado di stare al passo con l’espansione della produzione di tesla) e all’upgrade del giudizio di un analista (Ark Invest ha portato il target price a 7000$ per azione per il 2024). La performance del titolo ha portato l’AD Elon Musk (che ne possiede il 20%) a salire nella classifica degli uomini più ricchi al mondo passando dalla posizione 35 alla 22.

Molto bene il settore bancario europeo grazie ai risultati riportati: molto buoni e superiori alle attese quelli di Intesa Sanpaolo, confermato il payout ratio di 80% che si traduce in un dividend yield dell’8%, fra i più alti tra le banche europee. Si tratta dei risultati migliori dal 2007, con il 46% dell’utile legato al wealth management. Durante la presentazione l’AD Messina ha espresso un giudizio ottimista sulla situazione italiana sostenendo che “i fondamentali sono solidi e le aziende redditizie, meglio capitalizzate rispetto a prima della crisi e ben posizionate per beneficiare della possibile ripresa”.

Anche Mediobanca pubblica utili in crescita grazie, soprattutto, al risparmio gestito e al credito al consumo. Anche in questo caso l’AD Alberto Nagel si mostra fiducioso sulla restante parte dell’anno.

Banco BPM ha chiuso il 2019 con un utile, dopo la perdita del 2018, e ha quindi staccato il suo primo dividendo dalla fusione del 2017 grazie al rafforzamento della posizione patrimoniale. Unipol rilascia risultati superiori alle attese e annuncia un forte aumento del dividendo.

Con questi numeri è facile giustificare l’ottima performance dell’Eurostoxx Bank che guadagna il 10% in due settimane.

QUESTA SETTIMANA

Questa mattina il dato preliminare sul GDP giapponese per il quarto trimestre ha sorpreso, in negativo, le aspettative: il dato trimestre/trimestre è uscito in calo dell’1.6% che si trasforma in un -6.3% se annualizzato (le attese erano per – 3.7%). Si tratta del calo più rapido da sei anni e che vede sia nel tifone che ha interessato il Giappone a fine 2019 che nell’aumento della consumption tax le cause principali.

Martedì verrà pubblicato lo ZEW tedesco atteso in leggero peggioramento sia nella componente “expectations” che in quella “current situation”. Questo indicatore, insieme ai vari dati preliminari di fiducia delle imprese (PMI), in pubblicazione venerdì per US, Eurozona e UK consentiranno di avere una prima idea degli impatti del corona virus su sentiment e outlook per l’attività economica.

In settimana verranno pubblicate le minute del FOMC (riunione della Federal Reserve) del 28-29 gennaio nelle quali si potranno leggere i dettagli della discussione soprattutto riguardo alle aspettative di inflazione e alla crescita economica americana. Ricordiamo che in settimana Jerome Powell, durante una testimonianza, ha dichiarato di essere ottimista in merito alla crescita americana. Anche la ECB pubblicherà le minute dell’ultimo incontro (del 23 gennaio) e sarà interessante valutare eventuali discussioni relative a modifiche della policy della banca centrale sul suo obiettivo di stabilità dei prezzi.

Giovedì in Cina è atteso un taglio del tasso di riferimento sui prestiti.
Sempre giovedì, in Europa, è previsto un summit straordinario per discutere del bilancio comunitario 2021—2027.

La reazione dei mercati al proseguire dell’epidemia e allo stop forzato di buona parte dell’economia cinese comincia a fare parlare di “moral hazard”: i mercati contano sul fatto che gli interventi a sostegno, sia di tipo monetario che fiscale, saranno massici e questo è, per ora, sufficiente a rinvigorire la fiducia degli investitori. Nessuno vuole perdersi il rally che ci potrebbe essere dopo il termine dell’epidemia e così gli indici azionari continuano a raggiungere nuovi massimi.

Il presidente cinese Xi ribadisce che gli stimoli saranno sufficienti per raggiungere gli obiettivi di crescita prefissati e tutte le banche centrali sono pronte ad intervenire nel caso la situazione dovesse peggiorare ulteriormente. La criticità del momento potrebbe anche accelerare, in Europa, l’implementazione dello stimolo fiscale tanto atteso.

Come abbiamo già detto, nessuno, per ora, è in grado di stimare gli impatti della pandemia sull’economia dei diversi paesi e, quindi, sugli utili. Le aziende si limitano ad indicare che ci sarà un impatto sul primo trimestre (ovvio) ma quantificarlo è ancora difficile. Quando verranno resi noti questi numeri si potrà capire quando sostenibili saranno i livelli raggiunti dai mercati. Alla luce dei nuovi eventuali utili stimati si valuteranno i conseguenti multipli a cui tratteranno i vari indici.

Se da un lato Warren Buffet vede nell’attuale situazione una grossa bolla (e, infatti, il livello di cash del fondo Berkshire Hathaway è su livelli molto alti) dall’altro rimangono validi i soliti due acronimi che abbiamo più volte citato ovvero TINA (There is no alternative) e FOMO (Fear of missing out).

Difficile dire chi ha ragione (il mercato o investitori come Buffet?), probabilmente dipende tutto dall’orizzonte temporale e dalle aspettative di rendimento che si hanno in mente. Di sicuro, come ha fatto notare qualcuno, i mercati stanno prezzando gli stimoli monetari e fiscali (necessari per sostenere l’economia in caso di rallentamento), prima ancora del rallentamento stesso!

Analisi dei mercati del 03.12.2019

Con la scorsa settimana si è concluso un mese decisamente positivo per i “risky assets”: i mercati azionari hanno guadagnato circa il 3% mentre gli obbligazionari governativi sono scesi, con rendimenti saliti ovunque, soprattutto nella periferia europea. Il dollaro americano e la sterlina inglese hanno guadagnato più di un punto percentuale. Il dollaro si è apprezzato in virtù dei buoni dati macroeconomici mentre la sterlina per i sondaggi elettorali favorevoli.

Andando nello specifico, dell’ultima settimana segnaliamo il buon andamento degli indici americani, soprattutto il Russel 2000 con le small-cap che stanno recuperando rispetto alla big. La sterlina ha raggiunto il livello massimo degli ultimi sei mesi su attese di una vittoria dei conservatori alle prossime elezioni, che consentirà di realizzare il piano di uscita dall’Unione Europea, concordato tra Johnson e Bruxelles, evitando una no-deal Brexit.

Source: Bloomberg

Rimanendo in tema elettorale, negli Stati Uniti Michael Bloomberg ha ufficialmente annunciato la sua candidatura alle presidenziali americane, correndo tra le fila dei democratici. Ha dichiarato che non accetterà donazioni e rinuncerà allo stipendio se eletto. La notizia della sua candidatura è positiva perché riduce le possibilità di elezione dei due candidati meno “market friendly” ovvero la Warren e Sanders.

Negli Stati Uniti i dati macroeconomici confermano la forza dell’economia: il Pil del terzo trimestre, seconda stima, segna un miglioramento a 2.1%, da 1.9% della stima precedente. Continuano a crescere i consumi ad ottobre, con un +0.3% come da attese, e sorprendono positivamente gli ordini di beni durevoli, che erano attesi in calo e invece sono saliti di 0.6%. L’inflazione rimane sotto controllo con il PCE deflator, misura di inflazione preferita dalla FED, che sale di 1.3% ad ottobre, contro le attese di 1.4%. Anche secondo il Beige Book, ovvero il report che analizza i dati, raccolti fino a metà novembre per il prossimo meeting della FED, pubblicato mercoledì sera, l’economia mondiale continua a espandersi a ritmo “moderato”, in linea con il mese precedente, e sostenuto da consumi stabili o in leggero aumento.

Source: Bloomberg

Come anticipato la settimana scorsa, visto l’ampio consenso nel Congresso circa la questione di Hong Kong, il presidente Trump non si è potuto astenere dal firmare la legge “Hong Kong human rights and democracy act”. Lo ha però fatto, in modo astuto, il giorno prima della chiusura delle borse americane per le festività del Thanksgiving (forse per evitare un impatto immediato e lasciare un po’ di tempo ai mercati per digerirla?). Ovviamente, la mossa ha “irritato” Pechino che minaccia ritorsioni nel caso gli Stati Uniti continuino ad interferire sul tema della democrazia di Hong Kong.

Passando al nostro continente, segnaliamo che mercoledì 27 il Parlamento Europeo ha votato la fiducia alla nuova Commissione Europea, presieduta da Ursula Von der Leyen, che entrerà in carica il primo di dicembre. Nel discorso la Presidente ha citato le sfide che l’Europa dovrà affrontare, che vanno dalla rivoluzione digitale alla trasformazione climatica. Ha annunciato a breve un piano di mille miliardi di euro in un “Green New Deal”, con l’obiettivo di creare una politica industriale europea veramente federale e non data dalla somma delle singole politiche nazionali. Nella Commissione, per la prima volta, non ci sarà un rappresentante per ogni paese membro dato che il Regno Unito ha deciso di non essere rappresentato.

In Italia continua il dibattito sul MES (o ESM o “fondo salvastati”), con il Movimento 5 stelle che preme affinché vengano apportate delle modifiche alla riforma; il Ministro dell’Economia Roberto Gualtieri ritiene che il trattato verrà firmato, molto probabilmente, in febbraio e non ci sono, attualmente, le condizioni per riaprire il negoziato, anche perché sarebbe considerato negativo per l‘Italia non sottoscrivere la riforma.

A livello societario segnaliamo Unicredit che, dopo avere “dismesso” Pioneer, Pekao, Fineco e Mediobanca, si appresta a uscire dalla Turchia sciogliendo la joint venture con Koc Holding e cominciando a ridurre la partecipazione in Yapi ve Kredi Bankasi, dall’attuale 42%, al circa 30%. Attualmente, in base ai principi contabili prudenziali, Unicredit deve utilizzare, prima della svalutazione, una quantità importante di capitale regolamentare per la quota in Yapi. Una cessione del 20% di Yapi migliorerebbe il capital ratio di circa 60bps e consentirebbe a Mustier di avviare il piano di buyback che ha in mente da tempo.

Oggi la presidente della Banca Centrale Europea, Christine Lagarde, testimonierà davanti alla Commissione Affari Economici e Monetari del Parlamento Europeo. Come sempre, gli occhi sono puntati su possibili spunti relativi alla politica monetaria. In settimana si avranno due riunioni di banche centrali: martedì la Reserve Bank of Australia, con un’attesa di tassi invariati al minimo storico al 0.75%, e mercoledì la Bank of Canada, con tassi attesi invariati a 1.75%.

Sempre per testare lo stato dell’economia e valutare segnali di stabilizzazione o ripresa del ciclo, durante la settimana verranno pubblicati i dati sui PMI in vari paesi. Abbiamo iniziato con quelli cinesi, sia elaborati dall’agenzia pubblicache da quella privata Caixin: entrambi segnalano un deciso miglioramento dell’attività economica, con la componente “new export orders” che sale al livello più alto degli ultimi sette mesi, rimanendo tuttavia in contrazione a 48.8, e la componente manifatturiera che si riporta in territorio di leggera espansione.

In leggero miglioramento anche gli indici di fiducia dei paesi europei per il mese di novembre: il dato aggregato manifatturiero passa da 46.6 a 46.9. A livello geografico il dato italiano è debole a 47.6, mentre si conferma forte quello francese a 51.7. La Germania, piano piano e restando in territorio di contrazione, risale a 47.6.

Il PMI manifatturiero americano, atteso stabile a 52.2, e l’ISM a 48.1.

QUESTA SETTIMANA

In Europa martedì si riunirà l’Ecogruppo per discutere della riforma del MES e dell’unione bancaria mentre mercoledì i ministri delle finanze dell’Area Euro si incontreranno a Bruxelles.

Giovedì verrà pubblicato il dato sul PIL dell’Area Euro e i Factory orders in Germania.

Venerdì la settimana si concluderà con il report sul mercato del lavoro americano: il tasso di disoccupazione è stimato stabile a 3.6% mentre è attesa una crescita dei nonfarm payrolls (libri paga).

Giovedì partirà la due giorni di meeting OPEC a Vienna. Il mercato petrolifero è stimato andare in surplus durante il 2020 ma non necessariamente questo comporterà un taglio della produzione. Ci si aspetta solo una breve proroga, da marzo a giugno, degli attuali tagli. Sempre giovedì verrà fissato il prezzo dell’IPO di Saudi Aramco. L’obiettivo del governo saudita è di raccogliere più di 25 miliardi di dollari attraverso la vendita di una quota dell’1.5% del più grosso produttore al mondo di petrolio, valutato tra 1.6 e 1.7 trillions USD.

Si avvicina la data del 12 dicembre, che prevede l’introduzione dei nuovi dazi americani sui beni cinesi, e rimane quindi estremamente importante monitorare gli sviluppi sul fronte USA-Cina.

Il paradosso dei tassi negativi, oltre ai risvolti negativi per le banche, le assicurazioni e i clienti, scatena considerazioni di più alto livello per le implicazioni che crea sulle generazioni future. Gli Stati che emettono obbligazioni a rendimento negativo generalmente ad un prezzo sopra la pari, pagando la cedola, più o meno alta, e rimborsano a 100 dopo un certo numero di anni: il risultato è un profitto di emissione che confluisce nel bilancio pubblico invece di essere diluito nel tempo. Maggiore è la cedola, maggiore è il profitto immediato, in quanto il prezzo di emissione sarà molto sopra la pari. Si tratta un tema che dovrebbe essere più attentamente considerato, dato che danneggia le generazioni future. Si stima che in questo modo la Germania sia in grado di “gonfiare” il bilancio statale di 7.5 miliardi di euro, avendo la curva con rendimenti negativi fino a oltre 20 anni. L’unica eccezione è l’Austria che preferisce contabilizzare, correttamente, gli utili su più esercizi.

Inizia ora l’ultimo mese dell’anno e mentre i mercati azionari continuano a prezzare una crescita, seppur modesta, dell’economia, quelli obbligazionari prezzano una recessione, anche se in misura minore rispetto ad un paio di mesi fa. La verità è che, come sottolinea Barclays nel suo outlook 2020, nonostante il rally azionario, il 2019 non si può definire un anno da “bull market”. Il sentiment degli investitori non è euforico e i rendimenti obbligazionari sono estremamente bassi.

Il posizionamento, la migliore valutazione relativa ai bond e la stima di una ripresa degli utili sono i principali elementi a supporto all’asset-class azionaria anche in questa ultima parte dell’anno. Il cauto atteggiamento degli investitori potrebbe anche essere legato al timore che si possa ripetere il crollo dei mercati che ha caratterizzato l’ultimo mese del 2018.

Questo è il periodo in cui tutte le case di investimento e di asset management si apprestano a fornire il proprio outlook per il 2020: in generale, come dall’esempio citato di Barclays, si predilige l’azionario e qualche nicchia di obbligazionario (es. paesi emergenti).

Le considerazioni a supporto dell’equity, oltre alla mancanza di alternative profittevoli e convenienti, è rappresentato da uno scenario non di recessione ma di crescita, modesta, supportata da una politica monetaria che rimane espansiva e da una politica fiscale che deve esserlo. Su quest’ultimo punto il grande ostacolo, in Europa, è rappresentato dalla Germania, tuttavia, si parla sempre di più di “green new deal” e del fatto che la più ampia presenza di partiti “verdi” e la maggiore sensibilità alle tematiche ambientali rende possibili e più probabili investimenti di questo tipo. La BEI ha, recentemente, deciso di non finanziare più investimenti “energivori”; inoltre, le due donne alla guida delle due principali istituzioni europee, la tedesca Ursula Von der Leyen, Presidente della nuova Commissione Europea, e la francese Christine Lagarde, Presidente della BCE, spingono in questa direzione. Speriamo.

Analisi dei mercati del 26.11.2019

L’andamento dei mercati è ancora altalenante e varia in funzione delle notizie provenienti dai negoziati: Trump ha minacciato di introdurre nuove tariffe sui beni cinesi se non verrà siglato al più presto un accordo commerciale con Pechino e consideriamo che manca meno di un mese all’introduzione delle nuove tariffe previste per metà dicembre.

A gettare benzina sul fuoco anche l’approvazione, da parte del congresso americano, del disegno di legge “Hong Kong human rights and democracy act” che impone al dipartimento americano di valutare annualmente l’effettiva indipendenza della colonia britannica. Si temono ripercussioni sui negoziati dato che la Cina ha reso esplicito che non gradisce l’intromissione americana nelle vicende politiche e sociali interne. Ora spetta a Trump apporre la firma finale; Trump in questo momento potrebbe trovarsi in difficoltà perché ha bisogno della firma dell’accordo con la Cina (che sarebbe a rischio in caso di approvazione del disegno di legge) ma, vista l’approvazione congiunta di Senato e Camera, sarebbe poco giustificata una bocciatura da parte della presidenza. Inoltre, Trump è politicamente in difficoltà anche perché è alle prese con la procedura di impeachment.

Hong Kong è importante per gli Stati Uniti dato che gode di un regime privilegiato di esenzioni con gli Usa e, inoltre, rappresenta quindi una porta di ingresso sul mercato cinese.

Nel fine settimana la volontà di trovare un accordo è emersa dalle parole del presidente cinese Xi Jingping il quale afferma che sta cercando di trovare un’intesa preliminare con gli USA per evitare una guerra commerciale ma ha anche avvertito di non avere paura di mettere in atto rappresaglie se necessario.

Il Renminbi, barometro delle tensioni, è in leggero indebolimento contro dollaro mentre la PBOC (Banca Centrale Cinese) continua con le manovre espansive mirate: in settimana ha tagliato il tasso “Loan Prime Rate” a 4.15% da 4.20%.

Durante l’incontro tra il presidente della Fed Powell e Trump alla Casa Bianca si sono toccati diversi temi sia di natura monetaria che economica. Si è discusso di tassi di interesse negativi (anche se ancora non ci sono in US) e Powell ha ribadito che le mosse di politica monetaria saranno basate su analisi attente della situazione economica e non dipenderanno da pressioni politiche in quanto gli obiettivi della politica monetaria rimangono la piena occupazione e la stabilità dei prezzi. Trump sembra soddisfatto dell’incontro.

Dal meeting di ottobre emerge una Fed divisa: 8 membri hanno votato a favore del taglio dei tassi contro 2 contrari.

Nei verbali relativi all’ultimo meeting di ottobre della BCE presieduto da Mario Draghi si conferma la fase attendista e, viste le divisioni interne che sono emerse, si è lanciato un forte richiamo all’unità, sottolineando come le discussioni vadano bene ma debbano poi tendere ad una decisione condivisa che consenta il raggiungimento dell’obiettivo principale della banca centrale, ovvero quello di inflazione. Christine Lagarde, effettivamente, assume la guida di un comitato diviso al suo interno in un momento molto delicato per la politica monetaria. Nel discorso, tenuto a Francoforte venerdì mattina, ha cercato di mantenere la continuità con il precedente presidente e, più che affrontare le tematiche di politica monetaria, ha ribadito nuovamente la necessità di politiche fiscali espansive, specialmente sul fronte degli investimenti.

Agli elementi che creano incertezza attorno ai BTP italiani, già citati nel commento di settimana scorsa (sistema di tiering, tensioni politiche e attribuzione di un grado di rischio anche ai titoli di stato nei bilanci delle banche), se ne è aggiunto un altro: la riforma dell’ESM (o MES, in italiano), ovvero il meccanismo europeo di stabilità, quello che è chiamato anche “fondo salva Stati”, che finora ha erogato 295 miliardi di prestiti a cinque paesi europei (Grecia, Irlanda, Portogallo, Spagna e Cipro) e che è alimentato dai versamenti dei parsi membri (l’Italia è il terzo contributore dopo Germania e Francia).

La riforma mette ben in chiaro che il MES fornisce assistenza e aiuto solo agli Stati con debito pubblico sostenibile (debito/Pil inferiore a 60% e deficit/Pil inferiore al 3% negli ultimi due anni) e ritenuti in grado di rimborsare i prestiti, inoltre assumerà la funzione di “backstop” del fondo di risoluzione unico delle banche ovvero garantirà una linea di credito di 70 miliardi, al Single Resolution Fund, a cui i vari paesi potranno accedere qualora i fondi nazionali per le risoluzioni bancarie (si tratta di risorse delle banche e non pubbliche) non siano sufficienti.

Per ora siamo ancora alle prime fasi: a dicembre (da 4 al 13) la riforma verrà discussa dall’Eurogruppo, successivamente si esprimeranno, durante l’Eurosummit, i capi di Stato e di Governo e infine tutti i 19 Parlamenti nazionali dell’Eurozona dovranno ratificare il provvedimento. Per approvare la riforma serve l’unanimità quindi l’Italia potrebbe porre il veto ma con il rischio di fare saltare il tavolo sulla garanzia dei depositi a livello europeo. Dovesse mancare la ratifica dell’Italia in sede parlamentare emergerebbe la coda di paglia del nostro paese, sarebbe più opportuno, quindi, cercare di rivedere alcuni punti dell’accordo prima della stesura definitiva.

Il punto critico per l’Italia è rappresentato dal rischio di una ristrutturazione del debito, sebbene non preventivamente richiesto dalla riforma, che quindi penalizzerebbe i BTP. Non si parla esplicitamente di ristrutturazione del debito ma si fa riferimento al “concorso anche dei privati”.

Fra i diversi discorsi dei membri delle banche centrali citiamo quello di Lane (capoeconomista della BCE) che, da un lato, ribadisce la necessità di riforme strutturali e stimoli fiscali indispensabili per la crescita economica, dall’altro, sottolinea che la BCE ha ancora spazio e non ha esaurito le opzioni monetarie.

Nonostante le continue sollecitazioni per una politica fiscale più accomodante in Germania la cancelliera Angela Merkel e il ministro delle finanze Olaf Scholz respingono la richiesta congiunta di imprenditori e sindacati tedeschi di risvegliare l’economia stagnante attraverso una maggiore spesa pubblica.

Venerdì sono usciti un po’ di dati PMI flash: in generale si è assistito ad un leggero miglioramento dei dati manifatturieri mentre per quelli relativi ai servizi c’è stato un leggero calo (pur rimanendo in area di espansione).

In Giappone entrambe le componenti, manifatturiero e servizi, sono migliorate; il dato aggregato europeo vede passare il PMI manifatturiero da 45.9 a 46.6 e quello relativo ai servizi rallentare da 52.2 a 51.5. Continua a fare bene la Francia e dalla Germania proseguono i segnali di miglioramento del manifatturiero (anche se rimane in contrazione); in indebolimento, e inferiori alle aspettative, quelli relativi a UK: il dato composite passa da 50 a 48.5. Di nuovo molto buoni i dati americani sia nella componente manifatturiera che in quella dei servizi, entrambe in crescita e in territorio di espansione.

Reuters riporta che le autorità di mercato europee stanno studiando limitazioni alle vendite allo scoperto in vista di una conclusione della saga Brexit. Se da un lato si potrebbe escludere una non deal brexit dall’altro rimarrebbero parecchie incertezze e questo porterebbe la Consob, ma anche le autorità di altri paesi, ad adottare restrizioni temporanee alle vendite allo scoperto

L’OCSE ha pubblicato il nuovo outlook nel quale rivede leggermente al rialzo la crescita mondiale (+2.9%) che si stabilizza al livello più basso dalla crisi finanziaria a causa della debolezza degli scambi e degli investimenti. Anche per quanto riguarda l’Italia la previsione viene leggermente rivista al rialzo (+0.2% per il 2019, 0.4% per il 2020 e 0.5% per il 2021), rimanendo comunque inferiore alle stime del governo, ma sottolineando che il debito rimane elevato e le riforme strutturali sono indispensabili.

Source: OECD

La settimana si conclude, quindi, con mercati azionari nel complesso leggermente negativi, quelli obbligazionari governativi vedono i rendimenti poco mossi così come il segmento a spread.

QUESTA SETTIMANA

Durante il fine settimana è emerso che la Cina potrebbe agire sul tema della proprietà intellettuale (tanto caro agli Stati Uniti) inasprendo le sanzioni. Il tema dei negoziati commerciali è destinato a rimanere al centro dell’attenzione anche questa settimana.

Lunedì 25 novembre, la Germania ha pubblicato l’IFO (indice di fiducia delle aziende tedesche) per il mese di novembre: le attese erano per un miglioramento sia nella componente expectations che current assessment e sono di fatto state confermate.

Source: Bloomberg

Mercoledì, negli Stati Uniti, avremo una serie di dati interessanti: oltre alla seconda stima sul Pil del terzo trimestre (atteso +1.9% trimestre/trimestre), verrà pubblicato il dato relativo al personal spending (atteso in crescita di 0.3% a ottobre), importante per il peso che i consumi hanno sul Pil americano (contano circa il 70%), e agli ordini di beni durevoli (attesi in calo). Importante anche il dato sull’inflazione segnalato dallo strumento preferito dalla Fed ovvero il PCE deflator (atteso a+1.4% anno/anno). Inoltre, verrà reso noto il Beige Book della Fed.

Giovedì si celebrerà il Thanksgiving e i mercati americani saranno chiusi e il giorno seguente avremo il “black Friday” che inaugura la stagione dello shopping prenatalizio.

Venerdì in Eurozona saranno importanti i dati sull’inflazione al consumo (CPI) preliminari di novembre attesi in leggero aumento ma comunque distanti ancora dal target di 2% della BCE.

È da parecchio tempo, ormai, che l’attenzione degli investitori è puntata sul tema dei negoziati commerciali. I presupposti per un accordo ci sono ed è interesse di entrambe le parti portarlo a termine: la Cina non ha il problema delle elezioni ma ha un’economia che dà segnali di rallentamento, Trump ha un’economia che comunque viaggia su livelli buoni ma ha il problema delle elezioni del 2020. È, quindi, di interesse di entrambi eliminare, almeno temporaneamente, un elemento di incertezza che sta pesando sulle aziende cinesi e che peserà presto su quelle americane e sui consumatori americani se i dazi del 15 dicembre verranno confermati.

Secondo l’economista americano di Nomura la fase uno dell’accordo potrebbe prevedere quindi la cancellazione dei dazi del 15 dicembre e la rimodulazione di quelli già in vigore a fronte di acquisti di prodotti agricoli da parte della Cina. La fase due (prevista per la primavera 2020) dovrebbe, invece, concentrarsi sull’apertura del settore finanziario cinese agli americani e qualcosa in tema di proprietà intellettuale. La fase tre potrebbe avvenire prima delle elezioni di novembre 2020 dovrebbe vedere la firma di un accordo completo di cooperazione economica e finanziaria relativa soprattutto alle aziende tecnologiche cinesi.

Abbiamo più volte detto come lo scetticismo circa lo scenario macro-economico di questo anno e le incertezze relative abbiano portato i gestori a detenere un’ampia porzione di liquidità nei portafogli. A questa considerazione aggiungiamo i risultati di un’analisi della European banking authority dalla quale emerge che i depositi a vista, presenti nelle banche dell’Eurozona (di famiglie e imprese), rappresentano circa i due terzi del Pil (livello record). Questo dato dimostra come i risparmiatori siano in cerca di sicurezza (e non solo quelli italiani) e le imprese limitino gli investimenti per le incertezze sul futuro. Se vogliamo vedere il bicchiere mezzo pieno allora consideriamo che la liquidità nel sistema è enorme e, con un briciolo di minore incertezza economica e politica, potrebbe rimettersi in moto. Se invece vogliamo vedere il bicchiere mezzo vuoto allora dobbiamo essere consapevoli che, nell’era dei tassi negativi, detenere cash non solo non remunera il capitale ma addirittura impoverisce i risparmiatori e le imprese accentuando gli effetti negativi sull’economia.

In tema di tassi negativi, infatti, secondo un sondaggio della Bundesbank di fine settembre, il 58% delle banche tedesche scarica i tassi negativi sui clienti corporate: quasi 130 dei 220 istituti oggetto del sondaggio, dichiarava di avere imposto forme di penalizzazione sui depositi delle imprese mentre il 23% applicava interessi negativi alla clientela retail. Forse con il meccanismo di tiering introdotto dalla BCE questo processo potrebbe venire interrotto.

In un recente studio di Intesa SanPaolo si sottolinea come il tema relativo all’uso della leva fiscale in senso anticiclico sia tornato di attualità: infatti, il pieno utilizzo della leva politica fiscale da parte dei paesi virtuosi (in primis Germania e Olanda) e una piena “compliance” per i paesi ad alto debito, non solo eviterebbe la recessione per l’intera Eurozona, ma avrebbe effetti espansivi qualora lo “shock” fosse superiore al punto di Pil nei paesi virtuosi.

Analisi dei mercati del 06.11.2019

Ancora una settimana positiva, soprattutto per i mercati azionari grazie alle buone notizie circa i negoziati fra Cina e Stati Uniti ma anche grazie alla reporting season americana che sorprende le aspettative degli analisti.

Riguardo al primo punto siamo molto vicini alla Fase 1 dell’accordo.

Nonostante i disordini in Cile abbiano portato alla cancellazione del meeting APEC, durante il quale USA e Cina avrebbero dovuto incontrarsi per la firma, e nonostante la Cina metta in dubbio la possibilità di raggiungere un accordo di lungo periodo con Trump, a causa di una certa diffidenza sulla controparte soprattutto riguardo alla cancellazione totale di tutti i dazi, il presidente americano riporta ottimismo dichiarando che verrà trovata un’altra location per la firma (la Cina sembra abbia proposto Macao) e che comunque l’accordo di primo livello smarcherà circa il 60% delle questioni.

Secondo Reuters la Cina avrebbe, tra l’altro, intenzione di togliere il divieto all’importazione di pollami dagli Stati Uniti come primo passo verso un accordo (l’importazione di polli è stata vietata nel 2015 a causa dell’influenza aviaria). Intanto l’agenzia del commercio americana (USTR) valuta se estendere la sospensione dei dazi, in scadenza a fine mese, su 34 miliardi di dollari di beni cinesi. Quindi l’aumento pre-natalizio delle tariffe potrebbe essere nuovamente posticipato al 2020.

Certo i dubbi su una Fase 2 dell’accordo rimangono ma i mercati hanno letto positivamente la notizia.

Per quanto riguarda la reporting season americana, con il 72% delle società (che rappresentano circa l’80% della market cap) che hanno pubblicato il risultato per il terzo trimestre del 2019, la crescita degli utili è, nel complesso, nulla. La buona notizia è che gli analisti si aspettavano una contrazione dei profitti nell’ordine di circa il 5% quindi la “sorpresa” è stata positiva e il mercato l’ha premiata.

In settimana si sono riunite un po’ di banche centrali: Fed, Bank of Japan e Bank of Canada.

La Fed ha, come atteso, tagliato i tassi di 25bps portandoli nel range 1.50%-1.75%. La decisione è stata presa a maggioranza e dal comunicato è scomparsa la frase secondo cui la Fed “agirà in modo appropriato per sostenere l’espansione economica”. Durante la conferenza stampa il presidente Powell ha confermato che l’orientamento di politica economica rimarrà verosimilmente appropriato finché l’economia manterrà una crescita moderata, un mercato del lavoro forte e un’inflazione vicina al target del 2%. Si conferma, quindi, quanto abbiamo scritto nell’ultimo commento, ovvero un’attitudine “data driven” della Fed.

Source: Bloomberg

Gli acquisti dei titoli proseguiranno fino alla metà del 2020 mentre la forward guidance non verrà più utilizzata. Eventuali rialzi dei tassi ci saranno solo quando l’inflazione salirà in modo sostanziale.

Riguardo alle tensioni sull’interbancario, la Fed sta indagando sui motivi che limitano le banche dal rimettere in circolazione la liquidità in eccesso; non è quindi emersa una soluzione strutturale del problema.

La BOJ ha lasciato, come atteso, i tassi invariati (a -0.10%) segnalando che potrebbe tagliarli nel prossimo futuro qualora l’economia dovesse indebolirsi ulteriormente. Il target per il rendimento del decennale nipponico è stato confermato intorno allo zero. Il programma di acquisto titoli è confermato al ritmo di 80.000 miliardi di yen all’anno ma la forward guidance è stata modificata in senso più accomodante indicando che la Banca Centrale è pronta ad un nuovo allentamento monetario se necessario.

Anche la Bank of Canada ha mantenuto i tassi invariati ma confermando la disponibilità a tagliarli nei prossimi mesi qualora l’economia lo richieda.

Per quanto riguarda i dati macro pubblicati in settimana segnaliamo i seguenti:

  • I PMI cinesi sono usciti misti: quelli calcolati dall’agenzia statale (relativi soprattutto alle grandi imprese, principalmente pubbliche) mostrano cali superiori alle attese mentre quelli calcolati da Caixin (agenzia privata la cui survey ha come focus aziende più piccole e non pubbliche) sono in miglioramento e superiori alle stime.
  • Hong Kong entra ufficialmente in recessione tecnica dopo la pubblicazione del dato sul Pil per il terzo trimestre a -2.9% anno/anno (verso attese di -0.3%).
  • Il Pil US per il terzo trimestre (+1.9%) è uscito in calo rispetto al dato precedente (+2%) ma meglio delle aspettative (+1.6%) soprattutto grazie ai consumi (+2.9%) che, seppure in calo, hanno sorpreso in positivo e, rappresentando il 70% dell’economia, sono ancora il principale motore di crescita.
  • I consumi sono sostenuti da un solido mercato del lavoro i cui dati, usciti venerdì 1° novembre, risultano molto positivi: i nuovi occupati crescono più delle aspettative, il tasso di disoccupazione rimane stabile a 3.6% e non c’è pressione salariale.
  • Pil in Eurozona relativi al terzo trimestre: il dato aggregato passa da +1.2% a +1.1% (in linea con le aspettative) ma a livello geografico sorprende positivamente quello italiano (+0.3% da un precedente +0.1% e attese per +0.2%) grazie alla domanda interna.
Source: Bloomberg

Infine, qualche aggiornamento sulla Brexit: il Parlamento britannico ha deliberato che il 12 dicembre si terranno le elezioni. Dopo che la proposta di Boris Johnson è stata bocciata lunedì sera, il premier ha presentato una mozione di revoca della legge del 2011 ottenendo, quindi, di fare passare la proposta con una maggioranza semplice (e non più qualificata).

A questo punto spetta alla Regina sciogliere le Camere 25 giorni prima rispetto al giorno delle elezioni, quindi il Governo resterà in carica fino al 7 novembre. In caso di vittoria alle elezioni Johnson si ripresenterà in Parlamento con un nuovo accordo.

A livello settoriale, in Europa, segnaliamo un po’ di fermento nel settore auto con la notizia di una possibile fusione tra la francese PSA Group e FCA NV che creerebbe un potente rivale di Volkswagen e il quarto gruppo automobilistico mondiale; inoltre, sembra che le negoziazioni con gli americani stiano procedendo bene e il temuto rialzo dei dazi potrebbe essere rimandato. Soffre, invece, il settore bancario dopo la pubblicazione dei risultati di Banco Santander (a causa di pesanti oneri straordinari) e di Deutsche Bank.

QUESTA SETTIMANA

Anche questa settimana avremo la pubblicazione di una serie di dati macro utili per testare lo stato del ciclo economico: in area Euro verranno pubblicati i PMI manifatturieri e relativi ai servizi; negli Stati Uniti l’ISM non manifatturiero e i PMI servizi e composite e in Cina i Caixin services PMI.

Fra le Banche centrali, si riunirà la Reserve Bank of Australia (attesi tassi invariati a 0.75%) e giovedì 7 novembre sarà la volta della Bank of England (attesi tassi invariati a 0.75%), rilevante alla luce dei recenti sviluppi sulla Brexit: uno studio inglese, infatti, quantifica in circa 70 miliardi all’anno, la perdita per l’economia britannica in caso di uscita dall’Unione Europea (circa 3.5% del Pil) su un orizzonte di dieci anni.

L’OPEC, riunito a Vienna, pubblicherà il World Oil Outlook.

Questa settimana riporteranno i dati trimestrali parecchie società italiane tra le quali segnaliamo le banche (Intesa Sanpaolo, Banco BPM, Banca Monte dei Paschi di Siena, Unicredit e UBI tra le principali), Poste Italiane, Assicurazioni Generali e Ferrari.

POSIZIONAMENTO LINEE DI GESTIONE

Come abbiamo spesso commentato il posizionamento degli investitori talvolta è sproporzionato rispetto al reale stato dell’economia. La conseguenza di un posizionamento troppo sbilanciato sono i flussi che si generano quando tutti gli investitori decidono di ricalibrare l’asset allocation. Un esempio di riposizionamento lo stiamo vedendo in queste settimane anche se da alcune survey sembra che la negatività dei portafogli sia ancora elevata.

Cosa ha determinato il riposizionamento? Sicuramente la percezione di un miglioramento nelle trattative USA-Cina, in quella, cioè, che rappresenta la principale incognita per gli investitori e per l’economia, poi la constatazione che, per ora, gli utili aziendali tengono e, infine, per quanto riguarda soprattutto gli Stati Uniti, una conferma del buono stato dell’economia e la notizia di un possibile sgravio fiscale per le famiglie americane a partire dal 2020.

Abbiamo, quindi, almeno per gli Stati Uniti, una banca centrale accomodante (anche se “data dependent”), una politica fiscale probabilmente ancora espansiva e un’economia che tiene discretamente bene. Non deve, quindi, sorprendere che il mercato azionario abbia raggiunto nuovi massimi.

In Europa gli ingredienti sono un po’ diversi: la politica monetaria è sì molto accomodante ma con le armi un po’ spuntate e l’economia non è sicuramente in buono stato. Nonostante ciò la performance, pur non ai massimi assoluti, da inizio anno è di poco inferiore a quella americana. Sicuramente la mancanza di alternativa, lato obbligazionario, ha svolto un discreto ruolo. Ulteriore upside potrebbe derivare dall’elemento mancante rispetto agli stati Uniti, ovvero la politica fiscale espansiva. A tal proposito, in settimana, anche la presidente entrante della BCE ha dichiarato che i paesi della zona euro con un avanzo di bilancio (vedi Germania) dovrebbero fare di più per spingere la crescita, dimostrando di essere perfettamente allineata al suo predecessore.

Analisi dei mercati del 29.10.2019

Settimana positiva per i mercati finanziari, soprattutto azionari. Leggero rialzo per i rendimenti governativi. Dal punto di vista valutario si segnala il rafforzamento del dollaro e delle valute emergenti.

Analizziamo con ordine i principali eventi della settimana partendo dalle decisioni delle banche centrali.

Nulla di nuovo dalla conferenza stampa della BCE presieduta per l’ultima volta da Mario Draghi. I tassi sono rimasti invariati, tasso sui depositi: -0.50%, e si è confermato il programma di QE per 20 miliardi al mese a partire dal primo di novembre e “finché sarà necessario”. Christine Lagarde, prossimo governatore della BCE, ha partecipato alla riunione come ospite. Draghi ha ribadito che il quadro macro è debole e la politica monetaria resterà accomodante ma ha, nuovamente, sottolineato la necessità di stimoli fiscali, soprattutto per i paesi con più margine di manovra.

In nord Europa la Riksbank, banca centrale svedese, lascia, come atteso, i tassi invariati a -0.25%, ma comunica che intende portarli a zero a dicembre in un’ottica di normalizzazione della politica monetaria. Il rallentamento dell’economia domestica è visto semplicemente come un ritorno al trend dopo molti anni di forte crescita; la Banca Centrale Norvegese lascia i tassi invariati a 1.50%, dopo il rialzo del mese scorso.

Anche fra i mercati emergenti ci sono state decisioni sui tassi: il Cile ha tagliato il tasso base di 25bps a 1.75%, la Russia lo ha tagliato di 25bps a 6.50% e infine la Turchia ha abbassato il one-week repo rate al 14% (da 16.50%).

Si confermano, quindi, politiche monetarie molto accomodanti, con spazi per ulteriori tagli soprattutto nei paesi emergenti, visto il generale basso livello dell’inflazione.

Passando ai dati macroeconomici i PMI preliminari usciti in settimana sono misti. In Giappone hanno deluso parecchio ma sono giustificati, in parte, dal tifone che ha colpito il paese nelle scorse settimane e dall’aumento dell’Iva. In Europa, nel complesso, sono usciti PMI stabili e, geograficamente, la Francia è andata molto bene mentre la Germania arranca ancora nel manifatturiero; in USA rimangono stabili con il settore manifatturiero che prosegue nel rimbalzo.

In Germania, venerdì è stato pubblicato l’IFO tedesco, in linea con le attese e con il precedente: analizzando la composizione migliora la parte “expectations” mentre delude quella “current assesment”.

Source: Bloomberg

La Bundesbank ipotizza che nel terzo trimestre ci sarà un’ulteriore riduzione del Pil ma esclude una recessione intesa come ampio e durevole declino della produzione.

In generale possiamo ipotizzare una generale stabilizzazione del quadro economico.

Il Parlamento britannico ha votato a favore dell’accordo sulla Brexit ma, nello stesso tempo, ha bloccato la possibilità di una risoluzione rapida, escludendo, quindi, un’uscita il 31 ottobre. Visto che, probabilmente, l’Europa concederà un’estensione fino a gennaio il primo ministro Boris Johnson ha chiesto elezioni anticipate il prossimo 12 dicembre.

Sul fronte dei negoziati commerciali, indiscrezioni suggeriscono che Washington e Pechino sono vicine a finalizzare alcune parti dell’accordo.

Riguardo alla manovra finanziaria italiana, la Commissione Europea ha chiesto chiarimenti sul budget 2020 in modo da valutare se sussiste il rischio di “deviazione significativa” rispetto alle raccomandazioni del Consiglio dello scorso 9 luglio. La richiesta è in ottica di dialogo costruttivo con l’Italia, infatti, Moscovici ha dichiarato non si chiedono modifiche ma solo spiegazioni.

Venerdì, a mercati chiusi, S&P si è espressa sull’Italia: il rating, come atteso, è stato lasciato invariato a BBB con outlook negativo. L’agenzia di rating considera credibili gli obiettivi fiscali del governo anche se la debolezza della domanda, sia interna che estera, e la bassa inflazione rendono più complicato abbassare il debito. Le stime di crescita sono per uno 0.1% quest’anno e 0.4% nel 2020.

Source: Bloomberg

La quindicesima emissione del BTP Italia si conclude con successo, oltre le aspettative, a quota 6.75 miliardi. Il tasso minimo garantito è stato alzato da 0.60% a 0.65%; è stata una novità di questa emissione la possibilità di rivedere il tasso prima della fase riservata agli investitori istituzionali.

Passando al micro la stagione dei risultati negli Stati Uniti è arrivata a quasi la metà e mostra utili in discesa di circa 0.5% ma in misura inferiore a quanto atteso dagli analisti, che si aspettavano una contrazione nell’ordine del 3/4%. E’ vero che le stime degli analisti erano state riviste parecchio al ribasso ma è altrettanto vero che la sorpresa positiva c’è ed è generalmente ben vista dai mercati.

QUESTA SETTIMANA

Anche questa settimana sarà moto movimentata, visti i diversi eventi in programma.

Saranno ancora le banche centrali le protagoniste, iniziando mercoledì con la riunione della Fed: è atteso, con una probabilità di quasi il 91%, un taglio. Sarebbe il terzo consecutivo di 25 bps, che porterebbe i tassi nel range 1.50-1.75%. L’attenzione del mercato sarà sulle indicazioni circa le prossime mosse: potrebbe essere annunciato il ritorno ad una politica monetaria “data driven”. Powell potrà dare anche dei dettagli su come fornire liquidità, in modo permanente, al sistema. Ricordiamoci che, attualmente, la Fed acquista T-bill, quindi titoli di stato a breve termine, nella misura di 60 miliardi al mese.

Source: Bloomberg

Nello stesso giorno anche la Bank of Canada comunicherà la sua decisione: si attendono tassi invariati.

Giovedì toccherà alla Bank of Japan deliberare sui tassi e fornire un’indicazione circa l’outlook per l’economia giapponese: sono attesi tassi invariati, attuale livello -0.10%, e una forward guidance che ribadisca l’importanza di tenerli bassi fino almeno alla prossima primavera.

La UE sembra intenzionata a stabilire un’estensione della Brexit fino al 31 gennaio. Il parlamento britannico oggi vota per andare ad elezioni anticipate il 12 dicembre ma anche per cambiare la legge che richiede una maggioranza di due terzi del parlamento affinché la mozione di elezioni anticipate possa avere successo. Johnson dichiara che, comunque, in caso di vittoria alle elezioni farà ratificare l’accordo già firmato da lui.

In Cina verranno pubblicati i PMI, che potrebbero confermare la fase di debolezza dell’economia. Si terrà il plenum del Partito Comunista durante il quale, probabilmente, si parlerà anche delle proteste di Hong Kong oltre alle misure per supportare l’economia.

Mercoledì verrà pubblicato il dato sul PIL americano atteso in rallentamento a 1.6%
Venerdì avremo la pubblicazione dei dati su ISM manifatturiero americano e mercato del lavoro.

Source: Bloomberg

Analisi dei mercati del 23.10.2019

Sabato scorso il Parlamento britannico si è riunito in una sessione speciale, non accadeva dall’invasione delle Isole Falklands da parte dell’Argentina nel 1982, per votare l’accordo sulla Brexit raggiunto fra il premier Johnson e l’Unione Europea. L’accordo non è stato votato e il Parlamento ha emanato una legge che impone di chiedere il rinvio della Brexit a gennaio 2020. Il premier Johnson, quindi, ha inviato a Bruxelles una lettera nella quale viene chiesto il rinvio, ma senza apporre la sua firma, e, successivamente, ne ha inviata un’altra, questa volta firmata, nella quale chiede di non considerare la precedente poiché l’accordo sarà votato in tempo.

Proseguono le negoziazioni fra cinesi e americani che continuano a lavorare alla “Fase 1” dell’accordo commerciale; secondo Trump difficilmente verrà siglato prima dell’incontro, previsto per il 16-17 novembre, con il presidente Xi Jingping al prossimo forum Apec in Cile.

Il clima fra Cina e Stati Uniti rischia di riscaldarsi nel caso in cui il Congresso americano promuova la legge “Hong Kong Human Rights and Democracy”, approvata alla Camera e non ancora al Senato: il supporto americano alle proteste ad Hong Kong sarebbe visto come un’interferenza negli affari cinesi.

Il Fondo Monetario Internazionale ha abbassato, in generale e come atteso, le stime di crescita economica. La crescita per il 2019 è solo leggermente limata al 3% (minimi dalla crisi finanziaria del 2008) ma la cosa importante è il messaggio lanciato dalla nuova presidente dell’IMF Georgieva Kristalina : il rallentamento in atto è “sincronizzato”, riguarda quasi il 90% dell’economia mondiale, quindi non limitato ad un singolo parse o area, e il fatto che le banche centrali siano a corto di munizioni rende ancora più importante evitare errori politici. La politica monetaria è importante che rimanga favorevole ma quella fiscale deve svolgere un ruolo più attivo.

In Cina, venerdì, è stato pubblicato il dato sul Pil del terzo trimestre: 6% da un precedente 6.2%. Si conferma il rallentamento in atto, che garantirà un atteggiamento ancora accomodante da parte della banca centrale. Anche il Fondo Monetario Internazionale ha, in settimana, stimato una crescita inferiore al 6% per il 2020. La crescita cinese si pone nella parte bassa del range target indicato dal governo, 6%-6.5%, e al livello minimo di sempre, da quando la Cina ha iniziato a pubblicare i dati trimestrali nel 1992, e inferiore anche a quello raggiunto con la crisi del 2008, 6.4%.

Source: Bloomberg

Per contro, però, sono positivi i dati sulla produzione industriale, che risale dopo il minimo da 17 anni di agosto, così come le vendite al dettaglio, segno che i consumi, per ora, tengono.

Mentre l’Italia approva la legge di Bilancio 2020, “salvo intese”in quanto ci sono ancora dei nodi da sciogliere, e la invia a Bruxelles, l’FMI prende di mira i conti italiani e ribadisce che è necessario un piano credibile di riduzione del debito pubblico e misure per rilanciare la produttività. Il basso tasso di crescita del paese non è dovuto all’inefficacia della politica monetaria espansiva ma dai problemi strutturali del paese.

Il tasso minimo garantito del BTP Italia 2027 in emissione è stato fissato a 0.60% e potrebbe essere rivisto al rialzo. L’indicizzazione, come sempre, è all’inflazione italiana, escluso il tabacco, ed è previsto un bonus pari allo 0.40% per chi detiene il titolo fino alla scadenza, otto anni. I risparmiatori hanno potranno sottoscriverlo lunedì 21 e martedì 22.

In Germania il dato ancora deludente sullo ZEW aumenta le probabilità di una manovra fiscale espansiva. La Merkel guarda al dato sul GDP, in pubblicazione il 14 novembre, che potrebbe confermare una recessione tecnica. Intanto il governo rivede al ribasso le stime di crescita per il 2019 a +0.5% e per il 2020 a +1%.

A pesare sull’Europa anche l’entrata in vigore dei dazi americani sui prodotti europei pari al 25%.

Per quanto riguarda la reporting season americana il messaggio è misto: le banche riportano nel complesso non male. Alcoa, principale produttore di alluminio, non mostra risultati brillanti e taglia ancora la stima della domanda mondiale a causa di un probabile rallentamento dell’industria automobilistica. Nei consumi si segnala J&J che alza la guidance di fine anno (positivo quindi il giudizio sui consumi).

Torna a fare parlare Saudi Aramco per l’ennesimo rinvio di quella che è definita come “l’IPO del secolo”. La motivazione, questa volta, sembra essere legata alla verifica del potenziale impatto sul bilancio degli attacchi contro gli impianti petroliferi subiti un mese fa. L’obiettivo è raccogliere più di 25 miliardi di dollari, motivo principale della più grande IPO mai effettuata, al fine di diversificare l’economia saudita che è troppo dipendente dal petrolio.

Il difficile contesto macroeconomico e l’incertezza relativa hanno bloccato, negli ultimi venti giorni, una decina di IPO tra Europa e Stati Uniti. Due hanno riguardato anche l’Italia: si tratta di Ferretti e RCF, per entrambe le offerte sono state deludenti e si è preferito rimandare l’operazione.

I movimenti più significativi sui mercati, in settimana, hanno riguardato le valute: l’allontanamento dell’ipotesi di una “hard brexit” ha permesso alla sterlina di guadagnare contro euro, per contro il mercato azionario è sceso in virtù della correlazione inversa con la valuta, e all’euro di guadagnare contro le altre valute, soprattutto USD e Yen.

Source: Bloomberg

QUESTA SETTIMANA

Giovedì 24 si riunirà la Banca Centrale Europea. Si tratta dell’ultimo meeting con la presidenza di Mario Draghi. Non sono attese decisioni sui tassi: il tasso principale dovrebbe rimanere allo 0% mentre quello sui depositi al -0.50%. Fra 10 giorni la BCE riprenderà l’acquisto di titoli di stato al ritmo di 20 miliardi al mese.

Si riunirà anche la Banca Centrale Svedese, attesi tassi fermi a -0.25%, e quella Norvegese, attesi tassi fermi a 1.25%. Negli Stati Uniti verranno pubblicati i dati relativi agli ordini di beni durevoli e alla fiducia delle famiglie mentre in Europa avremo i PMI preliminari di ottobre e l’IFO tedesco.

Prosegue la reporting season americana, riporteranno società pari a circa il 31% della market cap, e anche quella europea si comincia a fare più interessante: fra le big americane si segnalano Amazon, Intel, Verizon, Microsoft, Twitter, Ford, Tesla, Mc Donald’s, Caterpillar, Boeing. In Europa, fra gli altri, verranno pubblicati i numeri di UBS, Basf, Saipem, Eni.

Sul fronte Brexit, in settimana, Boris Johnson dovrà cercare di fare approvare l’intesa con Bruxelles al Parlamento, come promesso pubblicamente. Intanto i rappresentanti dell’Unione Europea hanno deciso di proseguire, come se niente fosse, il processo di ratifica europeo. A questo punto abbiamo, di nuovo, due scenari: 1) Johnson riesce a fare approvare l’accordo di recesso, una volta approvato anche dal Parlamento Europeo la Brexit potrebbe avere luogo il 31 ottobre; 2) rinvio tecnico (per permettere di completare l’iter di ratifica) o politico (in caso di bocciatura da parte del parlamento britannico) seguito da elezioni anticipate. Guardando i movimenti della Sterlina il mercato sembra scommettere su un accordo.

Analisi dei mercati del 15.09.2019

Le buone notizie sul fronte Brexit e sui negoziati commerciali USA-Cina hanno portato una ventata di ottimismo e permesso agli indici azionari, soprattutto europei, di concludere positivamente la settimana. Per contro, la fase di risk-on ha pesato sui rendimenti obbligazionari, in rialzo un po’ ovunque, e quindi sul segmento investment-grade del mercato a spread.

Partiamo dagli incontri tra Cina e Stati Uniti: non c’è ancora un documento ufficiale, che sarà probabilmente firmato il mese prossimo. Le indiscrezioni confermano quanto il mercato si aspettava e auspicava in settimana, ovvero una fase di tregua con la sospensione delle tariffe che sarebbero dovute scattare dal 15/10. La Cina aumenterà gli acquisti di prodotti agricoli americani e proseguirà il percorso di apertura dei mercati finanziari. Non si è parlato, invece, del controverso tema della protezione della proprietà intellettuale, del prossimo incremento delle tariffe previsto per il 15 dicembre e del caso Huawei, anche se, secondo il NY Times, gli Stati Uniti dovrebbero concedere nuove licenze alle aziende americane per fornire a Huawei dei materiali “non sensibili”. Il mercato si attendeva una sorta di currency-pact: anche su questo punto non ci sono notizie ufficiali ma è molto probabile che la Cina si impegnerà a mantenere il Renminbi stabile o più forte alla luce di un accordo valutario non pubblico. La valuta cinese, intanto, si sta riportando intorno alla soglia di 7 verso USD.

Source: Bloomberg

In UK la sterlina ha decisamente beneficiato dell’ottimismo relativo alla Brexit: il premier irlandese Varadkar e quello inglese dichiarano di avere avuto una discussione costruttiva ed un accordo è possibile, stessa cosa dichiarano il capo negoziatore per la UE Michel Barnier e l’omologo britannico Stephen Barclay.

Il governatore della Bank of England Carney segnala che, comunque, in caso di hard Brexit la banca centrale farà di tutto per sostenere la crescita.

Tornando alle banche centrali, in settimana sono state pubblicate le minute dei meeting di settembre di Fed e ECB: da quelle relative alla Fed è emerso che, se da un lato i timori di un rallentamento globale della crescita lasciano aperte le porte ad un ulteriore stimolo monetario, dall’altro non viene indicata una tempistica precisa. Inoltre, da parte di alcuni membri dissenzienti è arrivata la richiesta di mettere fine all’easing, il che fa emergere dissensi all’interno del comitato.

Il tema delle tensioni sull’interbancario è stato affrontato, sembra, in un meeting straordinario il 4 ottobre, decidendo di partire con l’acquisto di 60 miliardi di dollari al mese di treasury bill fino a giugno 2020 e prolungando i repo fino a gennaio 2020.

Anche all’interno della BCE sono emerse spaccature dalla pubblicazione dei verbali relativa al meeting del 12 settembre: il QE è stato riaperto nonostante il parere contrario del comitato tecnico di politica monetaria. Circa un terzo dei membri si è detto contrario alla misura (come abbiamo già riportato negli scorsi commenti la tedesca Sabine Lautenschlaeger si è dimessa) e alcuni ex banchieri centrali hanno espresso pubblicamente critiche a Draghi, lanciando indirettamente messaggi a Christine Lagarde che sarà al vertice della BCE dopo il 24 ottobre.

Sul tema dei tassi negativi è tornato Mustier che, dopo le dichiarazioni in qualità di presidente della Federazione bancaria europea, anche in qualità di AD di Unicredit ha affermato che la banca si sta attrezzando affinché già nel 2020, nei diversi paesi in cui opera, i tassi negativi vengano gradualmente trasmessi ai clienti avendo cura, però, di salvaguardare i depositi inferiori ai 100 mila euro. Siccome la misura impatterà i depositi “ben al di sopra dei 100 mila euro” verranno offerte soluzioni alternative come investimenti in fondi di mercato monetario senza commissioni e obiettivi di performance positive. Si tratta di un territorio inesplorato e si dovrà verificare la compatibilità e il rispetto del Testo Unico Bancario, del Codice Civile, e il principio della tutela del risparmio sancito dalla Costituzione.

Intanto, approfittando del regime di tassi bassi, proseguono le emissioni obbligazionarie sia governative che corporate.

Dopo un’assenza di nove anni, il Tesoro italiano è tornato ad emettere BTP denominati in dollari riscontrando un discreto successo. Si tratta di un’emissione da 7 miliardi in tre tranche: 2.5 miliardi a 5 anni, 2 miliardi a 10 anni e altri 2.5 miliardi a 30 anni. Dopo la crisi finanziaria i costi degli swap valutari sono saliti a tal punto da rendere nulla la convenienza ad emettere titoli in dollari, giustificando, in parte, la quasi totale assenza dei bond italiani dal mercato globale dei titoli in dollari. Nella seconda metà del 2018 sono stati chiusi gli accordi bilaterali CSA, Credit Support Annex, firmati dal Tesoro con tutte le controparti, che hanno abbattuto il costo dei derivati necessari a proteggersi dal rischio di cambio. Considerata la buona accoglienza dell’operazione, probabilmente vedremo nuove emissioni in valuta con l’obiettivo di “garantire una presenza più regolare sui mercati esteri”, come indicato nelle linee guida sulla gestione del debito pubblico per il 2019. Possibile anche un’emissione in yen.

Il Tesoro ha annunciato anche una nuova offerta di BTP Italia che partirà il 21 ottobre: verrà messo sul mercato un titolo a 8 anni con un tasso annuo minimo garantito che verrà comunicato venerdì 18 ottobre. Ricordiamo che a novembre del 2018 l’ultima offerta di BTP Italia è andata quasi deserta: si trattava di un titolo a 4 anni con una cedola di 1.45%, che è stato penalizzato da un contesto politico sfavorevole. Tuttavia, si è rivelato un titolo interessante tanto che, a distanza di un anno, in questo momento quota 104. Attualmente la situazione è diversa e il Tesoro ne approfitta raddoppiando la durata, garantendo, probabilmente, condizioni economiche meno interessanti.

Considerando le emissioni della settimana e i titoli attualmente in asta, l’Italia dovrà collocare ancora 25 miliardi di BTP entro fine anno. Si tratta di una cifra inferiore ai 55 miliardi di rimborsi e quindi tale da non pesare sullo spread, a tutto vantaggio della legge finanziaria. Ad oggi il Tesoro ha superato l’80% del fabbisogno sul medio-lungo termine.

Interessante notare che anche la Grecia ha emesso, per la prima volta, bond a rendimenti negativi. Si tratta di titoli di stato a tre mesi collocati per un ammontare di 487.5 milioni di euro ad un tasso di -0.02%. La Grecia ha riconquistato la credibilità, uscendo ufficialmente, ad agosto dello scorso anno, dal commissariamento legato al salvataggio europeo. Sul mercato secondario, da inizio anno ad oggi i rendimenti dei titoli greci sono passati da 2.29% a 1.40%, a conferma del pieno accesso ai mercati finanziari da parte di un emittente che è stato il simbolo della crisi dell’euro.

Source: Bloomberg

Passando alle emissioni corporate, segnaliamo che Enel, in settimana, ha emesso il secondo green bond, emissione in tre tranche con scadenze di 5, 7 e 15 anni, raccogliendo ordini per circa 10 miliardi, a fronte di un’offerta di 2.5 miliardi. La prima tranche ha spuntato una cedola fissa pari a zero, con rendimento a scadenza 0.189%, dato che il prezzo di emissione sotto la pari è stato 99.123; un meccanismo di step-up incrementerà il tasso di 25 bps in caso di mancato raggiungimento dell’obiettivo di una determinata percentuale di fonti rinnovabili sulla capacità installata (Sgd-linked ovvero obiettivi di sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite). Il tasso della seconda tranche da 7 anni è pari a 0.375% mentre quello della terza da 15 anni è pari a 1.125%.

QUESTA SETTIMANA

Negli Stati Uniti il tema della settimana prossima dovrebbe essere più microeconomico: inizia infatti la reporting season americana, dalla quale emergerà il vero stato della corporate americana e si valuterà l’impatto sugli utili del rallentamento economico in corso e delle tensioni commerciali. Si parte con i big della finanza, tra cui JPM, Citigroup, Wells Fargo, Bofa, Goldman Sachs, Morgan Stanley, Amex e Blackrock, per passare ai consumer, quali J&J, Netflix, Coca Cola. Gli utili del terzo trimestre sono attesi ancora deboli ma, come sempre, importanti saranno le guidance e il dato tendenziale rispetto al trimestre precedente.

In UK la settimana sarà molto importante per capire le sorti del paese: iniziamo con martedì 15 ottobre quando il Parlamento britannico voterà il programma del premier Boris Johnson con possibile voto di sfiducia e nuove elezioni; giovedì 17 a Bruxelles i leader europei si incontreranno per due giorni e Brexit sarà al centro delle discussioni; sabato 19 sarà la deadline per il premier britannico che dovrà giungere ad un’intesa con la UE e convincere il parlamento britannico a ratificarla.

Sospesa l’entrata in vigore dei nuovi dazi previsti per questa settimana, occorre definire i dettagli precisi dell’accordo tra Cina e Stati Uniti; la partita non si è ancora conclusa tanto che, oggi, la Cina dichiara che occorrono ulteriori incontri per firmare la prima fase dell’accordo con Trump.

A Washington sono previsti gli incontri annuali di World Bank e IMF e verrà presentato il World Economic Forum.

Interventi dei vari banchieri centrali in diverse occasioni daranno ulteriore colore al dibattito in corso sulla politica monetaria.

In Germania verrà pubblicato lo ZEW relativo alla fiducia degli investitori.

Venerdì 18 la Cina pubblicherà il dato del Pil del terzo trimestre, atteso a 6.1%, oltre alla Produzione industriale e alle vendite al dettaglio.

Source: Bloomberg

Sempre venerdì verranno applicate le tariffe imposte da Trump su 7.5 miliardi di dollari di prodotti europei .

Analisi dei mercati del 01.10.2019

Dopo un periodo dominato dalle notizie sulle Banche Centrali questa settimana la protagonista del newsflow è stata la politica.

Partiamo con la Gran Bretagna dove la Corte Suprema ha definito “contraria alla legge” la mossa di Boris Johnson di chiedere e ottenere dalla regina la sospensione dei lavori del Parlamento per cinque settimane a partire dal 10 settembre. L’illegalità è legata al fatto che si è impedito al Parlamento di svolgere la sua funzione costituzionale senza giustificazioni ragionevoli. Rendendosi conto che, ormai, sarà difficile arrivare ad un accordo con la UE, come richiesto dal Parlamento, e, quindi, occorrerà chiedere un rinvio, Johnson dichiara che occorre andare a nuove elezioni al più presto. Effettivamente, per evitare di chiedere il rinvio della Brexit il Premier può solo dare le dimissioni e sperare in nuove elezioni.

Negli Stati Uniti, invece, si è cominciato a parlare di impeachment contro il Presidente: la causa sarebbe da attribuirsi al rifiuto, da parte di Trump, di rispondere alle domande di chiarimento, da parte del Congresso, circa la sua richiesta al presidente ucraino Volodymyr Zelenskiy di indagare sull’ex vice-presidente e attuale candidato democratico Joe Biden. Trump è quindi accusato di avere abusato del suo potere, sollecitando l’aiuto di un Paese straniero al fine di mettere in cattiva luce lo sfidante democratico.

Ovviamente dalla richiesta di impeachment alla condanna i passaggi sono tanti e richiedono tempo; occorrono, infatti, 2/3 passaggi del Senato, dove i repubblicani hanno ancora la maggioranza. Quello che però ha spaventato i mercati è la possibilità di un rinvio dei negoziati. La Cina potrebbe tirare per le lunghe la questione, con l’obiettivo di dialogare con un possibile nuovo Presidente e ottenere un risultato più favorevole.

L’incontro fra il Vicepremier cinese e i rappresentanti americani a Washington è previsto per il 10 ottobre. Durante la settimana passata si sono intervallate diverse dichiarazioni di Trump e della controparte cinese molto altalenanti: da un lato, le aziende cinesi si dichiarano pronte ad aumentare gli acquisti di carne di maiale dagli Stati Uniti, dall’altro Trump continua a puntare il dito sul tema della proprietà intellettuale, poi però dichiara che l’accordo potrebbe essere fatto prima del previsto.

Venerdì Bloomberg ha pubblicato la notizia secondo cui funzionari dell’amministrazione Trump stanno valutando il delisting di società cinesi dai mercati USA e limiti ai flussi di investimenti statunitensi verso la Cina. La situazione rimane quindi estremamente fluida e gli algo-trades creano una volatilità non certo favorevole.

Dall’assemblea ONU Trump ha sollecitato le altre Nazioni a unirsi a lui per esercitare pressioni sull’Iran dopo gli attacchi agli impianti petroliferi sauditi. Nel frattempo, gli Stati Uniti aumentano la pressione su Teheran sanzionando le società cinesi per avere ricevuto petrolio iraniano.

Il prezzo del petrolio torna ai livelli pre-attacco ai pozzi sauditi sulla notizia che le riparazioni procedono velocemente e le scorte di greggio negli Stati Uniti sono aumentate. Oggi il principe ereditario saudita, in un’intervista, avverte che i prezzi potrebbero impennarsi con “numeri inconcepibilmente alti” se il Mondo non si unirà per fermare l’Iran.

In Austria, nel fine settimana, si sono tenute le elezioni anticipate che hanno portato il Partito Popolare ad avere il 37% dei voti e i Verdi al 14%. Anche in questo caso non sarà facilissimo formare un governo.

Tornando in tema, invece, di Banche Centrali, Draghi, durante l’audizione (l’ultima prima della fine del mandato) davanti al Parlamento Europeo conferma che l’economia è debole e non ci sono convincenti segnali di ripresa. Tale debolezza contribuisce a mantenere l’inflazione persistentemente sotto i livelli target. Pertanto, la politica monetaria deve rimanere molto accomodante e pronta ad utilizzare tutti gli strumenti che non hanno esaurito l’efficacia ma che sarebbero più efficienti e rapidi nell’azione qualora fossero affiancati da un’adeguata politica fiscale; inoltre, le regole di bilancio andrebbero rivisitate per evitare un’applicazione pro-ciclica, implicitamente si esortano i paesi con “spazi nei bilanci” ad implementare manovre a favore degli investimenti e dei consumi. Vedremo la futura governatrice Lagarde se saprà/vorrà creare un maggiore legame tra politica monetaria e fiscale. Ha, anche, accennato anche alla possibilità di attuare la MMT (Modern Monetary Theory) pur ammettendo che dovrebbe essere compito della politica fiscale redistribuire le risorse.

Nella BCE fanno discutere le dimissioni di Sabine Lautenschlaeger: si tratta del quarto membro tedesco dimissionario negli ultimi anni, la cui decisione viene vista come segnale di dissenso rispetto alle misure di stimolo adottate da Francoforte. La Germania intende mantenere la rappresentanza nel board dell’esecutivo e quindi a breve comunicherà il sostituto.

Da un punto di vista macro, in settimana abbiamo avuto una serie di dati che confermano un quadro di generalizzata debolezza, ma con una forza relativa, di Stati Uniti verso Europa, che spinge l’Euro ad indebolirsi ulteriormente.

Dalla Germania, dopo i deludenti dati sui PMI, anche la pubblicazione dell’IFO delude le aspettative nella componente “attese future di business”.

Anche in Giappone i dati sui PMI escono in deterioramento a 48.9 rispetto al 49.3 di agosto.

In US viene pubblicata la terza revisione del PIL del secondo trimestre che conferma la crescita a +2% con i consumi che continuano a fare da traino per l’economia.

In Cina la pubblicazione del Beige Book evidenzia come l’economia cinese stia rallentando soprattutto a causa della produzione.

Per tornare al tema di sostenibilità, è di venerdì la notizia che la Banca dei Regolamenti Internazionali ha annunciato la costituzione di un fondo aperto per le Banche Centrali dedicato agli investimenti in green bond. Anche la prossima presidente della BCE Christine Lagarde aveva annunciato che la Banca Centrale avrebbe aumentato gli acquisti sui green bond. Il fondo sarà denominato in dollari e strutturato secondo la legge svizzera. I bond acquistabili dovranno avere un rating minimo di A- e rispettare i principi dell’Associazione del Mercato dei Capitali per i green bond o i Climate Bond Standard.

L’incertezza generata dalle tensioni politiche a livello internazionale che ha caratterizzato la settimana ha determinato una correzione dei principali indici azionari e dei segmenti obbligazionari a maggiore rischio, High Yield ed Emergenti. Per contro le valute rifugio rappresentate da Yen giapponese e Franco svizzero si sono apprezzate contro Euro così come il Dollaro Americano che ha, in parte, beneficiato anche delle tensioni sul mercato monetario. Rendimenti governativi ancora in riduzione.

QUESTA SETTIMANA

In Cina sono stati pubblicati i dati PMI relativi al mese di settembre: l’attività manifatturiera è risultata in contrazione per il quinto mese consecutivo (anche se in leggero miglioramento: 49.8 rispetto a 49.5 di agosto) mentre il settore dei servizi rimane in area di espansione ma ad un livello di poco inferiore rispetto a quello di agosto (53.7 vs 53.8). Da notare come il medesimo indicatore, calcolato da Caixin (più rivolto al settore privato e alle piccole/medie imprese), mostri un miglioramento per il settore manifatturiero da 50.4 a 51.4.

Sempre in Cina, martedì 1 ottobre, si terrà il Congresso del Partito che festeggerà il settantesimo anniversario della fondazione della Repubblica Popolare Cinese. Per l’occasione i mercati finanziari locali saranno chiusi per 7 giorni.

Il prossimo fine settimana parte il nuovo round di negoziati a Washington durante il quale si discuterà di scambi commerciali e proprietà intellettuale.

In Italia è in corso la discussione per cercare un’intesa di governo sul NADEF (nota di Aggiornamento del Documento di Economia e Finanza) necessario per la stesura della Legge di Bilancio: occorre trovare i fondi per evitare gli aumenti selettivi dell’Iva senza fare salire il rapporto deficit/Pil sopra il 2.2%.

Sia in Europa che negli Stati uniti verranno pubblicati i dati definitivi sulla fiducia delle imprese. Venerdì avremo la pubblicazione dei dati sul mercato del lavoro americano.

Analisi dei mercati del 23.09.2019

La settimana è stata dominata dal newsflow circa le decisioni delle varie banche centrali.


Partiamo da quella americana: la Fed ha tagliato, come atteso, i tassi di 25 bps a 1.75%-2%. A differenza della BCE, il messaggio della Fed non è risultato così forte. Anche andando ad analizzare i “dots”, ovvero le previsioni dei singoli membri circa il posizionamento dei tassi in futuro, emerge solo un possibile altro taglio entro fine anno e molta dispersione per il periodo successivo. Otto membri si attendono dei tagli mentre 7 dei rialzi. Il mercato dei futures sui Fed Fund sconta, invece, uno o due tagli anche nel 2020. Powell ha sottolineato che sebbene l’economia americana sia solida, il taglio dei tassi è giustificato da debolezza negli investimenti e tensioni commerciali. Per questo motivo, ancora in ambito “insurance cuts”, altri nuovi e più profondi tagli non sono certi ma la Banca Centrale rimane pronta ad intervenire in caso di necessità. Non sono mancate, ovviamente, le critiche da parte di Trump che continua a giudicare inadeguata la politica monetaria americana.

Anche la BOJ ha rispettato le attese, lasciando i tassi invariati e confermando l’obiettivo di riportare verso lo 0% il tasso decennale dei JGB ma ha anche aggiunto che, in caso di peggioramento del quadro generale, è sempre pronta ad utilizzare misure addizionali e che vorrebbe ottenere una curva più inclinata. In questo caso, a differenza della FED, emerge una maggiore propensione ad agire.

Tassi invariati, 0.75%, anche da parte della Bank of England, che si dichiara pronta ad agire qualora le incertezze relative alla Brexit dovessero persistere. Stesso discorso ha fatto la Banca Centrale Svizzera, tassi invariati a -0.75%, che ha tagliato le stime di crescita lasciando intendere che i tassi potranno ulteriormente scendere. Anche la banca svizzera, come la BCE, ha introdotto un sistema di tiering per ridurre il peso dei tassi negativi sulle banche.

L’unica Banca in controtendenza è quella norvegese, che ha alzato i tassi per la quarta volta in un anno portandoli all’1.5%, livello più alto degli ultimi 5 anni, con l’obiettivo di raffreddare l’economia. Quest’ultima, infatti, è sostenuta dagli investimenti petroliferi, da una moneta debole e una politica economica espansiva del governo, in quanto la Norvegia, grazie alle entrate derivanti dal settore energetico, dispone del fondo sovrano più grande del mondo.

Source: Bloomberg

Un po’ di preoccupazione fra qualche operatore è stata destata, nel mercato monetario, dall’impennata dei tassi pronti contro termine overnight che sono arrivati quasi al 10% e che hanno richiesto tre iniezioni di liquidità. Un Repo da 53 miliardi e due da 75, da parte della FED per riportarli ai livelli in linea con i Fed Funds. La causa scatenante sembra si possa attribuire al concatenarsi di due elementi: eccesso di emissioni di Treasury e contestuale pagamento delle imposte per conto delle società che hanno drenato liquidità in dollari. I parallelismi con la crisi del 2008 non sono ovviamente mancati, anche se le circostanze sono evidentemente diverse. Nel 2008 la liquidità non circolava perché c’era sfiducia da parte delle banche e questo rappresentava un rischio sistemico, ora invece il motivo è da ricercarsi nella riduzione del bilancio della Fed e nella politica fiscale espansiva che richiede grandi emissioni di titoli di stato.

Certo in un mondo “inondato” di liquidità sentire che mancano i dollari necessari per fare funzionare il sistema interbancario americano fa impressione. A tale proposito in sede di FOMC si è discusso della possibile ripresa di acquisti di Treasury, una sorta di QE “light”, al fine di mantenere stabili le riserve bancarie. Nel frattempo, la Fed è pronta a fare aste giornaliere per iniettare liquidità fino al 10 ottobre. Vuole evitare che il mercato si innervosisca.

L’azione accomodante delle banche centrali sta incentivando sempre più aziende a collocare obbligazioni per approfittare dei tassi bassi, in certi casi in sostituzione di bond che vengono richiamati. E’ il caso, ad esempio, di Generali che ha annunciato l’emissione sia del suo primo green bond subordinato Tier2 a tasso fisso con scadenza 2030 e il contestuale riacquisto di 3 obbligazioni per circa un miliardo. Si ottiene il duplice obiettivo di abbassare il costo del finanziamento ricalibrando la scadenza.

Le banche italiane, che nel 2018 non hanno quasi emesso bond, viste le tensioni fra Roma e Bruxelles, stanno recuperando: Unicredit ha collocato un’obbligazione subordinata Tier2 per 1.25 miliardi con cedola 2% (240bps sopra mid- swap, livello più basso dal 2011) a dieci anni con call dopo cinque. Si tratta della terza emissione da gennaio che ha permesso alla banca di superare il target del piano di finanziamento per il 2019 e avviato il pre-funding per il 2020.

Banca Intesa ha invece guardato al mercato americano emettendo un bond senior preferred per due miliardi di dollari, prima emissione da gennaio 2018. Anche in questo caso, come per Generali, l’operazione va vista insieme al buyback, fatto a febbraio per analogo ammontare, in quanto consente di abbassare il costo del funding.

Anche Monte dei Paschi è tornata sul mercato con un prestito obbligazionario, senior preferred, coupon 3.625%, di 500 milioni che è stato ben visto dagli investitori.

Il tema dei green bond sembra essere sempre più diffuso: anche Enel ha di recente cavalcato l’onda lanciando un bond da 1.5 miliardi di dollari legato al raggiungimento di obiettivi di sostenibilità. La domanda è stata elevata soprattutto perché sempre più investitori seguono criteri ESG nella selezione e perché tali strumenti sembrano essere più stabili. Da inizio anno le emissioni “green” sono state 10 per un controvalore di 4.25 miliardi, più del doppio del 2018.

Le banche europee hanno cominciato a fare richiesta dei fondi messi a disposizione tramite il nuovo TLTRO3: nell’ultimo meeting BCE sono state rese più favorevoli le condizioni di rifinanziamento estendendole a tre anni, invece di due, e azzerando lo spread che si sarebbe dovuto pagare sul tasso sui depositi. Dai primi dati sembra che la partecipazione sia stata inferiore alle aspettative, 3.4 miliardi di euro a fronte di attese fra i 20 e i 100, ma probabilmente il motivo è opportunistico e una maggiore richiesta emergerà intorno a dicembre. Per partecipare a questa asta, le banche avrebbero dovuto fare richiesta prima di conoscere i nuovi termini fissati dalla BCE e quindi non sarebbe stato molto sensato.

Per quanto riguarda il petrolio il prezzo è tornato in area 58 dollari, dal picco di 63: in base alla prime analisi, Aramco ha stimato che occorreranno due o tre settimane per ripristinare il grosso della produzione, circa il 70%. Il tema delicato rimane quello geopolitico, dato che Stati Uniti e Arabia Saudita sono concordi nel ritenere l’Iran responsabile degli attacchi.

Source: Bloomberg

Sul tema Brexit nessun passo avanti dopo l’incontro tra premier Johnson e Juncker, il punto critico rimane quello del backstop relativo al confine tra le due Irlande. Alcune fonti parlano di Brexit posticipata fino a gennaio 2021. Secondo il presidente dell’Unione Europea, il finlandese Antti Rinne, il premier britannico deve presentare una proposta scritta sulla Brexit entro fine settembre. Johnson, invece, ritiene che il vertice dell’Unione Europea del prossimo 17 ottobre sarà il momento e il luogo giusto per trovare un accordo per un divorzio consensuale ma che è comunque pronto ad affrontare anche una no-deal Brexit.

In Europa è stato pubblicato lo ZEW tedesco che ha mostrato un peggioramento della situazione attuale ma un miglioramento delle aspettative.

Sul fronte commerciale gli Stati Uniti hanno raggiunto un parziale accordo con il Giappone che consente di evitare l’imposizione di dazi sulle auto.

In Spagna il Partito Socialista di Podemos non riesce a formare un governo, il Re Felipe ne prende atto e indice nuove elezioni per il 10 novembre. La “resilienza” dell’economia spagnola è stata alla base del giudizio di Standard&Poor’s che ha alzato il merito di credito da A-/A-2 a A/A-1 con outlook stabile.

La settimana nel complesso si è chiusa con un leggero ritracciamento degli indici azionari, soprattutto americani. Il comparto obbligazionario governativo ha visto una riduzione dei rendimenti (soprattutto americani) che è andata a beneficio delle obbligazioni a spread. L’euro si è indebolito contro quasi tutte le valute.

QUESTA SETTIMANA

Questa mattina in Europa sono stati pubblicati i dati sui PMI preliminari: l’ulteriore debolezza per quelli manifatturieri, dato per Eurozona da 47 a 45.6, e un inizio di debolezza per quelli relativi ai servizi, 52 da 53.5, portano il dato aggregato vicino alla soglia di demarcazione tra espansione e contrazione, siamo a 50.4. Il dato tedesco è particolarmente brutto e, oltre a non lasciare ben sperare sulla ripresa della manifattura tedesca, trascina al ribasso anche la fiducia sui servizi.

I dati sui PMI verranno resi pubblici anche per gli Stati Uniti. Giovedì vedremo anche la terza stima del dato sulla crescita del GDP del secondo trimestre, atteso a 2%, e venerdì i dati su inflazione e ordini durevoli e spese personali che aiuteranno a valutare la tenuta dell’economia americana.

Source: Bloomberg

Sul fronte geopolitico, all’assemblea ONU di questa settimana si incontreranno anche Stati Uniti ed Iran.

Il newsflow in merito alla questione Brexit rimane il driver principale della sterlina. Oggi la Corte Suprema dovrebbe rendere nota la data in cui emetterà la sentenza sulla legittimità o meno della sospensione del parlamento.

L’attenzione rimane sempre puntata sui negoziati tra Cina e Stati Uniti: se da un lato gli Stati Uniti hanno, nei giorni scorsi, sospeso i dazi su 400 beni di importazioni cinesi, la cattiva notizia è la cancellazione di una visita da parte di una delegazione cinese. Situazione sempre molto fluida.

Analisi dei mercati del 18.09.2019

Anche questa settimana è proseguita la rotazione dei portafogli dai bond all’equity: i mercati azionari hanno apprezzato sia la determinazione di Mario Draghi sia le buone notizie sui rapporti fra Cina e Stati Uniti. I mercati obbligazionari hanno, invece, visto un ri-posizionamento verso l’alto di tutte le curve con livelli di rendimento meno penalizzanti. Il comparto bancario europeo è quello che sta traendo maggiore giovamento dall’azione della BCE e il movimento sui tassi ha portato a casa un rimbalzo del 7.80%.

La conseguenza della fase distensiva sui mercati si è vista sul ritracciamento di tutti gli strumenti di “hedging” utilizzati dagli investitori negli ultimi tempi: l’oro si è riportato intorno a 1500 dollari/oncia, dopo avere toccato i 1550, gli indicatori di volatilità degli indici azionari, VIX e Vstoxx, sono tornati a livelli più “tranquilli” e le valute rifugio, come Yen e Franco Svizzero, hanno marginalmente corretto.

Souce: Bloomberg

L’evento che ha catalizzato l’attenzione dei mercati durante la settimana è stata sicuramente la riunione della BCE: il taglio dei tassi sui depositi di 0.10%, a -0.50% (le attese erano per 0.10%/0.20%), ma con un sistema di “tiering” (scaglioni) per limitare gli effetti negativi sul sistema bancario, e il nuovo QE, a partire da novembre con acquisti di 20 miliardi di bond al mese erano bene o male attesi. Quello che il mercato ha apprezzato è stata la forza della forward guidance: la politica monetaria rimarrà accomodante e le misure intraprese resteranno in piedi fino a che l’inflazione raggiungerà il target del 2%, “close but below”, quindi senza un esplicito limite temporale.

La manovra è stata interpretata come un “bazooka” e rappresenta un’eredità significativa per Christine Lagarde, che prenderà il posto di Draghi a partire da novembre.

Il dollaro americano, dopo una prima reazione di rafforzamento durante la conferenza della BCE, si indebolisce e chiude la settimana riportandosi in prossimità di 1.11 contro l’euro.

I BTP, in virtù di quanto detto nello scorso commento circa la relativa maggiore attrattività nel panorama governativo europeo, rimangono stabili con rendimenti ai minimi assoluti.

Buone notizie anche sul fronte dei negoziati commerciali: gli Stati Uniti annunciano che intendono rinviare di 15 giorni l’incremento delle tariffe, dal 25% al 30%, su 250 miliardi di dollari di prodotti cinesi previsto per il primo ottobre, mentre la Cina annuncia che incrementerà l’acquisto di prodotti agricoli americani.

La Cina, inoltre, ha varato una delle misure per attrarre capitali o comunque limitare i deflussi che rischiano di affliggere il paese in caso di ulteriore deterioramento del quadro macro: vengono eliminati i limiti agli investimenti stranieri, sia azionari che obbligazionari, e si valuta l’introduzione di trattamenti fiscali agevolati per gli acquirenti di fondi di investimento. Il tutto crea ottimismo in vista degli incontri di inizio ottobre. L’impatto sul cambio CNY/USD è positivo e porta la divisa cinese verso quota 7.

Souce: Bloomberg

Sabato un attacco terroristico ha colpito gli impianti petroliferi sauditi che fornivano il 5% delle forniture globali. Teheran respinge le accuse degli USA, secondo i quali sarebbe dietro agli attacchi con i droni. La reazione più forte si è avuta sul prezzo del petrolio, che è salito di circa 5 dollari raggiungendo i 60$ al barile (WTI) nonostante gli Stati Uniti abbiano autorizzato il ricorso alle scorte di emergenza e nonostante le dichiarazioni saudite circa i brevi tempi previsti per il ripristino degli impianti. I primi analisti stimano che il danno subito dall’Arabia sia superiore allo shock avuto sul mercato ai tempi sia della prima guerra del Golfo nella in rivoluzione in Iran. Incertezza anche relativa all’impatto sulla prossima quotazione di Aramco, per cui è possibile un rinvio.

Souce: Bloomberg

QUESTA SETTIMANA

Anche questa settimana il focus degli investitori si concentrerà sulle banche centrali: mercoledì 18 sarà la volta della Fed. Powell si trova in una posizione non semplice in quanto l’economia non sta dando particolari segnali di debolezza, con il Pil che cresce al 2%, l’inflazione viaggia intorno al 2.4% e le vendite al dettaglio sono stabili. Tali dati non giustificherebbero l’avvio di una serie di tagli ai tassi di interesse ma, tuttavia, il mercato sconta, con una probabilità del 98.6%, un taglio certo di 25bps. Dopo la performance del suo “collega” europeo, Powell deve cercare di esserne all’altezza, anche per evitare ulteriori critiche di Trump. Importanti saranno, soprattutto, le proiezioni macroeconomiche che verranno fornite e i “dots”, ovvero le indicazioni sulle future manovre.

Giovedì 19 si riunirà anche la BOJ: le attese sono per tassi invariati a -0.10% ma c’è una probabilità pari al 24% che la banca centrale li tagli di 10bps.

Sempre giovedì si riunirà la Bank of England: attesi tassi invariati allo 0.75%. Nel Regno Unito la situazione rimane estremamente incerta: oggi il ministro Barclay incontra il capo-negoziatore per l’Unione Europea Barnier. Barometro della Brexit è la sterlina che sta proseguendo un trend di rafforzamento verso euro (attualmente quota 0.88) che l’ha riportata ai livelli di giugno.

Martedì 17 in Germania è stato pubblicato lo ZEW, indice che misura le aspettative di crescita economica: tale indice, in territorio negativo da inizio maggio.

Souce: Bloomberg

Interessante sarà anche la pubblicazione dei dati relativi all’inflazione per l’Eurozona.