Analisi dei mercati del 03.08.2020

COMMENTO ULTIMA SETTIMANA

La settimana si è chiusa con mercati azionari nel complesso invariati ma con una forte differenziazione geografica dato che gli Stati Uniti (in particolare in Nasdaq con +4%) hanno sovraperformato l’Europa che ha sofferto soprattutto sul settore bancario (Eurostoxx Banks -9%). Poche variazioni sui rendimenti obbligazionari governativi mentre sono positive le performance dell’obbligazionario a spread. Ancora in ascesa il prezzo dell’oro che si avvicina ai 2000 dollari/oncia. E’ proseguita la debolezza del dollaro che è arrivato vicino a 1.18 contro euro.

L’andamento dei mercati è stato condizionato da un mix di dati macro (GDP) non particolarmente belli e da trimestrali che hanno penalizzato alcuni settori (es. energy).

Ma andiamo con ordine.

La Fed, come atteso, ha deciso di lasciare la politica monetaria invariata in quanto la situazione rimane “straordinariamente” incerta in termini di evoluzione della pandemia e impatto sulla ripresa economica. Eventuali modifiche verranno valutate in autunno quando la situazione sanitaria sarà auspicabilmente più chiara e i provvedimenti presi a sostegno della ripresa potranno avere dato gli effetti. E’ stato ribadito che si farà qualunque cosa sia necessaria per supportare l’economia (di nuovo una sorta di “whatever it takes”) e i tassi rimarranno a questi livelli (0%-0.25%) per tutto il tempo necessario. La forward guidance è stata mantenuta e se ne ridiscuterà a settembre.

La conferma della fase difficile attraversata dagli Stati Uniti la abbiamo avuta anche dalla pubblicazione del Pil del secondo trimestre: -32.9% trimestre/trimestre annualizzato (-8.25% se calcolato trimestre/trimestre) verso attese di -34.5%. Si tratta del peggiore dato della storia, per un valore distrutto pari all’intera economia tedesca! Molto negativo (-34.6%) anche il dato sui consumi personali.

Anche in Europa i dati sul Pil sono stati negativi: l’economia tedesca ha visto un Pil in calo del 10.1% trimestre/trimestre (vs aspettative di -9%) nel secondo trimestre e si tratta del peggiore dato dall’inizio della serie statistica (1970), quello francese è sceso del 13.8% (meglio delle attese di -15.2%), quello spagnolo del 18.5% (peggio delle attese di -16.6%) e quello italiano del 12.4% (meglio delle attese di -15.5%). Nel complesso l’eurozona ha visto una contrazione economica del 12.1% nel trimestre.

In Cina è stato pubblicato il dato sul PMI di luglio calcolato dall’agenzia governativa: in salita il dato complessivo (52.8 da 51.2) grazie al settore manifatturiero che si porta ai massimi da marzo (51.1 vs precedente di 50.9). E’ il quinto mese consecutivo di espansione, un buon segnale della ripresa dell’attività.

Il settore bancario europeo ha subito negativamente la decisione della BCE che, come anticipato la settimana scorsa, ha esteso a tutto il 2020 l’invito alle banche a non distribuire dividendi cash (solo eventualmente scrip dividend, ovvero attribuzione di azioni proprie), né riacquistare azioni proprie, ma aumentare, invece, le riserve di liquidità. La decisione verrà poi rivista nel quarto trimestre. La motivazione risiede negli stress test condotti dalla Bce che hanno misurato l’impatto di un eventuale ulteriore crisi pandemica sui ratio di capitale: secondo Andrea Enria (presidente del consiglio di vigilanza) lo scenario base (Pil area Euro in discesa dall’8.7% nel 2020 e rimbalzo del 5.2% e 3.3% rispettivamente nel 2021 e 2022) prevede un impatto sul capitale dell’1.9% con il Cet1 che scenderebbe a 12.6% da 14.5%, quindi gestibile dall’attuale situazione patrimoniale delle banche, invece, in caso di scenario peggiore, l’impatto sarebbe del 5.7% (Cet1 all’8.8%) e alcune banche avrebbero difficoltà a rispettare i requisiti minimi di capitale.

Rimanendo sul settore bancario segnaliamo che si è, finalmente, conclusa l’operazione ISP-UBI che ha fatto nascere un colosso da 5 miliardi di utili (atteso per il 2022), 1.1 trilioni di risparmio, 21 miliardi di ricavi e 460 miliardi di impieghi. Il settimo gruppo europeo per utili per ricavi dopo Santander, BNP Paribas, Bbva, Bpce, SocGen e DB, e terzo per market cap con 48 miliardi (dopo Bnp Paribas e Santander).

Le adesioni hanno raggiunto il 90.21% del capitale. In questo modo, superando il limite della maggioranza qualificata di 2/3 si può procedere alla fusione vera e propria e cedere, come previsto, 532 sportelli a Bper. Chi è rimasto ancora con le azioni Ubi le potrà cedere a Intesa (17 azioni ISP ogni 10 UBI più 0.57 euro per azione) o potrà richiedere il cambio in denaro ad un prezzo pari alla media del valore del titolo nelle ultime cinque chiusure di Borsa.

Lunedì il CdA di Ubi guidato da Victor Massiah dovrà approvare la semestrale, poi si deciderà per le eventuali dimissioni dato che a settembre dovrebbe arrivare il nuovo CdA nominato dall’assemblea ordinaria. Probabilmente nella primavera del 2021 verrà convocata quella straordinaria per la fusione.

Adesso il risiko bancario si sposta su MPS dalla quale il Tesoro (che ha il 68% del capitale) deve uscire entro il 2021 e si parla di una fusione prima tra Bper (che alle spalle ha Unipol con il 20%) e Banco Bpm dopodiché si procederebbe ad inglobare MPS.

L’altro elemento che ha causato un po’ di volatilità sui mercati è stata la reporting season che, con dati misti sulle trimestrali, conferma che alcuni settori sono stati molto penalizzati mentre altri addirittura avvantaggiati dal particolare trimestre che si è concluso: P&G, ad esempio, ha chiuso l’anno fiscale con il record di ricavi dal 2006, grazie al massiccio acquisto di prodotti per la cura della casa, mentre il settore energy ha parecchio sofferto il calo del prezzo del petrolio. Eni, ad esempio, ha tagliato il dividendo e il titolo ha corretto di oltre il 7% sulla notizia. Male anche il settore automotive.

Negli Stati Uniti hanno riportato, nel complesso bene, i big del tech:

  • Apple batte le stime e annuncia uno stock split (4 azioni ogni 1) per rendere accessibili le azioni ad un maggior numero di investitori: i ricavi sono saliti ad un risultato record di 59.7 miliardi di dollari (+11%) così come gli utili che salendo del 18% hanno superato le attese. Le vendite online hanno compensato la chiusura degli Apple Store. Secondo Cook dopo il crollo di aprile le vendite sono risalite a maggio e giugno grazie al lancio dell’iPhone SE;
  • anche per Amazon utili da record grazie alle vendite online. I ricavi sono saliti del 40% rispetto ad un anno fa e gli utili sono stati record nonostante i maggiori costi legati alle assunzioni e alle misure di sicurezza che ha dovuto implementare;
  • Facebook ha battuto le attese degli analisti sia in termini di fatturato che di profitti che di utenti. Stima un aumento del fatturato nel terzo trimestre del 10% anche se potrebbe rallentare nelle regioni in cui le restrizioni da covid vengono allentate;
  • Alphabet invece ha subito il primo declino di ricavi della storia (-2%) a causa del taglio dei budget pubblicitari delle imprese colpite dalla pandemia. Anche gli utili sono diminuiti. Sia fatturato che utili hanno però battuto le stime degli analisti.

Le big del tech (Apple, Amazon, Facebook e Google) sono state chiamate in audizione davanti alla commissione Giustizia della Camera per discutere di temi legati all’Antitrust. I timori sono che un’eccessiva crescita di queste società porti ad effetti anticoncorrenziali. I ceo delle quattro aziende sostengono di dovere affrontare una dura concorrenza che li porta a servire sempre meglio i clienti e innovare in continuazione. Se è vero, da un lato, che i potenziali entranti vengono spesso acquisiti (vedi Instagram o Whattsapp) è anche vero, dall’altro che si assiste ad una continua discesa dei prezzi di alcuni servizi che talvolta sono diventati addirittura gratuiti.

Il peso che tali società hanno sugli indici di borsa e sul Pil americano è tale che eventuali misure restrittive rischierebbero di avere impatti sui listini e sull’economia, cosa non particolarmente benvenuta durante questo anno elettorale.

A proposito delle elezioni americane di novembre il presidente Trump ha chiesto un rinvio a causa del dilagare dell’epidemia.

QUESTA SETTIMANA

Inizia il mese di agosto che statisticamente è caratterizzato da una diminuzione della liquidità e da una maggiore vulnerabilità del mercato ad eventi e notizie forti.

Fra i dati macro della settimana segnaliamo:

  • Cina: pubblicato oggi il dato su Caixin PMI manifatturiero di agosto in ripresa a 52.8 da 51.2.

Mercoledì 5 verranno pubblicati anche il dato sui servizi e aggregato composite;

  • Eurozona: questa mattina sono stati pubblicati i dati PMI manifatturieri riferiti al mese di luglio che vedono un rimbalzo del dato aggregato a 51.8 da 51 con un forte contributo positivo da Italia (51.9 da 47.5) e Spagna (53.5 da 49) che si riportano sopra la soglia di espansione;

Mercoledì 5 sarà la volta dei PMI servizi e composite attesi in linea con il dato precedente (54.8) ma un rimbalzo, come per i manifatturieri, per Italia e Spagna (che a differenza di Francia e Germania non pubblicano i dati preliminari);

  • Stati Uniti: lunedì pomeriggio verranno pubblicati i dati di fiducia ISM e mercoledì 5 quelli PMI servizi e complessivo. Importanti, venerdì 7, i dati sul mercato del lavoro americano per i quali si attende una crescita dei nuovi occupati per il terzo mese consecutivo con un tasso di disoccupazione che dovrebbe passare dall’11.1% al 10.5%.

In generale, una prosecuzione della ripresa nei dati di fiducia delle imprese e nel mercato del lavoro americano sarebbe importante per contrastare l’eventuale debolezza delle trimestrali e/o peggioramenti dei dati sui contagi.

Negli Stati Uniti l’attenzione sarà rivolta al Congresso dove si sta discutendo il quinto pacchetto di misure di stimolo fiscale in sostituzione delle misure che vanno verso la scadenza: ricordiamo che si parla di manovra da 1-1.5 trillioni di dollari.

Giovedì si riunirà la Bank of England: non sono attese particolari modifiche all’attuale politica monetaria (tassi fermi a 0.1%).

CONSIDERAZIONI FINALI E POSIZIONAMENTO LINEE DI GESTIONE

Talvolta può succedere che il mercato prenda improvvisamente atto della difficile situazione economica e ritracci nella componente azionaria con flussi verso quella obbligazionaria governativa (“flight to quality”).

A metà della settimana appena trascorsa è successo esattamente così: il trigger della correzione sono stati i dati macroeconomici relativi soprattutto al Pil del terzo trimestre e qualche trimestrale particolarmente deludente.

Sappiamo bene che si tratta di dati riferiti ad un trimestre passato (quindi “backward looking”) e sappiamo anche che il mercato tende a scontare invece eventi futuri che, magari, si possono dedurre dai dati di fiducia delle imprese PMI (quindi “forward looking”).

Ma, come abbiamo già scritto in questa sede, quando il mercato tende a discostarsi troppo dai fondamentali ci sono dei momenti in cui si decide di fare il punto della situazione e cerca di riallinearsi alla dura realtà, da qui le correzioni (anche violente).

La stagionalità, ripetiamo, non è certamente favorevole dato che la liquidità tende a ridursi in agosto ed ogni notizia rischia di scatenare una reazione oggettivamente esagerata.

Agosto, infatti, statisticamente è stato un periodo in cui si sono verificati eventi particolarmente negativi (ad esempio la crisi finanziaria russa del 1998 o, più recentemente, la svalutazione del Renmimbi nel 2015) e gli investitori possono ritenere opportuno non prendere particolari rischi e magari mettere il portafoglio più in sicurezza.

Questo giustificherebbe il movimento di consolidamento di fine luglio così come il movimento dell’oro e del dollaro.

E’ importante, ribadiamo, mantenere una propria idea e impostazione di fondo per poi essere in grado di sfruttare le opportunità che il mercato crea. E’, però, altrettanto importante monitorare gli eventi per modificare tale impostazione di fondo, qualora si verifichi qualcosa che impatta sulle assunzioni alla base della costruzione del portafoglio e ne determina dei cambiamenti.

Le nostre linee di gestione hanno beneficiato, questa settimana, così come in tutto il mese di luglio, del forte movimento dell’oro e, ancora, del mercato azionario americano soprattutto nella componente tecnologica. La parte obbligazionaria ha proseguito nel suo recupero. Elementi di disturbo sono stati il dollaro, e in generale la diversificazione valutaria, e il settore bancario europeo.

Analisi dei mercati del 23.03.2020

Durante il meeting straordinario del G7 di lunedì 16 è emersa la volontà di fare tutto il necessario per affrontare, in modo coordinato, la lotta al virus adottando misure di politica monetaria, ma soprattutto fiscale, per arginare l’emergenza e favorire la ripresa economica futura.

E così è stato fatto: durante la settimana si sono susseguiti interventi e dichiarazioni volte a cercare di arginare gli effetti economici negativi del corona-virus.

A sorpresa, la sera del 18, la BCE si è riunita in un meeting di emergenza e ha deliberato un programma di acquisto titoli (PEPP – Pandemic Emergency Purchase Programme) di 750 miliardi di euro portando gli acquisti programmati per questo anno a 1.100 miliardi. Sommando tutti i vari interventi la quantità di euro a disposizione delle BCE dovrebbe essere sufficiente a coprire i piani programmati di emissione dei singoli governi. Si stima che la cifra messa a disposizione sia circa il 5%/6% del GDP europeo, livelli simili a quanto stanno mettendo a disposizione gli Stati Uniti.

Gli acquisti di titoli del debito pubblico e privato dureranno almeno fino alla fine del 2020, termineranno solo quando la crisi legata alla pandemia sarà finita. Il programma comprenderà tutte le attività ammissibili (debito pubblico e corporate bond) e sarà esteso anche ai commercial paper, ovvero a quegli strumenti simili a cambiali a fronte dei quali le aziende ricevono denaro dalle banche per le esigenze di tesoreria di breve periodo. Il debito pubblico greco, finora escluso per merito di credito, sarà incluso.

Se comprare più corporate bond o titoli di stato è lasciato alla discrezione della BCE ma, per ora, le capital key rules (ovvero quanto acquistare di ogni stato in funzione di determinati parametri prestabiliti relativi alla partecipazione al capitale della BCE dei veri paesi) devono essere rispettate. Non è stata modificata, per ora, neanche la regola che pone al 33% il limite di detenzione del debito di ogni singolo stato.

La dichiarazione “tempi straordinari richiedono azioni straordinarie” si avvicina al “whatever it takes” di Mario Draghi.

Christine Lagarde ha, quindi, cercato di rimediare ai danni fatti aggiungendo che non ci sono limiti all’impegno della BCE per l’euro e che l’istituto è determinato ad usare il potenziale degli strumenti a disposizione nell’ambito del mandato. Significativo che anche Isabel Schnabel, membro tedesco del board (si ricorda che i tedeschi non si erano ancora pronunciati per correggere le parole della Lagarde di settimana scorsa), ha confermato che la BCE è pronta a fare tutto ciò che rientra nel mandato per contrastare la turbolenza dei mercati assicurando la trasmissione della politica monetaria. La decisione della BCE, tuttavia, non è stata presa all’unanimità.

Lagarde ha aggiunto che i lockdown imposti dai vari governi potrebbero causare un calo del Pil pari al 5% quest’anno per la zona euro.

A proposito di revisioni delle stime sulla crescita del GDP, tutti si apprestano a tagliare i numeri per i veri Paesi. Anche per la Cina, si parla di una crescita ad un livello mai visto dalla Rivoluzione Culturale del 1976. Il governo cinese si sta apprestando ad abbassare il target di crescita dal 6% indicato a dicembre al 5%. La Cina sappiamo che sta gradualmente riprendendo l’attività produttiva (si parla di 70% rispetto ai livelli pre-crisi) e sta intervenendo con stimoli fiscali che porteranno il budget deficit al 3.5% sul GDP ma finché non si riprenderà l’attività economica nel mondo difficilmente riuscirà ad arrivare a pieno regime.

Morgan Stanley chiama la recessione per il 2020 con un rimbalzo nel 2021.

IMF rivede il GDP dell’Italia a -0.6% per il 2020.

Un indicatore macro uscito in settimana, e abbastanza significativo perché preliminare di marzo, è l’IFO tedesco, indice di fiducia che raggiunge quasi i livelli del 2008.

Si è parlato più volte di chiusura dei mercati finanziari, per ora lo hanno fatto solo le Filippine per due giorni (!). Secondo il presidente di Borsa Spa, Raffaele Jarusalmi, se ci fosse una decisione a livello mondiale si potrebbe fare, ma a livello nazionale viene difficile. Anche perché occorre considerare le maggiori distorsioni che si rischierebbero di creare permettendo di operare solo su alcuni mercati. Secondo il presidente della borsa di New York si rischierebbe di aumentare l’ansia nel mercato. Quindi, per ora, su questo tema non sembra ci sia la volontà di intervenire.

In Italia Consob ha sospeso lo short selling (vendite allo scoperto) su tutte le quotate di piazza Affari e ha intenzione di mantenerlo per 90 giorni, altri paesi in Europa hanno seguito l’esempio o ci stanno pensando. Inoltre, è stato sospesa ogni forma speculativa ribassista anche effettuata attraverso derivati o altri strumenti finanziari (Etf compresi) a meno che non si tratti di posizioni a copertura (quindi non speculative).

Nel mondo il sistema bancario sta cercando continuamente di fornire liquidità all’economia. In Italia la Banca d’Italia sta intervenendo tramite il sistema europeo delle banche centrali (SECB) per assicurare condizioni ordinate negli scambi in modo da garantire la liquidità al sistema produttivo, consentire estensioni delle linee di credito e fornire capitale circolante alle aziende.

Il rafforzamento del dollaro a cui abbiamo assistito anche questa settimana è legato all’incredibile domanda di divisa americana richiesta dal sistema bancario per fare fronte alle linee di credito delle aziende.

A tal proposito, in US le otto principali banche, rappresentative del sistema finanziario, a cominciare da JPM, BofA e Citigroup hanno deciso di sospendere i buyback (acquisti di azioni proprie varati lo scorso giugno per un totale di 119 miliardi, da eseguire nell’arco dei quattro trimestri successivi) con l’obiettivo di preservare risorse e averle a disposizione per clienti e consumatori. Questa decisione dovrebbe liberare nell’immediato, tra la fine del primo trimestre e il secondo, circa 38 miliardi. Nessuna sospensione invece per i dividendi. Con i capitali a disposizione si potrebbero assorbire le perdite sui prestiti in sofferenza o rispondere a maggiori utilizzi di linee di credito da parte delle imprese in difficoltà per la sospensione del business.

La Fed ha, inoltre, cominciato ad utilizzare tutte le armi a disposizione per proteggere la liquidità e consentire il corretto funzionamento del settore bancario. Grazie alle garanzie del Tesoro pari a 10 miliardi ha riaperto una facility di emergenza per l’acquisto di commercial papers, ovvero strumenti di debito a breve (mercato che vale circa 1.100 miliardi), questo dovrebbe alleggerire le richieste alle banche. La necessità di immettere liquidità nel sistema continua imperterrita.

Venerdì la Fed ha inoltre annunciato un intervento coordinato fra le banche centrali di rafforzamento delle swap line.

Altre banche centrali sono intervenute in settimana:

  • la RBA (Banca centrale australiana) ha convocato un meeting di emergenza tagliando i tassi di 0.25bps (secondo taglio in un mese) e portandoli al minimo storico di 0.25%. Ha, poi, fissato il target di 0,25% per il tasso a tre anni impegnandosi a raggiungerlo tramite acquisti sul mercato secondario;
  • la Bank of England ha tagliato nuovamente i tassi a 0.1% (-15bps) e annunciato un programma di QE da 645 miliardi di sterline;
  • la Banca centrale norvegese ha tagliato i tassi di 75bps da 1% a 0.25%;
  • Bank of Thailand ha tagliato I tassi da 1% a 0.75%;
  • l’unica che si è mossa in controtendenza è la banca danese che ha alzato i tassi da -0.75% a -0.60% nel tentativo di frenare la discesa della valuta.

Passando agli interventi governativi e fiscali ci sono stati parecchi annunci in settimana:

  • la Svizzera ha annunciato un piano di supporto economico di 32 miliardi di franchi;
  • la Germania ha annunciato uno stimolo extra budget di almeno 100 miliardi di euro;
  • Trump, intanto, ha in programma un intervento pari a 1.2 trilioni di dollari con un progetto di “helicopter money” simile a quello adottato da Hong Kong (e commentato nelle settimane scorse): nel programma è inclusa la proposta di dare assegni da 1000 dollari ai cittadini americani (per un totale di 500 miliardi);
  • il decreto “Cura Italia” va nella direzione dell’”helicopter money” ma deve essere ancora perfezionato nelle modalità e negli ammontari.

Passando alle materie prime segnaliamo che il prezzo del petrolio continua a fare nuovi minimi relativi, siamo ai livelli visti 18 anni fa! A fronte di consumi che si riducono (per il blocco delle attività economiche) non si riduce l’offerta. Il petrolio che si estrae ma non si vende deve essere conservato e le capacità di stoccaggio stanno avvicinandosi all’esaurimento con costi che salgono.

Anche i noli delle navi di stoccaggio stanno aumentando, per questo motivo qualcuno si è azzardato a parlare di “prezzi negativi” anche per l’oro nero, quando le società dovranno pagare per liberarsene. Ma siamo veramente a scenari estremi.

Perché si inverta la tendenza, in generale, sulle materie prime è necessaria una ripresa dei consumi (e quindi la fine della pandemia) oppure, per il petrolio, un taglio alla produzione volontario. L’Iraq sta cercando di ricomporre l’Opec+ ma per ora senza successo. Altra ipotesi riguarda i produttori di shale oil in US che, a causa delle difficoltà finanziarie, potrebbero vedersi costretti a tagliare.

Il forte apprezzamento del dollaro, verso quasi tutte le altre valute lo notiamo nella performance del Dollar Index (paniere di valute con pesi ponderati per gli scambi commerciali) che in settimana guadagna più del 4%. Il maggiore guadagno si ha verso la sterlina, crollata ai minimi dal 1985, a causa sia del grosso deficit delle partite correnti del Regno Unito sia della difficoltà a raggiungere un accordo commerciale con la UE. Le valute emergenti soffrono, invece, di un deflusso di capitali (superiori a quelli del 2008) che si verifica, solitamente, quando ci sono tensioni finanziarie alle quali si aggiungono, ora, prezzi delle materie prime al ribasso e tagli dei tassi da parte dei paesi emergenti.

Forte movimento, durante la settimana, anche per il comparto obbligazionario governativo con un forte incremento dei rendimenti a metà settimana poi rientrato grazie agli interventi delle banche centrali.

Per quanto riguarda l’Italia e i BTP le forti tensioni hanno portato il decennale a raggiungere il 3% per poi rientrare abbastanza velocemente (attualmente siamo a 1.6%) grazie agli interventi della Banca d’Italia e alle dichiarazioni della BCE. Lo spread verso Bund ha toccato i 280 punti per poi ritracciare agli attuali 199.

L’arrivo prepotente del virus negli Stati Uniti e le conseguenti misure restrittive alla circolazione e all’attività economica hanno portato ad una violenta correzione degli indici azionari americani.

La settimana chiude con un bilancio pesante: indici azionari in ribasso complessivamente del 12% (solo Giappone e Svizzera sono rimasti positivi), obbligazionari a spread negativi complessivamente del 9% circa (peggio il segmento high yield) e governativi parecchio altalenanti.

QUESTA SETTIMANA

La settimana ha visto un’esplosione degli indicatori di volatilità che ha riguardato tutte le asset class: Vix e Vstoxx (relativi a S&P500 ed Eurostoxx) stazionano intorno a 70, quindi ai livelli della crisi del 2008; idem per la volatilità delle obbligazioni (MOVE) vicina ai livelli del 2008; anche le valute hanno visto un aumento della volatilità che si avvicina a quelli della Global Financial Crisis.

Di questa mattina la notizia che la Fed è disposta a fare qualunque cosa per supportare l’economia annunciando di fatto un QE senza limiti diventando un prestatore di ultima istanza su tutto. Saranno acquistati Treasury e titoli legati ai mutui (MBS – mortgage backed securitys) rispettivamente per 375 miliardi e 250 solo questa settimana. Forte determinazione nel fornire liquidità nel sistema senza limiti.

Settimana cruciale per le statistiche sui contagi Covid19: una curva che si appiattisce, evidenziando minori contagi/deceduti, lascerebbe ben sperare sulla bontà degli interventi di restrizione/limitazione all’attività economica e alla circolazione delle persone. Come più volte sottolineato occorre che si intraveda nei paesi “leading” (come lo è l’Italia che il 9 marzo ha quasi chiuso completamente il paese) un andamento positivo della crisi sanitaria che permetta di ipotizzarne una data di fine.

Martedì si riuniranno in video-conference i ministri degli esteri dei G7, il meeting era originariamente previsto per il 25 marzo ma poi è stato cancellato per il corona virus. Giovedì i leader dell’Unione Europea si riuniranno in video-conference per un summit di due giorni. C’è molta attenzione sugli interventi governativi a supporto dell’economia per evitare una recessione prolungata.

In settimana verranno pubblicati i dati di fiducia dei direttori di acquisto delle imprese (PMI) nei vari paesi relativi al mese di marzo: si tratta dei dati preliminari che incorporeranno l’impatto dell’epidemia. Per l’Eurozona le attese sono per dati composite pari a 38.8 (da 51.6 di febbraio), per gli USA siamo intorno a 43 (da 49.6 precedente), per UK le stime sono per un dato pari a 45 (da 53). Come riferimento vale la pena ricordare che in Cina i PMI di febbraio, che incorporavano la prima ondata dell’epidemia, erano crollati da 51.8 a 26.5.

Giovedì si riunirà la Bank of England che deciderà come agire dopo due tagli dei tassi di emergenza. Attualmente i tassi sono allo 0.1%.

Sforziamoci di continuare ad analizzare la situazione in base ai tre aspetti indicati negli scorsi commenti:

  • crisi sanitaria: gli interventi per frenare la diffusione del virus stanno andando, chi più chi meno, nella direzione di un lockdown che limita la circolazione delle persone e ferma qualunque attività ritenuta non essenziale. Importante come alcune aziende siano stata chiamate a riconvertire la produzione verso beni necessari per affrontare la crisi sanitaria; importante un rientro nel numero dei contagi;
  • crisi economica: questa settimana vedremo qualche dato macroeconomico, ma sembra evidente che per lo meno una recessione tecnica (due trimestri di crescita negativa del Pil) la avremo con un secondo trimestre pesantemente negativo. L’individuazione della fine della crisi sanitaria aiuterebbe a calcolare dei numeri attendibili sul reale impatto economico;
  • è, ormai, evidente che le banche centrali stanno facendo e faranno quanto necessario per fornire liquidità al sistema;
  • anche i vari governi si stanno muovendo in tal senso in modo tale da attenuare le conseguenze di un virus che oltre ai danni “umani” sta provocando parecchi danni economici;
  • crisi mercati: il movimento ribassista che abbiamo visto è forte ma decidere il timing di ingresso è difficile a causa dell’elevata volatilità. Si può ipotizzare che il picco dei contagi corrisponda al bottom dei mercati ma solo a fronte di politiche fiscali appropriate, soprattutto in Europa;
  • generalmente, in 12 mesi, discese di questo tipo sono opportunità di acquisto e infatti diverse case, a fronte di stime macroeconomiche negative, cercano di dare ottimismo agli investitori;
  • Kairos, in settimana, ha fatto circolare un messaggio positivo dicendo che stanno acquistando asset rischiosi perché, sia in caso di meltdown (scenario catastrofico) sia in caso di ripresa delle economie grazie ad interventi di supporto monetari e fiscali, gli attuali livelli degli indici azionari risultano estremamente interessanti prezzando picchi di stress che dovrebbero, comunque, garantire una certa protezione dato che in parecchi casi le azioni hanno prezzi inferiori al valore intrinseco;
  • un interessante report di strategia di Morgan Stanley sottolinea che, tipicamente, una recessione segnala la fine, e non l’inizio, di un bear market. Ciò che stiamo vivendo è abbastanza unico ma cercando di trarre lezioni dal passato a questi livelli ha senso accumulare un po’ soprattutto asset di qualità.

Ripetiamo che la volatilità ha raggiunto livelli visti nella crisi finanziaria del 2008 e, come giustamente anche il Wall Street Journal fa notare, la volatilità è un input di parecchi programmi e algoritmi che portano a vendite sul mercato che alimentano ulteriormente la volatilità. Alcuni fondi gestiti a VAR o con limiti di volatilità, o gli stessi risk parity, sono costretti in taluni casi a vendere, in altri non possono ancora comprare. Fondamentale quindi che i vari indicatori di volatilità rientrino per bloccare questo tipo di vendite forzate.

Occorre evitare che l’attuale crisi si trasformi in crisi finanziaria.

Negli Stati Uniti, dove il problema è evidentemente maggiore e riguarda il mercato interbancario, la Fed sta cercando di intervenire con ogni strumento a disposizione.

In Europa il tema è soprattutto legato agli spread: In settimana la BCE ha finalmente iniziato ad attingere più seriamente al suo arsenale. Ad oggi rimarrebbero ancora da utilizzare l’OMT e il MES ma, attenzione, perché per attivare quest’ultimo, a meno che non vengano rimosse le condizionalità, si rischia di perdere la sovranità del proprio debito per poi essere costretti a ristrutturarlo e questo non è esattamente ciò che serve al mercato italiano.

Ricordiamo che, infatti, un paese può beneficiare dell’OMT (Outright Monetary Transactions), ovvero l’acquisto di titoli di stato di paesi sotto pressione per importi praticamente illimitati da parte della BCE, se riceve un prestito dal fondo salvastati (MES); dovrebbe poi concordare un programma che potrebbe comportare misure restrittive e vincolanti difficilmente accettabili dall’opinione pubblica.

Quello che servirebbe per evitare problemi e crisi finanziarie in futuro riguarda il sostegno dell’economia europea attraverso emissioni di debito comune (eurobond o “coronanbond”, come si dice adesso) che finanziano i vari deficit locali senza impattare sugli spread. Se ne sta parlando sempre di più, speriamo che alle parole seguano dei fatti.

In Italia il calo dei listini sta mettendo in evidenzia il rischio che alcune aziende di qualità possano essere svendute. In generale crisi e tracolli rendono degli asset di qualità appetibili per il prezzo a cui arrivano a trattare; come successe anche dopo la Global Financial Crisis del 2008 quando aziende cinesi e giapponesi, ad esempio, acquisirono aziende americane ed europee.

Questo mese abbiamo assistito all’OPA su Molmed (azienda italiana specializzate nelle biotecnologie) da parte di una società giapponese…

La reazione immediata è la tendenza a volere nazionalizzare le aziende. Chiamiamoli aiuti di stato o no sta di fatto che lo stato si impegna per tenere in casa aziende considerate strategicamente importanti.

In Italia si sta pensando di considerare strategiche tutte le aziende quotate a Piazza Affari e di introdurre una Golden Power più forte (non solo nel settore energetico ma anche di banche e assicurazioni) che permetta a Cassa Depositi e Prestiti, a Invitalia e Poste di “costruire una diga di difesa dell’interesse nazionale”.

Infine, al di là delle teorie complottiste o meno, se proprio vogliamo paragonare la situazione che stiamo vivendo ad una guerra (che qualcuno definisce batteriologica…) bisogna ricordarsi che, di solito, dopo la guerra ci sono periodi di forte ripresa dell’attività economica e si crea una maggiore coesione fra le persone. Bisogna assolutamente puntare su questo e le autorità europee devono tenerlo in considerazione perché creare, in questo momento, coesione è indispensabile altrimenti si rischia di ottenere esattamente l’effetto opposto con conseguenze devastanti per l’Eurozona.

Analisi dei mercati 21.01.2020

Ancora nuovi record per i mercati azionari, questa settimana, con gli indici americani sempre sugli scudi.

Stati Uniti e Cina hanno, finalmente, firmato le 86 pagine della cosiddetta Fase Uno dell’accordo con la quale la Cina si impegna ad acquistare almeno 200 miliardi di dollari aggiuntivi di prodotti americani per i prossimi due anni e gli Stati Uniti faranno marcia indietro su alcuni dazi (modesta riduzione a fronte di una serie di impegni di Pechino). Un po’ di scompiglio è stato generato dalla dichiarazione del segretario americano Mnuchin, secondo cui i dazi sui beni cinesi rimarranno fino al completamento della seconda fase dell’accordo, durante la quale verranno affrontate le questioni relative alla tecnologia e la Cyber-security. L’accordo prevede, ovviamente, delle modalità di risoluzione in caso di inottemperanze oltre alla facoltà di recedere previo preavviso.

Il dipartimento del Tesoro americano, il giorno prima della firma dell’accordo, ha rimosso la Cina dall’elenco dei paesi considerati “manipolatori” della moneta, come segnale di una distensione dei rapporti fra le due potenze che si è riflesso immediatamente sul cambio fra il RMB/USD.

Nel frattempo, fra i dati macroeconomici cinesi pubblicati, vale la pena segnalare la ripresa dell’export, prima volta in cinque mesi, che ha superato le attese degli analisti, gli aggregati monetari di dicembre in accelerazione e il dato sul PIL del terzo trimestre 2019 che segna un +6% annuo. La produzione industriale è in miglioramento così come le vendite al dettaglio. Con gli stimoli monetari e fiscali da parte delle autorità cinesi e un allentamento delle tensioni commerciali, qualche spiraglio di miglioramento nell’economia cinese si sta vedendo e si dovrebbe continuare a vedere.

Source: Bloomberg

In Europa il dato sulla Produzione Industriale delude leggermente le attese, con un rialzo dello 0.2% mese/mese ma mostra un leggero rialzo che si spera continui nel 2020.

Source: Bloomberg

La prima parte della reporting season americana sembra essere andata bene: ha riportato i risultati circa il 10% delle società dell’S&P 500 con una sorpresa complessiva sugli utili superiore al 3%. Alcoa, produttore di alluminio, conferma ricavi in calo rispetto al 2018 ma la nota positiva riguarda la guidance sul 2020, in quanto vede una riduzione dell’eccesso di offerta grazie ad un incremento della domanda globale. Anche le banche hanno registrato utili per il quarto trimestre in crescita e superiori alle attese.

La fame di rendimenti governativi è alla base del boom di ordini sul nuovo BTP a 30 anni, che ha raccolto una domanda record di 47 miliardi. Il titolo prevede una cedola del 2.45%. L’assorbimento delle cospicue emissioni da parte del Tesoro è stato aiutato anche dalla bocciatura, da parte delle Consulta, del referendum sul taglio del numero dei parlamentari che allontana la minaccia di elezioni anticipate.

Intanto, anche MPS ha sfruttato la fase di “bonaccia” dei mercati e l’upgrade di rating da parte di Moody’s, presentandosi sul mercato del debito collocando 400 milioni di un Bond AT1 con cedola 8%, con una domanda che è stata superiore a 925 milioni di euro. Ovviamente, per rendere appetibile il collocamento, l’istituto senese ha dovuto essere più generoso rispetto alle altre due banche che hanno collocato recentemente, UBI 5.875% e Banco BPM 6.125%, ma ha dovuto concedere meno del 10.5% che aveva offerto lo scorso luglio.

Sul fronte cambi si segnala il leggero indebolimento della Sterlina Inglese causato dalle dichiarazioni di membri della Banca Centrale, circa la volontà di tagliare i tassi durante il prossimo meeting, previsto per il 30 gennaio. Attualmente il mercato prezza, con una probabilità del 71%, un taglio di 25 bps che sarebbe giustificato dal generale indebolimento dell’economia. Anomalo, visto il clima positivo sui mercati, il rafforzamento del Franco Svizzero: la motivazione sembra essere legata alle dichiarazioni della Banca Centrale che vorrebbe normalizzare i tassi rialzandoli.

Source: Bloomberg

In Russia il Rublo, dopo avere toccato il suo massimo da inizio 2018, 60.8870 contro dollaro, si è indebolito a causa delle dimissioni del Governo e del premier Medvedev: sembra che il Premier voglia favorire le riforme costituzionali, annunciate da Putin durante il discorso alla nazione, riguardo il passaggio del potere di scelta del primo ministro dal Presidente al Parlamento.

QUESTA SETTIMANA

Con la firma dell’accordo Cina-Stati Uniti, la disputa commerciale tra i due paesi è passata ovviamente in secondo piano. Non che la questione sia definitivamente risolta (sappiamo bene che si tratta di un tema di lungo periodo) ma almeno la minaccia di un rallentamento economico viene alleviata.

Ora bisogna stare attenti alle negoziazioni tra Europa e Stati Uniti e ai relativi dazi. In sospeso ci sono ancora quelli sulle auto e un possibile incremento di quelli sui generi alimentari, tema che tocca molto l’Italia.

Sappiamo bene che, in generale, la crescita economica è stata sostenuta dai consumi, soprattutto negli Stati Uniti, in quanto la componente relativa agli investimenti ha sofferto l’incertezza economica legata soprattutto alla guerra commerciale. Se negli Stati Uniti Trump cerca di sostenere ancora i consumi per l’evidente impatto positivo sulla campagna elettorale, con la proposta di taglio delle tasse alla middle-class, in Europa ci si deve giocare la carta degli investimenti con una Commissione Europea, ed anche la Banca Centrale, orientata al tema “green”. Per questo motivo sarà interessante ascoltare la conferenza stampa della Lagarde, per capire se esiste una strategia di coordinamento tra politica monetaria e politica fiscale che si concretizzi del Green Deal.

In generale i Governi, quest’anno, saranno incentivati a formulare programmi di investimento per raggiungere l’obiettivo di “emissioni zero” entro il 2050 e tenderanno ad emettere green-bond nel 2020. Il Tesoro italiano, secondo fonti interne, potrebbe seguire pertanto l’esempio della Germania e lanciare il primo bond sostenibile entro la fine dell’anno.

Ribadiamo quindi che la politica monetaria è accomodante e tale rimarrà ancora per un po’. La politica fiscale potrebbe esserlo ancora negli Stati Uniti, soprattutto se passerà il taglio delle tasse, e potrebbe diventarlo in Europa, grazie al tema degli investimenti. Gli asset rischiosi, quindi, continuano ad essere supportati nel breve da TINA (there is no alternative) e nel medio/lungo termine dalle aspettative di ripresa della crescita economica.

Analisi dei mercati del 15.09.2019

Le buone notizie sul fronte Brexit e sui negoziati commerciali USA-Cina hanno portato una ventata di ottimismo e permesso agli indici azionari, soprattutto europei, di concludere positivamente la settimana. Per contro, la fase di risk-on ha pesato sui rendimenti obbligazionari, in rialzo un po’ ovunque, e quindi sul segmento investment-grade del mercato a spread.

Partiamo dagli incontri tra Cina e Stati Uniti: non c’è ancora un documento ufficiale, che sarà probabilmente firmato il mese prossimo. Le indiscrezioni confermano quanto il mercato si aspettava e auspicava in settimana, ovvero una fase di tregua con la sospensione delle tariffe che sarebbero dovute scattare dal 15/10. La Cina aumenterà gli acquisti di prodotti agricoli americani e proseguirà il percorso di apertura dei mercati finanziari. Non si è parlato, invece, del controverso tema della protezione della proprietà intellettuale, del prossimo incremento delle tariffe previsto per il 15 dicembre e del caso Huawei, anche se, secondo il NY Times, gli Stati Uniti dovrebbero concedere nuove licenze alle aziende americane per fornire a Huawei dei materiali “non sensibili”. Il mercato si attendeva una sorta di currency-pact: anche su questo punto non ci sono notizie ufficiali ma è molto probabile che la Cina si impegnerà a mantenere il Renminbi stabile o più forte alla luce di un accordo valutario non pubblico. La valuta cinese, intanto, si sta riportando intorno alla soglia di 7 verso USD.

Source: Bloomberg

In UK la sterlina ha decisamente beneficiato dell’ottimismo relativo alla Brexit: il premier irlandese Varadkar e quello inglese dichiarano di avere avuto una discussione costruttiva ed un accordo è possibile, stessa cosa dichiarano il capo negoziatore per la UE Michel Barnier e l’omologo britannico Stephen Barclay.

Il governatore della Bank of England Carney segnala che, comunque, in caso di hard Brexit la banca centrale farà di tutto per sostenere la crescita.

Tornando alle banche centrali, in settimana sono state pubblicate le minute dei meeting di settembre di Fed e ECB: da quelle relative alla Fed è emerso che, se da un lato i timori di un rallentamento globale della crescita lasciano aperte le porte ad un ulteriore stimolo monetario, dall’altro non viene indicata una tempistica precisa. Inoltre, da parte di alcuni membri dissenzienti è arrivata la richiesta di mettere fine all’easing, il che fa emergere dissensi all’interno del comitato.

Il tema delle tensioni sull’interbancario è stato affrontato, sembra, in un meeting straordinario il 4 ottobre, decidendo di partire con l’acquisto di 60 miliardi di dollari al mese di treasury bill fino a giugno 2020 e prolungando i repo fino a gennaio 2020.

Anche all’interno della BCE sono emerse spaccature dalla pubblicazione dei verbali relativa al meeting del 12 settembre: il QE è stato riaperto nonostante il parere contrario del comitato tecnico di politica monetaria. Circa un terzo dei membri si è detto contrario alla misura (come abbiamo già riportato negli scorsi commenti la tedesca Sabine Lautenschlaeger si è dimessa) e alcuni ex banchieri centrali hanno espresso pubblicamente critiche a Draghi, lanciando indirettamente messaggi a Christine Lagarde che sarà al vertice della BCE dopo il 24 ottobre.

Sul tema dei tassi negativi è tornato Mustier che, dopo le dichiarazioni in qualità di presidente della Federazione bancaria europea, anche in qualità di AD di Unicredit ha affermato che la banca si sta attrezzando affinché già nel 2020, nei diversi paesi in cui opera, i tassi negativi vengano gradualmente trasmessi ai clienti avendo cura, però, di salvaguardare i depositi inferiori ai 100 mila euro. Siccome la misura impatterà i depositi “ben al di sopra dei 100 mila euro” verranno offerte soluzioni alternative come investimenti in fondi di mercato monetario senza commissioni e obiettivi di performance positive. Si tratta di un territorio inesplorato e si dovrà verificare la compatibilità e il rispetto del Testo Unico Bancario, del Codice Civile, e il principio della tutela del risparmio sancito dalla Costituzione.

Intanto, approfittando del regime di tassi bassi, proseguono le emissioni obbligazionarie sia governative che corporate.

Dopo un’assenza di nove anni, il Tesoro italiano è tornato ad emettere BTP denominati in dollari riscontrando un discreto successo. Si tratta di un’emissione da 7 miliardi in tre tranche: 2.5 miliardi a 5 anni, 2 miliardi a 10 anni e altri 2.5 miliardi a 30 anni. Dopo la crisi finanziaria i costi degli swap valutari sono saliti a tal punto da rendere nulla la convenienza ad emettere titoli in dollari, giustificando, in parte, la quasi totale assenza dei bond italiani dal mercato globale dei titoli in dollari. Nella seconda metà del 2018 sono stati chiusi gli accordi bilaterali CSA, Credit Support Annex, firmati dal Tesoro con tutte le controparti, che hanno abbattuto il costo dei derivati necessari a proteggersi dal rischio di cambio. Considerata la buona accoglienza dell’operazione, probabilmente vedremo nuove emissioni in valuta con l’obiettivo di “garantire una presenza più regolare sui mercati esteri”, come indicato nelle linee guida sulla gestione del debito pubblico per il 2019. Possibile anche un’emissione in yen.

Il Tesoro ha annunciato anche una nuova offerta di BTP Italia che partirà il 21 ottobre: verrà messo sul mercato un titolo a 8 anni con un tasso annuo minimo garantito che verrà comunicato venerdì 18 ottobre. Ricordiamo che a novembre del 2018 l’ultima offerta di BTP Italia è andata quasi deserta: si trattava di un titolo a 4 anni con una cedola di 1.45%, che è stato penalizzato da un contesto politico sfavorevole. Tuttavia, si è rivelato un titolo interessante tanto che, a distanza di un anno, in questo momento quota 104. Attualmente la situazione è diversa e il Tesoro ne approfitta raddoppiando la durata, garantendo, probabilmente, condizioni economiche meno interessanti.

Considerando le emissioni della settimana e i titoli attualmente in asta, l’Italia dovrà collocare ancora 25 miliardi di BTP entro fine anno. Si tratta di una cifra inferiore ai 55 miliardi di rimborsi e quindi tale da non pesare sullo spread, a tutto vantaggio della legge finanziaria. Ad oggi il Tesoro ha superato l’80% del fabbisogno sul medio-lungo termine.

Interessante notare che anche la Grecia ha emesso, per la prima volta, bond a rendimenti negativi. Si tratta di titoli di stato a tre mesi collocati per un ammontare di 487.5 milioni di euro ad un tasso di -0.02%. La Grecia ha riconquistato la credibilità, uscendo ufficialmente, ad agosto dello scorso anno, dal commissariamento legato al salvataggio europeo. Sul mercato secondario, da inizio anno ad oggi i rendimenti dei titoli greci sono passati da 2.29% a 1.40%, a conferma del pieno accesso ai mercati finanziari da parte di un emittente che è stato il simbolo della crisi dell’euro.

Source: Bloomberg

Passando alle emissioni corporate, segnaliamo che Enel, in settimana, ha emesso il secondo green bond, emissione in tre tranche con scadenze di 5, 7 e 15 anni, raccogliendo ordini per circa 10 miliardi, a fronte di un’offerta di 2.5 miliardi. La prima tranche ha spuntato una cedola fissa pari a zero, con rendimento a scadenza 0.189%, dato che il prezzo di emissione sotto la pari è stato 99.123; un meccanismo di step-up incrementerà il tasso di 25 bps in caso di mancato raggiungimento dell’obiettivo di una determinata percentuale di fonti rinnovabili sulla capacità installata (Sgd-linked ovvero obiettivi di sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite). Il tasso della seconda tranche da 7 anni è pari a 0.375% mentre quello della terza da 15 anni è pari a 1.125%.

QUESTA SETTIMANA

Negli Stati Uniti il tema della settimana prossima dovrebbe essere più microeconomico: inizia infatti la reporting season americana, dalla quale emergerà il vero stato della corporate americana e si valuterà l’impatto sugli utili del rallentamento economico in corso e delle tensioni commerciali. Si parte con i big della finanza, tra cui JPM, Citigroup, Wells Fargo, Bofa, Goldman Sachs, Morgan Stanley, Amex e Blackrock, per passare ai consumer, quali J&J, Netflix, Coca Cola. Gli utili del terzo trimestre sono attesi ancora deboli ma, come sempre, importanti saranno le guidance e il dato tendenziale rispetto al trimestre precedente.

In UK la settimana sarà molto importante per capire le sorti del paese: iniziamo con martedì 15 ottobre quando il Parlamento britannico voterà il programma del premier Boris Johnson con possibile voto di sfiducia e nuove elezioni; giovedì 17 a Bruxelles i leader europei si incontreranno per due giorni e Brexit sarà al centro delle discussioni; sabato 19 sarà la deadline per il premier britannico che dovrà giungere ad un’intesa con la UE e convincere il parlamento britannico a ratificarla.

Sospesa l’entrata in vigore dei nuovi dazi previsti per questa settimana, occorre definire i dettagli precisi dell’accordo tra Cina e Stati Uniti; la partita non si è ancora conclusa tanto che, oggi, la Cina dichiara che occorrono ulteriori incontri per firmare la prima fase dell’accordo con Trump.

A Washington sono previsti gli incontri annuali di World Bank e IMF e verrà presentato il World Economic Forum.

Interventi dei vari banchieri centrali in diverse occasioni daranno ulteriore colore al dibattito in corso sulla politica monetaria.

In Germania verrà pubblicato lo ZEW relativo alla fiducia degli investitori.

Venerdì 18 la Cina pubblicherà il dato del Pil del terzo trimestre, atteso a 6.1%, oltre alla Produzione industriale e alle vendite al dettaglio.

Source: Bloomberg

Sempre venerdì verranno applicate le tariffe imposte da Trump su 7.5 miliardi di dollari di prodotti europei .

Analisi dei mercati del 10.09.2019

Settimana positiva per i mercati azionari, con l’Italia nuovamente sugli scudi. L’indice FtseMib ha segnato un +2.93%, grazie all’ulteriore restringimento dello spread e alla compressione dei rendimenti governativi, in controtendenza rispetto ai mercati obbligazionari globali.

Il nostro paese beneficia sia della minore incertezza politica, dopo il giuramento del Governo giallo-rosso davanti al Presidente della Repubblica, sia della “relativa” maggiore attrattività dei rendimenti. A differenza degli altri titoli governativi dell’area euro, quelli italiani sono positivi oltre la scadenza dei 5 anni e sono inferiori solo a quelli della Grecia.

L’agenzia di rating Moody’s, come attese, ha lasciato rating e outlook sull’Italia invariati a Baa3 e stabile, ritenendo che la legge di bilancio 2020 sarà determinante per l’evoluzione del merito creditizio italiano.

BTP a parte, abbiamo assistito ad un generale e leggero incremento dei rendimenti obbligazionari governativi e ad una “rotazione” verso l’azionario. Ciò conferma il forte sbilanciamento dei portafogli globali, tendenzialmente sotto-pesati sull’azionario a vantaggio delle obbligazioni.

Gran parte delle buone notizie della settimana sono arrivate dalla Cina:

1) vista l’incertezza circa i negoziati con gli Stati Uniti, la Cina ha dichiarato che avrebbe dato supporto all’economia attraverso accurati tagli dei coefficienti di riserva obbligatoria, RRR. Venerdì mattina, tenendo fede all’annuncio, è avvenuto il taglio dell’RRR di 0.5%, e per alcune banche di 1%, in modo da rilasciare all’economia circa 900 miliardi di yuan in liquidità;

2) il PMI servizi è cresciuto al ritmo più rapido in tre mesi, da 51.6 a 52.1, consentendo al composite di raggiungere 51.6, da 50.9;

3) ad Hong Kong la governatrice Lam ha dichiarato che la legge sull’estradizione per reati da Hong Kong alla Cina verrà definitivamente annullata;

4) ad ottobre sembra possibile un nuovo incontro Cina-USA.

Il mix dei fattori sopra elencati ha dato slancio ai mercati locali e in generale all’azionario globale.

Sul fronte macro, negli Stati Uniti, la pubblicazione dell’indice ISM manifatturiero ha deluso le aspettative a causa della componente ordinativi. L’indice è passato per la prima volta dal 2016 sotto la soglia dei 50. Poiché il settore manifatturiero conta per il 15% dell’economia, l’attenzione dei mercati era rivolta soprattutto alla pubblicazione dell’ISM servizi che invece ha battuto le aspettative.

Venerdì i dati sul mercato del lavoro hanno confermato un tasso di disoccupazione stabile a 3.7%, livello minimo dagli anni ’60, così come stabile è risultata la crescita dei salari orari +3.2%.

Il mix dei dati conferma il buono stato di salute dell’economia americana e il mercato è andato, quindi, a prezzare per il meeting della Fed del 18 settembre un taglio dei tassi pari a 0.25%, e non più 0.50%.

In Europa si assiste ancora ad una debolezza dai dati tedeschi: la produzione industriale per il mese di luglio delude le attese e rafforza l’idea di una possibile recessione tecnica per la Germania. I dati PMI servizi per l’Eurozona, invece, sono in leggero miglioramento e hanno consentito all’aggregato composite di salire leggermente a 51.9.

In UK il primo ministro Boris Johnson, con il passaggio di un membro dei Tories ai Libdem, perde la maggioranza alla camera dei comuni e si è visto costretto ad annunciare la richiesta di nuove elezioni. Intanto, in Parlamento si cerca di approvare un provvedimento che costringa il governo a chiedere alle UE il rinvio della Brexit fino al 31 gennaio in assenza di un accordo. La sterlina ha beneficiato dell’ipotesi di rinvio dell’uscita dall’Unione Europea.

In Argentina, per fare fronte alla fuga di riserve valutarie, sono stati introdotti controlli sui capitali.

La Banca Centrale australiana, come atteso, ha lasciato i tassi invariati all’1% dopo i tagli di giugno e luglio.

Il clima di maggiore tranquillità sui mercati ha fatto scendere gli indicatori di volatilità azionari e obbligazionari così come lo yen giapponese.

QUESTA SETTIMANA

L’evento principale della settimana è indubbiamente la riunione della BCE prevista per giovedì 12: per indirizzare le aspettative, fonti anonime della BCE hanno dichiarato che la tendenza è verso un ulteriore taglio dei tassi, con il tasso sui depositi da -0.4% a -0.5%, tiering dei depositi (per non penalizzare eccessivamente le banche), rafforzamento della forward guidance e, magari, un nuovo QE.

Ad Abu Dhabi si riunisce l’OPEC+ per discutere, anche, dell’aumento dell’output di agosto, nonostante la decisione di tagliare la produzione da parte dei paesi membri.

Martedì 10 Apple comunicherà il lancio dei nuovi prodotti.

Venerdì 13 in US verranno pubblicati i dati sulle vendite al dettaglio per il mese di agosto importanti per valutare lo stato della domanda per consumi.

Analisi dei mercati del 23.07.2019

La settimana che si è appena conclusa ha visto un leggero ritracciamento dei mercati azionari soprattutto negli Stati Uniti, con la complicità di qualche trimestrale deludente, e in Italia, a causa delle tensioni politiche al governo. I rendimenti obbligazionari sono calati, soprattutto in Europa, a causa delle aspettative sulle imminenti decisioni della BCE, che peseranno sul settore bancario e sull’Euro.

Mercoledì sera è stato pubblicato il Beige Book, ovvero il report sullo stato dell’economia preparato per la riunione del FOMC di fine luglio. Emerge che gli Stati Uniti si trovano in discreta forma, con un ritmo “modesto” di espansione delle attività, ma con preoccupazioni sulle prospettive future. La causa principale è quella dei dazi: il 28% delle aziende intervistate ha dichiarato di essere stata danneggiata dalle misure protezionistiche ad oggi applicate.

Diversi membri della Fed questa settimana si sono espressi a favore di politiche monetarie molto accomodanti: mercoledì il presidente della Fed di Chicago Charles Evans ha dichiarato che un taglio di 50 bps potrebbe essere appropriato già per fine mese, nella riunione Fed 31 luglio. Anche il presidente della Fed di New York, John Williams, e quello della Fed di Kansas City, Esther George, hanno confermato un atteggiamento molto “dovish”, portando il mercato dei Fed Fund Futures a scontare un rialzo di 50bps al meeting di luglio con una probabilità che è passata dal 20% della settimana precedente al 45%. Nelle ore successive, sono poi giunti chiarimenti che hanno ridimensionato le aspettative.

Mentre negli Stati Uniti c’è qualche segnale macro in miglioramento, in Europa i dati confermano ancora la debolezza dalla Germania. Lo ZEW segnala un ulteriore rallentamento sia nella “current situation” che nelle “expectations”. Inoltre, i dati sui prezzi alla produzione relativi al mese di giugno calano dello 0.4% mese/mese.

Source: Bloomberg

Prosegue la reporting season negli Stati Uniti. Fin ora hanno riportato i dati il 16% delle aziende. Anche se in aggregato sia dai livello di utili che dei ricavi non generano preoccupazioni, alcuni nomi specifici sono stati pesantemente colpiti. Gli utili crescono del 2% superando del 5% le attese, i ricavi crescono del 2.5% superando dell’1% e, inoltre, il 73% delle società ha battuto le stime degli analisti. CSX, società operante nel settore dei trasporti, il giorno in cui ha riportato i risultati, ha perso circa il 10% a causa delle guidance poco incoraggianti sul 2019. Netflix ha riportato un numero di abbonati pari alla metà di quelli attesi per il trimestre e il titolo ha corretto del 10%. Alcoa, principale produttore di alluminio, ha tagliato le stime di crescita della domanda per la seconda volta in tre mesi citando sempre le dispute commerciali.

Per quanto riguarda le banche, Citigroup ha riportato EPS, ovvero gli utile per azione, superiori alle attese degli analisti. Nonostante minori ricavi derivanti dalle attività di trading, a migliorare i risultati hanno contribuito l’operazione straordinaria relativa alla quotazione di Tradeweb market, il buyback dei mesi scorsi e da un tax rate più favorevole. Morgan Stanley, nonostante il calo degli utili pari al 10%, ha battuto le stime sia dei ricavi che di EPS, grazie alla divisione di Wealth Management. Solo Wells Fargo, fra le banche principali, ha sottolineato il problema a livello di sostenibilità dei margini, in caso di tassi in ulteriore ribasso.

Nello scorso commento avevamo sottolineato come varie società stessero approfittando dei tassi bassi per emettere nuovi bond. Questa settimana è stata la volta di Banca Monte dei Paschi di Siena che ha emesso un bond subordinato per 300 milioni ad un tasso del 10.5%.

Il contesto di tassi bassi continua a favorire le quotazioni dell’oro che si mantengono ormai stabilmente superiori ai 1400 dollari/oncia. E’ interessante osservare, a conferma di quanto detto, la correlazione positiva tra oro e il valore totale dei bond con negative yield. Questi ultimi arrivano a superare i 13 trillions di dollari.

Souce: Bloomberg

In UK, infine, il parlamento sta varando delle misure per impedire a Boris Johnson, che probabilmente diventerà primo ministro entro la fine dell’estate, un No-Deal Brexit. La sterlina, che si era indebolita fino a superare il livello di 0.90 contro l’euro, sulla notizia ha marginalmente recuperato.

QUESTA SETTIMANA

L’evento principale della settimana è la riunione della BCE che si terrà giovedì 25 . Ci si attende un impegno a mantenere i tassi negativi fino a quando sarà necessario e l’apertura a portarli, eventualmente, ancora più in negativo, downturn bias.

Il possibile taglio immediato del deposit rate, da -0.40% a -0.50%, attualmente è scontato dal mercato con probabilità del 35%. Il rischio però è di avere un impatto negativo sulla credibilità della banca stessa. E’ probabile, e auspicabile, l’annuncio di nuove misure sull’Asset Purchase Programme, ovvero il programma di acquisto di titoli pubblici e privati. Si ipotizza che, in un nuovo round di QE, si possano includere anche i bond senior bancari.

Souce: Bloomberg

Sembra che la BCE stia pensando di adottare un target “simmetrico” di inflazione. In questo modo, si tollererebbero periodi di inflazione superiore al target del 2% dopo periodi di inflazione inferiore. La reazione sui mercati obbligazionari è stata, ovviamente, molto positiva.

In settimana avremo anche la pubblicazione dei dati sui PMI preliminari per il mese di luglio, sia in Europa che in USA, che contribuiranno a dare un’idea sul generale quadro macro. Le attese sono per una sostanziale stabilizzazione in Eurozona e un parziale recupero negli Stati Uniti.

Venerdì verrà pubblicato il dato preliminare sul Pil americano del secondo trimestre: le attese sono per un rallentamento dal 3.1%, trimestre/trimestre annualizzato, all’1.8%.

Sul fronte politico da monitorare la tenuta del Governo in Italia, l’iter di insediamento del nuovo governo in Spagna e la possibile indicazione di Boris Johnson come nuovo premier britannico.

Analisi dei mercati del 9.07.2019

La settimana appena trascorsa è stata complessivamente positiva per i mercati finanziari: le distensioni, almeno temporanee, sul fronte commerciale hanno consentito agli indici azionari di proseguire nel trend rialzista in atto da giugno, mentre i mercati obbligazionari hanno continuato a beneficiare delle aspettative favorevoli circa l’atteggiamento accomodante delle banche centrali che ha portato un ulteriore generale ribasso dei rendimenti.

I dai sui PMI usciti in settimana, danno un quadro di generale debolezza. Il dato aggregato globale sul PMI manifatturiero è passato sotto la soglia del 50, quindi in contrazione per la prima volta dal 2016, 49.4 a Giugno rispetto a 50.1 a Maggio. La causa principale è da ricercarsi nella trade-war e nell’impatto che sta avendo sulla crescita globale. C’è da considerare, però, che i dati sono stati raccolti prima del G20 di Davos.

In Europa questa debolezza, unitamente alla convinzione diffusa che una procedura di infrazione per debito contro l’Italia non sarebbe stata avviata, ha portato ad un generale e forte calo dei rendimenti governativi durante la settimana.

Facciamo notare che la Svizzera ha ormai tutta la curva in territorio negativo e il bond a 30 anni, in settimana, è arrivato a toccare -0.10% di rendimento.

L’Italia spicca per l’ottima performance del BTP: sono tornati, in termini di rendimento, intorno ai livelli precedenti alle elezioni del 2018. Secondo le stime di Intesa SanPaolo, un calo permanente di 100 bps dei rendimenti su tutte le scadenze, consentirebbe all’Italia di risparmiare 2 miliardi sul primo anno e 4.9 miliardi sul secondo anno, facilitando le emissioni di circa 180 miliardi di BTP e BOT entro la fine dell’anno.

Finalmente in Europa si è arrivati alla nomina dei vertici delle istituzioni comunitarie: la tedesca Ursula von der Leyen diventerà il nuovo presidente della Commissione Europea mentre la francese Christine Lagarde, dal Fondo Monetario Internazionale, si sposterà alla BCE. Per il Consiglio Europeo è stato nominato il belga Charles Michel mentre al Parlamento Europeo l’italiano David Sassoli.

Christine Lagarde è percepita dal mercato come “colomba” al contrario del tedesco Weidmann ritenuto decisamente un “falco”, avendo spesso criticato la posizione troppo accomodante di Mario Draghi.

Dopo la tregua con la Cina, almeno temporanea, Trump ha spostato il mirino ed è tornato a puntare il dito contro l’Europa. Il tema principale e la disparità di trattamento tra Boeing e Airbus. Secondo Radiocor, alcuni prodotti verranno assoggettati ai dazi: si tratta di formaggi, caffè, whiskey, tubi in ghisa.

L’Opec+, come atteso, estende di 9 mesi la limitazione della produzione di petrolio.

La Banca Centrale Australiana ha tagliato il tasso di riferimento della politica monetaria di 25 bps all’1%, livello in assoluto più basso nella storia. Anche in questo caso l’inflazione debole permette alla Reserve Bank of Australia di aggiustare la propria politica monetaria in base alle esigenze dell’economia per cercare di supportarne una crescita sostenibile.

A Dalian, nel nord-est della Cina, si è tenuto, dall’1 al 3 di luglio l’Annual Meeting del World Economic Forum, detto anche Summer Davos Forum. È stato interessante il discorso del premier cinese Li Keqiang, che ha confermato il target di crescita al 6-6.5% per questo anno. La politica monetaria, attraverso taglio dei coefficienti di riserva obbligatoria, e quella fiscale, attraverso taglio di tasse, supporteranno la crescita delle piccole imprese. Si sta cercando di evitare di ricorrere a stimoli massicci che gonfierebbero troppo il credito e creerebbero bolle. Si ribadisce l’impegno di aprire il settore finanziario agli investimenti stranieri e si esclude di ricorrere alla svalutazione del renmimbi come strumento di competizione.

Negli Stati Uniti i dati sul mercato del lavoro sono decisamente forti se si guarda al numero di nuovi occupati. Il tasso di disoccupazione sale leggermente, da 3.6% a 3.7% ma rimane a livelli storicamente molto bassi. Il dato sui salari registra un incremento di 3.1% come il mese precedente.

QUESTA SETTIMANA

Negli Stati Uniti inizia la reporting season e sarà importante per due motivi: valutare l’impatto della trade war e vedere la reazione del mercato allo stop dei buy-back. Il consenso di mercato è per un calo dell’EPS pari all’1% anno su anno. Dovesse verificarsi questa previsione, si tratterebbe del primo calo di EPS anno su anno dal 2016. Vale la pena ricordare che il consenso si attendeva un calo anche nel primo trimestre del 2019, atteso -2%, ma il risultato definitivo è stata una crescita del 2% grazie soprattutto all’effetto fiscale.

Giovedì 11 luglio avremo la testimonianza semestrale in Senato del Governatore della Fed Powell, sempre importante per trarre indicazioni sulle intenzioni della Banca Centrale.

Venerdì 12 luglio ci sarà la prima revisione del rating per l’Italia da parte dell’agenzia DBRS, che a gennaio aveva confermato il rating a BBB.