Analisi dei mercati del 16.03.2020

Quello che avevamo individuato come l’evento principale della settimana è stato a dir poco devastante: alla già difficile situazione sui mercati si è aggiunta una banca centrale europea poco reattiva e, soprattutto, delle dichiarazioni particolarmente infelici della governatrice Christine Lagarde. Piazza Affari ha registrato la peggiore chiusura della sua storia e gli indicatori di volatilità sono saliti ai livelli della crisi finanziaria globale, per non parlare poi del movimento sui BTP e conseguente allargamento dello spread verso la Germania. Wall Street era scesa più del 7% solo una volta dal 1987, durante la crisi finanziaria del 2008.

Cosa è avvenuto esattamente?

Non sono stati tagliati i tassi sui depositi come il mercato si attendeva, ma questa è la cosa meno grave. Come dicevano si sarebbe dovuto modificare il sistema di “tiering” per tutelare le banche e lo spazio di manovra sarebbe stato comunque veramente limitato.

È stato aumentato il programma di acquisto titoli (QE) per 120 miliardi fino a fine anno e questo ha deluso il mercato che si attendeva almeno 20 miliardi in più al mese (così sarebbero 15).

È stato annunciato un nuovo TLTRO di ammontare illimitato fino a giugno, a tassi agevolati (fino a 25bps sotto il tasso sui depositi) e questo va bene.

La capital key resterà in vigore ma con flessibilità.

Il mercato non ha reagito bene al mancato bazooka che invece ci si sarebbe aspettati, ma la cosa che ha decisamente non apprezzato è stata la frase della Lagarde, durante la Q&A session, circa il fatto che non è compito della BCE ridurre lo spread e lei non ha intenzione di replicare il “whatever it takes” del suo predecessore. La Lagarde poi ha cercato, in altra sede, di rimediare dicendo che è impegnata a evitare qualsiasi frammentazione in un momento difficile per la zona euro, aggiungendo che l’allargamento degli spread legato al corona virus compromette la trasmissione della politica monetaria, ma ormai il danno era fatto.

Sono piovute critiche da tutte le parti, pure dal presidente Mattarella, e nessuno è stato in grado di giustificare le sue parole.

La sera stessa la Fed è intervenuta sui mercati con un finanziamento di 1500 miliardi di dollari a breve termine giusto per fare notare la diversa incisività.

La mattina seguente la PBOC (banca centrale cinese) ha tagliato il coefficiente di riserva obbligatoria per le banche di 50- 100 a partire dal 16 marzo. Verranno rilasciati circa 550 miliardi di renminbi di liquidità a lungo termine per il sistema bancario.

Mercoledì la Bank of England, a sorpresa, ha tagliato i tassi di 50bps portandoli a 0.25% e ha annunciato una serie di misure per aiutare famiglie e imprese ad affrontare l’emergenza stanziando circa 30 miliardi di sterline.

Dopo avere tagliato i tassi al minimo storico anche l’Australia stanzia oltre 11 miliardi di dollari per cercare di fermare il virus che sta innescando la recessione.

Il tutto ha svegliato dal torpore anche la Germania: Scholz (ministro delle finanze) ha prima dichiarato che potrebbero implementare programmi di stimolo se necessario poi ha prontamente aggiunto che verrà aumentato il debito e non porrà limiti ai programmi di credito per le imprese. La cancelliera Merkel si aspetta che sarà contagiato il 70% della popolazione. L’attuale crisi viene considerata ancora più eccezionale di quella del 2008.

A questo si è aggiunta l’Unione Europea che ha di fatto autorizzato lo stimolo fiscale attivando le clausole di crisi: il limite del 3% di rapporto deficit/pil è temporaneamente sospeso.

La presidente della Commissione Europea Von der Leyen ha dichiarato che Bruxelles è pronta a varare un fondo di investimento da 25 miliardi di euro con uno sblocco immediato di 7.5 miliardi.

Atteso in US pacchetto di stimoli fiscali con, fra le altre misure, un taglio della tassazione sul lavoro, tipo taglio delle tasse per l’intero 2020.

QUESTA SETTIMA

Domenica sera alle 22 (ora nostra) la Fed ha dato avvio ad un intervento coordinato da parte delle banche centrali intervenendo, nuovamente, con una mossa a sorpresa (prima quindi la riunione ufficiale di questa settimana) tagliando i tassi di 100 bps portandoli nel range 0% – 0.25% e annunciando un pacchetto di stimoli legati alla ripresa del QE da 700 miliardi di dollari (500 miliardi per acquistare Treasury e 200 miliardi di MBS (mortgage-backed securities). Azzerati i requisiti di riserva obbligatoria per le banche.

Questa mattina anche la Bank of Japan è intervenuta prima del meeting ufficiale, annunciando di volere acquistare il doppio degli asset rischiosi (come gli ETF) da 6 a 12 trn di yen, commercial papers per sostenere i prestiti commerciali a breve termine e corporate bond fino a fine settembre. Ha, inoltre, dichiarando che sono possibili ulteriori tagli ai tassi già negativi.

La Bank of New Zealand ha tagliato i tassi di 75 bps ai minimi storici (0.25%) in un meeting di emergenza. La Bank of Australia, che aveva tagliato la settimana scorsa, ha immesso più liquidità nel sistema.

La PBOC ha nuovamente iniettato liquidità nel sistema, l’equivalente di 14 miliardi di dollari.

È evidente un intervento coordinato tra le banche centrali per offrire finanziamenti in dollari.

In Europa si continua a cercare di rimediare alla gaffe della Lagarde: Fabio Panetta, membro del board della BCE, ha dichiarato in un’intervista al Corriere della Sera che forti aumenti ingiustificati degli spread saranno contrastati con forza e la Banca Centrale è pronta ad ampliare il programma di acquisto dei titoli per fronteggiare le cadute del Covid19.
Oggi si terrà un vertice tra i ministri finanziari della zona euro in attesa dell’Ecofin di domani.

Questa settimana gli occhi saranno, come sempre, puntati su due aspetti:

1. I dati relativi alla diffusione del corona-virus per poter sperare di avere una stima di quando la pandemia supererà il picco e l’attività si avvierà verso la normalità;

2. Le misure a supporto dei vari governi, ora necessarie più che mai, sia per tentare di compensare il danno economico sia per evitare ulteriore panico.

Nel panico generale che sta invadendo i mercati (e non solo) diventa sempre più complesso mantenere la lucidità e aggrapparsi a considerazioni logiche e razionali senza rischiare di essere accusati di confondere la luce, che si cerca di vedere in fondo al tunnel, con il treno che ci sta venendo incontro!

Ma proviamoci comunque.

Il virus si sta chiaramente propagando da est a ovest e per questo motivo è utile analizzare quanto fatto da chi ci è passato per prendere esempio e poter fare ipotesi. Nei paesi asiatici, Cina in primis ma anche altri come Corea del Sud e Singapore, ad esempio, i governi sono intervenuti pesantemente paralizzando l’attività economica e i dati sembrano confermare un rallentamento dell’epidemia. In Cina, ad esempio, il picco della crisi sanitaria (misurata in termini di contagi dall’OMS) è stato raggiunto a metà febbraio quindi circa un mese dopo il blocco delle attività (avvenuto quasi in concomitanza con il capodanno cinese di fine gennaio). I dati macroeconomici, ovviamente, stanno uscendo male, ma gli interventi a sostegno sia di natura fiscale che monetaria hanno consentito al mercato di recuperare dai minimi (solo recentemente, anche in misura minore, gli indici locali si sono fatti contagiare dall’andamento di quelli globali).

Adesso in Cina stiamo rivedendo una ripresa dell’attività economica. La stessa Apple venerdì 13 ha annunciato la chiusura di tutti i negozi al di fuori del territorio cinese. Quelli in Cina stanno gradualmente riaprendo. Il governo è pronto a rimuovere le misure di contenimento del virus introdotte riaprendo scuole e attività produttive. Sempre Apple ha annunciato che il prossimo iPhone 5G probabilmente verrà annunciato con un mese di ritardo a causa dei problemi sulla catena di fornitura.

Così come Apple può essere presa in riferimento fra le aziende globali, in Europa l’Italia può essere considerata il cosiddetto “canary in the coal mine”: come sta reagendo l’Italia alla crisi sanitaria, i risultati che otterrà, faranno capire quanto tempo occorrerà agli altri paesi e gli impatti economici che si dovranno affrontare.

Si paragona spesso l’attuale crisi a quella del 2008 tuttavia, al di là degli impatti sugli indici azionari la principale differenza, ad oggi, è la tipologia della crisi. Nel 2008 era legata allo scoppio di una bolla (quella dei mutui sub-prime), attualmente è una crisi prima legata ad un blocco prima dell’offerta poi della domanda per ragioni di pandemia.

Reagire ad una crisi finanziaria è una cosa, reagire ad una crisi sanitaria è diverso e forse più complesso e soprattutto non ci sono modelli passati da seguire.

Quello che ora è importante è che l’attuale crisi non si trasformi in crisi finanziaria. Gli interventi delle banche centrali, soprattutto a partire da quello del week-end della Fed, hanno lo scopo di scongiurare che questo avvenga.

Ovviamente interventi così a sorpresa creano confusione e smarrimento fra gli investitori che ritengono che forse c’è ancora qualcosa che il mercato non sa ma di sicuro vanno nella giusta direzione.

Quello che serve ora è un intervento pesante, forte e deciso anche in ambito fiscale. Magari anche esagerato. Qualcuno ritiene esagerato il provvedimento italiano sulla chiusura totale di quasi ogni attività. Senza entrare nel merito della bontà o meno della decisione possiamo dire due cose: forse la decisione è stata presa in ritardo ma se applicata seriamente dovrebbe dare i suoi frutti in due settimane perché è decisamente drastica, quasi troppo per molti. Quasi troppo perché l’impatto sull’attività reale si sentirà eccome. Ma dovendo evitare l’intasamento del sistema sanitario si è deciso di andare giù pesantemente.

Esattamente come è stato fatto in ambito sanitario occorre andare pesante anche sull’intervento di supporto economico anche rischiando di esagerare. Ed è proprio questo che sta mancando e il mercato lo sente.

Il mercato ha confermato, durante la settimana scorsa, che reagisce in modo spropositato a notizie o dichiarazioni di esponenti governativi e non. Ovviamente è facile, ex post, dire che avremmo potuto evitare perdite, anche importanti, uscendo alle prime avvisaglie delle crisi ma questo avrebbe avuto come precondizione la conoscenza in anticipo di eventi e dichiarazioni che erano evidentemente imprevedibili. Muoversi in base alle percezioni o paure non sempre, allargando l’orizzonte temporale, è risultata una strategia vincente.

Adesso avendo completamente perso di vista i fondamentali sui quali si riescono a fare poche assunzioni la gente si affida all’analisi tecnica, all’individuazione di livelli di possibili supporti. Questo dimostra quanto si navighi a vista e quanto sia facile sbagliare e farsi male.

Analisi dei mercati del 3.02.2020

Anche questa settimana gli elementi di volatilità sui mercati non sono stati strettamente attinenti alla sfera economico- finanziaria: al centro dell’attenzione degli investitori rimane il Corona Virus e il conseguente bilancio delle vittime e contagiati. Il WHO (o OMS – Organizzazione mondiale della sanità) ha aggiornato quotidianamente il numero delle vittime e, a fine settimana, ha dichiarato lo stato di emergenza sanitaria mondiale. Per ora il tasso di mortalità si attesta al 2% (sotto il 10% della Sars nel 2002/2003) ma la velocità di diffusione è abbastanza alta. Vediamo come si attesterà il numero nei prossimi giorni quando dovrebbe essere atteso il picco.

Un economista del governo cinese ha stimato che un’ulteriore diffusione del virus potrebbe impattare sul GDP del primo trimestre, portandone la crescita sotto il 5% ma, in tal caso, la Banca Centrale sarà pronta ad intervenire con misure a sostegno così come la politica fiscale potrebbe intervenire portando il rapporto deficit/pil sopra il 3% per supportare l’economia.

Passando agli eventi più “finanziari”, in settimana si è riunita la Banca Centrale americana: come atteso, la Fed non ha modificato i tassi di interesse, che rimangono nel corridoio 1.50%-1.75%, ritenendo che è necessaria una significativa rivalutazione dell’outlook economico affinché si possa modificare la politica monetaria. Un “aggiustamento tecnico” è stato fatto sul reverse repo rate, passato da 1.45% a 1.50%, e sul tasso di remunerazione delle riserve, passato da 1.55% a 1.60%, ovvero 10 bps sopra il tasso ufficiale, ma solo per migliorare il funzionamento dell’interbancario. Il mercato del lavoro è considerato robusto e l’inflazione ancora bassa ma ai rischi si è aggiunto anche l’elemento di incertezza del Corona Virus.

Il PIL americano, secondo la stima preliminare del quarto trimestre 2019, è pari a 2.1%, superiore alle attese del 2%. Le componenti consumi e investimenti hanno leggermente deluso, mentre è risultato positivo il contributo della componente net-export, grazie ad una riduzione delle importazioni, e della componente relativa alla spesa pubblica. Delude molto il dato sull’inflazione, rappresentato dal PCE deflator, 0.3% vs 1.3% atteso. Nel complesso quindi un dato di stima della crescita economica non eccezionale. Ma si tratta di una stima destinata a subire, spesso, revisioni.

Souce: Bloomberg

La Bank of England non ha tagliato i tassi, con decisione presa con sette membri a favore e due contrari, ma si dichiara pronta ad intervenire qualora l’espansione fiscale, annunciata dal governo, non si rivelasse sufficiente a sostenere l’economia post Brexit. Positiva la reazione della sterlina che si è rafforzata nei confronti dell’euro.

La Gran Bretagna venerdì 31 gennaio ha ufficialmente lasciato l’Unione Europea dopo averne fatto parte per 47 anni. Non tutti hanno festeggiato questo giorno dato che il paese è ancora spaccato in due come ai tempi del referendum che ha decretato la Brexit nel 2016: due terzi degli scozzesi erano e sono ancora contrari all’uscita dalla UE e chiedono un nuovo referendum. Come segno di dissenso sul Parlamento scozzese rimarrà la bandiera UE.

Per quanto riguarda il petrolio, il cui prezzo ha corretto di circa 10 dollari dal picco di inizio gennaio, l’OPEC ha dichiarato che intende estendere gli attuali tagli alla produzione fino a giugno con la possibilità di incrementarli qualora ciò sia reso necessario dal contesto macroeconomico (considerato l’impatto dell’attività manifatturiera in stallo da gennaio).

Deludenti i dati sul PIL dell’Eurozona: +0.1% trimestre/trimestre, atteso +0.2%, e +1% anno/anno, atteso +1.1%: particolarmente brutto il dato dell’Italia la cui economia rallenta di -0.3% trimestre/trimestre, attese per crescita di +0.1%. E’, ancora una volta, evidente la divergenza di crescita rispetto agli Stati Uniti.

Souce: Bloomberg

Nonostante il deludente dato sul Pil italiano, la performance del BTP è stata ottima: in settimana il rendimento del decennale è sceso di circa 30 bps e lo spread verso bund si è attestato a 136 bps. I governativi italiani prezzano un minore rischio politico per l’Italia e la generale discesa dei rendimenti obbligazionari tende a portare maggiore domanda laddove il rendimento è un po’ più consistente.

In tema di reporting season segnaliamo gli ottimi i risultati di Apple: il gigante americano ha superato le stime sia in termini di EPS (utili per azione) che di ricavi, annunciando il pagamento di un dividendo di 0.77$ per azione da pagarsi il 13 febbraio 2020.

Ha colpito positivamente il fatto che le guidance per l’anno prossimo siano state alzate sia in termini di range di ricavi che di gross margin. Il range di ricavi, oltre ad essere stato alzato, è stato anche ampliato per tenere conto delle maggiori incertezze anche legate al corona virus. La società ha comunque dichiarato che ha dei fornitori sostitutivi nel caso si bloccassero quelli cinesi.

Buoni risultati anche per Microsoft, che riporta numeri superiori alle attese degli analisti, e per Tesla, che sorprende gli analisti sia sul fatturato sia sugli utili sia sul cashflow. Entrambi i titoli, soprattutto Tesla, sono stati premiati dagli investitori con variazioni di prezzo molto positive. Penalizzata dai risultati, invece, Facebook, che riporta nuovi utenti ai minimi storici e costi in aumento.

In aggregato, con il 45% delle società dell’S&P che ha riportato i risultati, la crescita dei ricavi è pari a 1.3% e quella degli utili a 0.3%, entrambe superiori alle attese degli analisti.

La settimana si è conclusa, quindi, con una decisa correzione dei mercati azionari che hanno azzerato le performance da inizio anno. Solo il Nasdaq risulta ancora positivo. Il clima di avversione al rischio ha portato beneficio al comparto obbligazionario governativo, e in parte al corporate investment grade, mentre ha un po’ sofferto il segmento degli high yield.

QUESTA SETTIMANA

I mercati cinesi locali hanno riaperto dopo la pausa per il Capodanno: l’indice azionario aggregato CSI300, che comprende le borse di Shanghai e Shenzhen, ha chiuso con una discesa di circa 7.9%. La Banca Centrale è intervenuta immediatamente con iniezioni di liquidità pari a 1200 miliardi di yua (circa 170 miliardi di dollari) sia attraverso operazioni di reverse repo (maggiore intervento dal 2004) che tagliando i relativi tassi. L’intervento è decisamente massiccio e le autorità sono determinate a dare il massimo supporto. Il cambio Renminbi vs Dollaro si è riportato velocemente sopra la soglia di 7 (livello che era stato superato, al ribasso, in occasione della firma dell’accordo come segnale di distensione dei rapporti commerciali) riallineandosi a quanto il mercato off-shore già segnalava la settimana scorsa.

La UE Inizia ufficialmente le contrattazioni per la Brexit: il mandato è affidato a Michel Barnier. Secondo un sondaggio di Schroders il 52% degli intervistati ritiene che si arriverà ad un’estensione delle trattative oltre la fine del 2020 in uno scenario definito “limbo Brexit”. Nei prossimi undici mesi non cambierà nulla per la libertà di circolazione di persone, beni, capitali e servizi.

Durante la settimana verranno pubblicati, per diversi paesi, i dati finali degli indici di fiducia delle imprese PMI e ISM (per gli Stati Uniti) relativi al mese di gennaio.

Martedì si riunirà la Banca centrale australiana: nessuna variazione attesa al tasso overnight di riferimento pari a 0.75%: il mercato attualmente attribuisce ad un taglio di 0.25% una probabilità del 17%.

La settimana si chiude con i consueti dati mensili sul mercato del lavoro americano: atteso un tasso di disoccupazione stabile a 3.5%, un leggero aumento dei salari orari e del numero di nuovi occupati.

Per ora il Corona Virus sembra essere un facile catalyst di correzione e derisking, in un mercato che aspettava un motivo per allontanarsi un po’ dai massimi raggiunti. I media, che amplificano l’effetto panico, ovviamente, aiutano ad incrementare la volatilità sul mercato. Se facciamo il paragone con il 2002/2003 quando c’è stato il virus della Sars, questa volta la reazione delle autorità è stata decisamente più imponente e intensa e questo, da un lato, fa ben sperare sulla risoluzione della pandemia, dall’altro, fa temere ai più pessimisti che la situazione sia ben peggiore di quanto trapela dalle comunicazioni ufficiali.

Ovviamente non possiamo sapere ora che cosa succederà, possiamo solo tentare di stimare l’impatto sull’economia, in primis quella cinese. Il peso dell’economia cinese sulla crescita globale è alto e il nervosismo degli investitori risiede nel fatto che questo anno ci si aspettava proprio da quell’area il principale contributo alla crescita mondiale.

La reazione dei mercati è alquanto schizofrenica ma ci sta: si è in bilico fra la tentazione di sfruttare ogni correzione per entrare sull’unico mercato che offre potenzialmente un rendimento (ricordiamoci di TINA e FOMO – Fear of missing out) e il timore che la situazione precipiti e l’impatto sull’economia, e conseguentemente sui mercati, sia superiore e spropositato.

Analisi dei mercati del 28.01.2020

Il tema della settimana, alla base della “turbolenza” sui mercati, è il Coronavirus che, partito dalla città cinese di Wuhan (11 milioni di abitanti) si sta estendendo ad altri paesi compresi Europa e Stati Uniti.

Il parallelo con le pandemie precedenti (vedi Sars che nel 2002/2003 causò la morte di oltre 800 persone con un tasso di mortalità del 10%) è immediato, così come le stime di un eventuale impatto sulla crescita economica.

Questa volta le autorità cinesi hanno immediatamente informato il WHO (l’Organizzazione Mondiale della Sanità), trasmettendo la mappa del DNA del virus (nel 2002 attesero circa 4 mesi) e il vaccino potrebbe essere pronto in tre mesi ma, ovviamente, non vi è alcuna certezza e, sebbene Pechino abbia praticamente “bloccato” dieci città e impedito gli spostamenti a più di 30 milioni di cinesi, la coincidenza con i festeggiamenti per il Capodanno cinese rende la gestione più complicata.

Le autorità locali hanno deciso di estendere la Lunar New Holidays fino al 2 febbraio (quindi, forse, il mercato riaprirà il 3 febbraio) e di tenere le scuole chiuse fino al 17 febbraio e le aziende fino al 9 febbraio.

La temporanea paralisi dell’economia cinese avrà un impatto sulla crescita del PIL, che alcuni economisti stimano in circa un punto percentuale nel primo trimestre. Lo stesso IMF ha individuato nel Corona Virus uno dei non pochi rischi di downside dell’economia per questo anno.

A proposito di IMF, dall’aggiornamento dell’outlook emerge che la crescita mondiale è stimata salire, nel 2020, al 3.3% dal 2.9% del 2019. I rischi di rallentamento legati alla guerra commerciale si sono significativamente ridotti ma non sono totalmente scomparsi. La stima di crescita dell’Italia per il 2020 è di 0.5%, da 0.2% del 2019, ma permane la raccomandazione di migliorare la produttività e fare scendere il debito.

Da Davos sono uscite indiscrezioni su possibili accordi tra USA e UE in merito agli scambi commerciali: Trump e Ursula Von der Leyen si sono dichiarati d’accordo sul fatto che i due paesi devono lavorare assieme per affrontare le sfide globali, le scorrette pratiche commerciali cinesi, le telecomunicazioni e il tema energetico.

Non sono mancati i soliti attacchi, oltre che da parte di Trump, questa volta anche da parte di Kudlow (consigliere economico di Trump), alla politica della Fed che, dopo avere alzato i tassi troppo in fretta è accusata di averli poi abbassati troppo lentamente ed è ora invitata a continuare a tagliarli.

In tema di banche centrali la prima che si è riunita in settimana è stata quella giapponese: la BOJ, come atteso, ha mantenuto invariata la politica monetaria e rivisto leggermente al rialzo le stime di crescita economica alla luce anche dei minori rischi in seguito all’accordo commerciale fra Cina e Stati Uniti. L’obiettivo rimane sempre quello di riportare l’inflazione al suo target.

Nessuna modifica neanche da parte della BCE, che conferma l’attuale atteggiamento finché che non si raggiungerà l’obiettivo di inflazione del 2%: pertanto, gli acquisti di titoli continueranno e termineranno solo poco prima di un eventuale rialzo dei tassi.

Christine Lagarde ha annunciato che, tra novembre e dicembre, verrà rivista la strategia di politica monetaria, per la prima volta dal 2003, dato che le economie dell’Eurozona sono state investite da profondi cambiamenti strutturali. Le sfide, ora, per un banchiere centrale vanno dal calo della crescita potenziale al rallentamento della produttività, all’invecchiamento demografico alla minaccia della sostenibilità ambientale etc. Le dinamiche inflazionistiche sono, quindi, diverse rispetto al passato e devono essere affrontate diversamente.

Intanto, il fondo pensione della BCE ha già cominciato ad investire in green bond e, all’interno del comitato, si sta valutando se introdurli anche nel CSPP (corporate sector purchase program).

Le altre principali banche centrali riunitesi in settimana non hanno apportato modifiche alla politica monetaria: la Bank of Canada ha mantenuto i tassi invariati a 1.75%, ritenendoli appropriati ma rimanendo aperta ad eventuali tagli qualora la situazione macro dovesse peggiorare. Stesso messaggio da parte della Banca norvegese che ha lasciato i tassi a 1.50%.

In UK il governo ha incassato la prima sconfitta in parlamento (per la prima volta dalle elezioni di dicembre), in un voto sulla protezione dei diritti dei cittadini UE in Gran Bretagna dopo la Brexit ma, alla fine della settimana, la Regina ha dato il suo assenso e la proposta relativa alla Brexit è diventata ufficialmente legge.

Buona notizia per i titoli governativi di Atene dopo che Fitch ha portato il rating sulla Grecia da BB- a BB (due gradini sotto l’investment grade) e rivisto l’outlook da stabile a positivo. Le motivazioni risiedono nella permanenza del debito a livelli sostenibili grazie alla crescita e alla prudenza di bilancio.

In Germania è stato pubblicato lo ZEW: meglio delle attese in entrambe le componenti, ma ricordiamoci che si tratta di una survey fra investitori professionali spesso influenzati dall’andamento dei mercati.

Source: Bloomberg

Le tanto attese elezioni in Emilia Romagna hanno decretato la vittoria del PD e, quindi, aiutato la coalizione di governo scongiurando elezioni anticipate. Immediata la reazione sui BTP che questa mattina riducono parecchio lo spread rispetto al Bund.

Source: Bloomberg

QUESTA SETTIMANA

Inizia, fra i timori scatenati dal Corona Virus, la prima settimana del nuovo anno cinese: secondo l’oroscopo sarà l’anno del Topo. I festeggiamenti sono stati ridotti, se non cancellati, causa epidemia ma il periodo di vacanza verrà protratto oltre la data prevista del 30 gennaio (probabilmente fino al 2 febbraio) con le borse locali conseguentemente chiuse.

Questa mattina l’IFO tedesco ha leggermente deluso le aspettative sia nella componente “expectations” che in quella “current assessment”. Sebbene il dato, in apparenza, metta in discussione la ripresa della principale economia europea, analizzando le componenti emerge che la parte manifatturiera mostra segnali di miglioramento (deludenti, invece, il settore delle costruzioni e dei servizi) lasciando ben sperare per una future ripresa complessiva dell’economia.

Mercoledì 29 gennaio è prevista la comunicazione della Fed (la Banca Centrale Americana) in merito alla politica monetaria. Non ci si attendono modifiche del tasso sui Fed Funds (attualmente 1.5%-1.75%) e dovrebbe essere confermato il proseguimento della fase di pausa.

Giovedì sarà la BOE (Bank of England) a comunicare la propria decisione: la probabilità di taglio dei tassi è scesa intorno al 60% quindi non c’è assolutamente certezza sull’esito della riunione. Si tratta dell’ultima riunione presieduta da Carney.

Venerdì 31 gennaio la Gran Bretagna lascerà definitivamente la UE, più di tre anni dopo il fatidico referendum. Inizieranno, poi, gli undici mesi entro i quali si dovranno definire bene gli accordi e le relazioni future. Non sarà banale sostituire l’attuale legislazione, fatta di centinaia di norme in diversi settori chiave e il rischio è di arrivare ad intese parziali o addirittura ad un mancato accordo che farebbe riaffiorare il rischio di una non-deal Brexit.

In settimana verranno pubblicate le stime sui dati di crescita del PIL per il quarto trimestre del 2019 per Eurozona e Stati Uniti.

La reporting season americana, nella settimana più ricca di risultati (38% della capitalizzazione di mercato dell’S&P500 pari a circa 145 società), vedrà fra i protagonisti i giganti del tech: Apple, Facebook e Amazon.

Il Cigno Verde si è sostituito al Cigno Nero, come principale fonte di rischio per i mercati, da quando la BRI (Banca dei Regolamenti Internazionali – l’organizzazione internazionale nata con lo scopo di promuovere la cooperazione tra le banche centrali) ha dichiarato che il cambiamento climatico potrebbe essere alla base della prossima crisi finanziaria.

Si tratta di un ulteriore monito, rivolto alle banche centrali, affinché queste svolgano un ruolo di stimolo e coordinamento (fra le loro politiche dei governi e le iniziative private), al fine di evitare di non essere più in grado di assicurare la stabilità finanziaria e dei prezzi e di essere costrette ad intervenire, acquistando su larga scala asset svalutati, per salvare il sistema finanziario.

Un interessante articolo de Il sole 24 ore sul tema, individua due possibili approcci per le Banche Centrali: quello “macroeconomico”, che considera il rischio climatico per l’impatto che può avere sull’economia e, in quanto tale, non cambia la funzione di reazione della BCE, oppure quello “microeconomico” che, invece, fa rientrare il rischio climatico nella funzione di reazione della BCE, modificandone o integrandone gli obiettivi, oppure definendo addirittura gli strumenti (es. i titoli che possono essere acquistati).

Ovviamente il primo approccio è più facilmente accettabile, siano i banchieri “falchi” o “colombe”, mentre il secondo è avverso ai “falchi” in quanto legato ad un maggiore effetto distorsivo sull’economia e sui mercati da parte della Banca Centrale.

Nella riforma della strategia della BCE si presume che Christine Lagarde cercherà di assecondare la linea verde della Commissione Europea: per ottenere un aumento degli investimenti “green” in Europa, occorre che qualcuno acquisti le obbligazioni i cui proventi sono ad essi destinati e la BCE, ovviamente, è la prima candidata essendo il maggiore detentore di titoli pubblici e privati del continente.

Esiste però un problema di “size” dato che il mercato dei green bond è ancora piccolo: di circa 750 miliardi di euro nel mondo, un terzo è denominato in euro e di questi circa la metà sono già sottoscritti da fondi di investimento a lungo termine.

Utilizzando solo il 5% dell’APP (programma di acquisto di asset della BCE) si prosciugherebbe l’intero mercato dei green bond europeo. E’ essenziale, quindi, che il mercato cresca e che si incentivino le aziende a dedicare parte del bilancio a investimenti che scommettano sul futuro verde del continente.

Analisi dei mercati 21.01.2020

Ancora nuovi record per i mercati azionari, questa settimana, con gli indici americani sempre sugli scudi.

Stati Uniti e Cina hanno, finalmente, firmato le 86 pagine della cosiddetta Fase Uno dell’accordo con la quale la Cina si impegna ad acquistare almeno 200 miliardi di dollari aggiuntivi di prodotti americani per i prossimi due anni e gli Stati Uniti faranno marcia indietro su alcuni dazi (modesta riduzione a fronte di una serie di impegni di Pechino). Un po’ di scompiglio è stato generato dalla dichiarazione del segretario americano Mnuchin, secondo cui i dazi sui beni cinesi rimarranno fino al completamento della seconda fase dell’accordo, durante la quale verranno affrontate le questioni relative alla tecnologia e la Cyber-security. L’accordo prevede, ovviamente, delle modalità di risoluzione in caso di inottemperanze oltre alla facoltà di recedere previo preavviso.

Il dipartimento del Tesoro americano, il giorno prima della firma dell’accordo, ha rimosso la Cina dall’elenco dei paesi considerati “manipolatori” della moneta, come segnale di una distensione dei rapporti fra le due potenze che si è riflesso immediatamente sul cambio fra il RMB/USD.

Nel frattempo, fra i dati macroeconomici cinesi pubblicati, vale la pena segnalare la ripresa dell’export, prima volta in cinque mesi, che ha superato le attese degli analisti, gli aggregati monetari di dicembre in accelerazione e il dato sul PIL del terzo trimestre 2019 che segna un +6% annuo. La produzione industriale è in miglioramento così come le vendite al dettaglio. Con gli stimoli monetari e fiscali da parte delle autorità cinesi e un allentamento delle tensioni commerciali, qualche spiraglio di miglioramento nell’economia cinese si sta vedendo e si dovrebbe continuare a vedere.

Source: Bloomberg

In Europa il dato sulla Produzione Industriale delude leggermente le attese, con un rialzo dello 0.2% mese/mese ma mostra un leggero rialzo che si spera continui nel 2020.

Source: Bloomberg

La prima parte della reporting season americana sembra essere andata bene: ha riportato i risultati circa il 10% delle società dell’S&P 500 con una sorpresa complessiva sugli utili superiore al 3%. Alcoa, produttore di alluminio, conferma ricavi in calo rispetto al 2018 ma la nota positiva riguarda la guidance sul 2020, in quanto vede una riduzione dell’eccesso di offerta grazie ad un incremento della domanda globale. Anche le banche hanno registrato utili per il quarto trimestre in crescita e superiori alle attese.

La fame di rendimenti governativi è alla base del boom di ordini sul nuovo BTP a 30 anni, che ha raccolto una domanda record di 47 miliardi. Il titolo prevede una cedola del 2.45%. L’assorbimento delle cospicue emissioni da parte del Tesoro è stato aiutato anche dalla bocciatura, da parte delle Consulta, del referendum sul taglio del numero dei parlamentari che allontana la minaccia di elezioni anticipate.

Intanto, anche MPS ha sfruttato la fase di “bonaccia” dei mercati e l’upgrade di rating da parte di Moody’s, presentandosi sul mercato del debito collocando 400 milioni di un Bond AT1 con cedola 8%, con una domanda che è stata superiore a 925 milioni di euro. Ovviamente, per rendere appetibile il collocamento, l’istituto senese ha dovuto essere più generoso rispetto alle altre due banche che hanno collocato recentemente, UBI 5.875% e Banco BPM 6.125%, ma ha dovuto concedere meno del 10.5% che aveva offerto lo scorso luglio.

Sul fronte cambi si segnala il leggero indebolimento della Sterlina Inglese causato dalle dichiarazioni di membri della Banca Centrale, circa la volontà di tagliare i tassi durante il prossimo meeting, previsto per il 30 gennaio. Attualmente il mercato prezza, con una probabilità del 71%, un taglio di 25 bps che sarebbe giustificato dal generale indebolimento dell’economia. Anomalo, visto il clima positivo sui mercati, il rafforzamento del Franco Svizzero: la motivazione sembra essere legata alle dichiarazioni della Banca Centrale che vorrebbe normalizzare i tassi rialzandoli.

Source: Bloomberg

In Russia il Rublo, dopo avere toccato il suo massimo da inizio 2018, 60.8870 contro dollaro, si è indebolito a causa delle dimissioni del Governo e del premier Medvedev: sembra che il Premier voglia favorire le riforme costituzionali, annunciate da Putin durante il discorso alla nazione, riguardo il passaggio del potere di scelta del primo ministro dal Presidente al Parlamento.

QUESTA SETTIMANA

Con la firma dell’accordo Cina-Stati Uniti, la disputa commerciale tra i due paesi è passata ovviamente in secondo piano. Non che la questione sia definitivamente risolta (sappiamo bene che si tratta di un tema di lungo periodo) ma almeno la minaccia di un rallentamento economico viene alleviata.

Ora bisogna stare attenti alle negoziazioni tra Europa e Stati Uniti e ai relativi dazi. In sospeso ci sono ancora quelli sulle auto e un possibile incremento di quelli sui generi alimentari, tema che tocca molto l’Italia.

Sappiamo bene che, in generale, la crescita economica è stata sostenuta dai consumi, soprattutto negli Stati Uniti, in quanto la componente relativa agli investimenti ha sofferto l’incertezza economica legata soprattutto alla guerra commerciale. Se negli Stati Uniti Trump cerca di sostenere ancora i consumi per l’evidente impatto positivo sulla campagna elettorale, con la proposta di taglio delle tasse alla middle-class, in Europa ci si deve giocare la carta degli investimenti con una Commissione Europea, ed anche la Banca Centrale, orientata al tema “green”. Per questo motivo sarà interessante ascoltare la conferenza stampa della Lagarde, per capire se esiste una strategia di coordinamento tra politica monetaria e politica fiscale che si concretizzi del Green Deal.

In generale i Governi, quest’anno, saranno incentivati a formulare programmi di investimento per raggiungere l’obiettivo di “emissioni zero” entro il 2050 e tenderanno ad emettere green-bond nel 2020. Il Tesoro italiano, secondo fonti interne, potrebbe seguire pertanto l’esempio della Germania e lanciare il primo bond sostenibile entro la fine dell’anno.

Ribadiamo quindi che la politica monetaria è accomodante e tale rimarrà ancora per un po’. La politica fiscale potrebbe esserlo ancora negli Stati Uniti, soprattutto se passerà il taglio delle tasse, e potrebbe diventarlo in Europa, grazie al tema degli investimenti. Gli asset rischiosi, quindi, continuano ad essere supportati nel breve da TINA (there is no alternative) e nel medio/lungo termine dalle aspettative di ripresa della crescita economica.

Analisi dei mercati del 14.01.2020

La potenziale crisi in Iran non sembra avere turbato particolarmente gli investitori, alla cui tranquillità hanno contribuito le dichiarazioni della Casa Bianca e del ministro degli Affari Esteri iraniano sull’intenzione di non volere proseguire nelle operazioni militari.

Per ora delle 13 rappresaglie minacciate dall’Iran ne abbiamo vista solo una, ovvero un attacco alle basi americane in Iraq che, tuttavia, non ha causato nessuna vittima. L’amministrazione Trump ha imposto nuove sanzioni contro l’Iran, che colpiranno le esportazioni di acciaio, alluminio, rame e ferro, e ha dichiarato, in un discorso alla nazione, che non permetterà mai all’Iran, fintanto che sarà Presidente degli Stati Uniti, di avere armi nucleari. Le Borse sembrano non abbiano intravisto particolari rischi e, alcune, si sono riportate usi massimi storici.

Il prezzo del petrolio (WTI), dopo avere toccato i 65 dollari al barile in occasione dell’attacco americano, ha ritracciato per riposizionarsi intorno ai livelli medi dell’ultimo anno.

Source: Bloomberg

Sul tema Brexit, sia la presidente della Commissione Europea, Ursula Von der Leyen, che la presidente della BCE, Christine Lagarde, ritengono che non sarà facile ridiscutere di tutti i punti dell’accordo entro la fine dell’anno. La sterlina risente di queste dichiarazioni e di quelle di Carney, che sembra essere pronto ad un ulteriore allentamento monetario.

Sul fronte macro, in Europa è positivo il dato relativo alla manifattura tedesca, che nel mese di novembre è salito dell’1.1%, più delle aspettative degli analisti (+0.7%). Si tratta di un altro timido segnale di una possibile inversione di tendenza per il settore manifatturiero tedesco, che potrebbe, se confermato da altri dati, avere impatti positivi sul resto dell’Europa e soprattutto sull’Italia, che ha come principale partner commerciale proprio la Germania. Anche i dati di Francia e Spagna lasciano ben sperare sulla ripresa manifatturiera.

I dati sul mercato del lavoro americano usciti venerdì, seppur leggermente inferiori alle aspettative nella componente “nuovi occupati non agricoli”, confermano una situazione di solidità con il tasso di disoccupazione fermo al 3.5%, livello più basso degli ultimi 50 anni, e senza particolari pressioni salariali.

In calo lo spread BTP-Bund grazie alla percezione di un minore rischio di elezioni anticipate in Italia.

Riguardo alla Banca Popolare di Bari è previsto entro la prima metà di aprile il piano industriale e l’indicazione precisa del fabbisogno finanziario, alla luce dell’alleggerimento dei 1.2 miliardi di NPL, non-performing loans, ancora presenti nei conti della banca. A giugno si terrà l’assemblea degli azionisti con la trasformazione in società per azioni, ritenuta “necessaria e fondamentale” secondo Mediocredito e la Banca d’Italia.

Sul listino italiano, in settimana, si è fatta notare MPS per il +20% di rialzo del titolo, dopo che Moody’s ha rivisto l’outlook e alcuni rating: per la prima volta dopo 7 anni il giudizio complessivo sul merito di credito è passato da Caa1 a B3 e l’outlook è passato a positivo da negativo. Le motivazioni dell’upgrade sono da ricercarsi nei miglioramenti nella qualità delle attività della banca: il rapporto sofferenze/attivi è passato da 18% a 12.50%, grazie allo smaltimento di 3.8 miliardi di euro di crediti deteriorati. Certo la media italiana è intorno all’8% e quella europea al 3% ma l’agenzia di rating ha voluto premiare il percorso intrapreso dall’istituto senese.

Source: Bloomberg

La settimana si è conclusa con performance positive per gli asset rischiosi: l’azionario globale, indice MSCI World, ha guadagnato circa lo 0.8%, con punte di 2% per Nasdaq e DAX.

Bene, anche se in misura minore, l’obbligazionario a spread. Il leggero rialzo dei rendimenti ha penalizzato l’obbligazionario governativo e il corporate investment grade.

Tornano vicini ai minimi gli indicatori di volatilità e si rafforza lo yen. Delle valute “rifugio” solo il Franco Svizzero non beneficia della fase di risk-off e si porta ai massimi dal 2017. Si mantiene su livelli alti la quotazione dell’oro, sopra 1500 dollari/oncia, livello superato il giorno dell’attacco americano. Il metallo giallo è sempre più oggetto di discussione e commenti da parte della comunità finanziaria. Come indicato la scorsa settimana, beneficia dei tassi bassi, non avendo carry, e dei flussi delle banche centrali. Inoltre, tende a proteggere i portafogli dagli “spike” di volatilità che si teme possano essere frequenti questo anno. Ne abbiamo avuto un assaggio proprio all’inizio dell’anno e con le elezioni presidenziali americane di novembre potremo averne altri.

QUESTA SETTIMANA

Mercoledì 15 gennaio a Washington è prevista la firma della Fase Uno dell’accordo fra Cina e Stati Uniti, che dovrebbe prevedere la riduzione dei dazi americani imposti a settembre dal 15% al 7.5%, su 120 miliardi di merci, e un’ulteriore estensione del congelamento di quelli che erano previsti per dicembre 2019, su circa 150 miliardi di merci, pari al 25%, mentre la Cina dovrebbe aumentare le importazioni di prodotti agricoli americani per circa 40 miliardi all’anno. Ha suscitato qualche pensiero l’annuncio che alla firma dell’accordo non sarà presente il Presidente cinese ma il Vice-Premier. Negli Stati Uniti inizia la reporting season, come sempre, le prime società a riportare i risultati del quarto trimestre 2019 saranno le banche. Martedì 14 toccherà a JPM e Citigroup, mercoledì avremo BofA e Goldman Sachs. In totale riporterà l’8% delle società dell’S&P 500.

In UK la House of Lord sarà chiamata a votare l’accordo sulla Brexit. Nonostante una generale opposizione alla Brexit non ci si aspettano sorprese e l’accordo dovrebbe passare.

Sempre in UK i dati in uscita questa settimana saranno importanti per valutare l’eventuale azione delle Bank of England e il relativo impatto sulla sterlina, dato che Carney ha prospettato un novo possibile allentamento monetario qualora l’economia domestica non mostrasse segnali di ripresa.

Mercoledì verrà pubblicato il Beige Book della Fed, che dovrebbe confermare il buono stato di salute degli Stati Uniti.

Sempre mercoledì vedremo il dato sulla produzione industriale di novembre in Eurozona (dato aggregato), che dovrebbe confermare una ripresa congiunturale dopo il calo di ottobre.

Infine, venerdì 17 avremo modo di testare lo stato dell’economia cinese, con la pubblicazione dei dati sul GDP del 4 trimestre 2019, atteso stabile al 6%, la produzione industriale di dicembre e le vendite al dettaglio.

In Italia potremmo avere chiarezza su uno dei temi politici del momento: il referendum confermativo sulla riforma costituzionale circa il taglio del numero dei parlamentari e uno abrogativo relativo alla legge elettorale (nella parte proporzionale).

JPM stima che nel 2020 le emissioni nette di titoli di stato dell’Eurozona dovrebbero scendere ai minimi dal 2008 in calo del 4% rispetto al 2019. La maggior parte delle emissioni, circa il 60%, sarà concentrato nel primo semestre e rallenterà notevolmente nella seconda parte dell’anno. Se da un lato questo fattore segnala che i governi sembrano volere approfittare dei tassi ancora bassi in vista di possibili turbolenze sul fine anno, all’avvicinarsi delle presidenziali americane, dall’altro rappresenta un elemento di sostegno ai bond governativi, che non dovrebbero vedere un’eccessiva salita dei rendimenti.

Si calcola che la scarsità di titoli di Stato in Eurozona, conseguenza del QE lanciato da Mario Draghi e confermato da Christine Lagarde, potrà arrivare a coprire quasi tutte le emissioni di debito pubblico. Con i rendimenti bassi diventano più attraenti i titoli dei paesi periferici più indebitati e quindi con rendimenti maggiori.

Sappiamo inoltre che i tassi non verranno alzati da parte delle banche centrali, neanche in caso di ri-accelerazione dell’economia o di ripresa dell’inflazione. Infatti sia la PBOC, banca centrale cinese, che la Fed sono tornate ad ampliare il loro bilancio a ritmi elevati. Se guardiamo gli indicatori relativi alle Financial Conditions, ovvero le misure che sintetizzano la disponibilità e il costo del credito per dare un’idea dello stress finanziario del sistema, possiamo notare che sono positive per tutte le principali economie e spesso si avvicinano ai livelli massimi del 2014.

Con queste premesse il 2020 potrebbe essere un proseguimento del 2019; è vero che siamo al dodicesimo anno di ciclo economico ma ricordiamo, per l’ennesima volta, che un ciclo economico non muore di vecchiaia ma di shock esogeni o errori di politica monetaria. A dimostrazione di ciò basta guardare al ciclo economico australiano: GDP positivo, quindi nessuna recessione, da ben 28 anni!!!

Source: Bloomberg

Ancora molto buone le performance delle linee con maggiore componente azionaria.

Analisi dei mercati del 17.12.2019

Il primo importante appuntamento settimanale lo abbiamo avuto con la Banca Centrale Americana, che ha deciso di mantenere, come da attese, i tassi invariati a 1.50%-1.75%. I tassi nel corso del 2019 sono stati tagliati tre volte e si è ritenuto opportuno non variarli e dichiarare, all’unanimità, che rimarranno invariati per tutto il 2020. La politica monetaria attuale è ritenuta appropriata, anche se il board continuerà a monitorare l’evoluzione della situazione soprattutto relativamente agli sviluppi globali e all’inflazione. La “dot plot”, ovvero la rappresentazione delle stime sul livello dei tassi da parte dei membri del FOMC, vede solo 4 membri su 17 propendere per un rialzo nel 2020, mentre per il 2021 la mediana indica un rialzo così come per il 2022. Le stime di crescita economica americana per il 2019 sono rimaste invariate a 2.2% e quelle per il 2020 a 2%. Nonostante gli sviluppi e i rischi globali le prospettive economiche sono considerate favorevoli.

Giovedì i riflettori erano puntati sul primo consiglio della BCE presieduto dalla francese Christine Lagarde. Anche in questo caso non erano attese variazioni dei tassi che, difatti, sono stati confermati agli attuali livelli. La politica monetaria è stata confermata espansiva, anche se si intravede un miglioramento del quadro macro. A gennaio partirà il processo di revisione della strategia della BCE, che durerà probabilmente tutto l’anno e riguarderà sia la “price stability” che le tematiche ambientali. Le stime di crescita sono passate da 1.1% a 1.2% per il 2019 e da 1.2% a 1.1% per il 2020 confermando poi a 1.4% la crescita per il 2021 e per il 2022. Inflazione attesa stabile a 1.2% questo anno, 1.1% l’anno prossimo e 1.4% e 1.5%, rispettivamente per il 2020 e 2021.

Sempre in tema di banche centrali, citiamo anche la Swiss National Bank che ha lasciato i tassi invariati a -0.75%, ribadendo che i tassi negativi sono l’unico modo per tenere sotto controllo la valuta e aiutare l’economia. Si tratta del quinto anno di tassi negativi, che si trovano al livello più basso del mondo.

Le banche centrali, quindi, hanno confermato la loro “stance” espansiva ma non hanno aggiunto nulla di nuovo a quanto già atteso dai mercati.

La vera svolta è arrivata, però, giovedì con i tweet di Trump, in tema di un possibile “grande accordo” con la Cina. Secondo il Wall Street Journal, gli Stati Uniti avrebbero potuto tagliare del 50% i dazi attualmente presenti e cancellare quelli nuovi previsti per domenica. Dopo una serie di tweet ambigui di Trump, che hanno destabilizzato un po’ i mercati, venerdì è arrivata la conferma da parte del vice ministro al commercio cinese, che ha annunciato il raggiungimento dell’accordo per chiudere la “fase uno” delle negoziazioni. Il risultato immediato si è avuto domenica quando non sono scattati i dazi americani su 160 miliardi di dollari di prodotti cinesi e, quindi, i contro-dazi del 25% che la Cina avrebbe imposto come rappresaglia. L’accordo prevede misure legate al rafforzamento della proprietà intellettuale, al trasferimento forzoso delle tecnologie, all’acquisto di prodotti agricoli e alimentari, all’apertura del mercato dei servizi finanziari, alla promozione degli scambi commerciali e alla trasparenza della normativa. Il responsabile del commercio americano, Robert Lighthizer, ritiene che l’accordo potrà essere firmato definitivamente a gennaio. Secondo Trump la riduzione dei dazi sarà alla base della fase due, che partirà subito dopo la firma della fase uno. Si stima che l’accordo raggiunto farà aumentare di 200 miliardi di dollari gli scambi commerciali fra USA e Cina nei prossimi due anni, gran parte dei quali legata ai beni agricoli.

L’altro evento che ha dato una notevole spinta ai mercati e al sentiment degli investitori, si è avuto venerdì mattina con il risultato delle elezioni in UK: i conservatori di Boris Johnson hanno ottenuto una larga maggioranza. Molto probabile quindi la Brexit sarà, finalmente, attuata il 31 gennaio, con un periodo transitorio che durerà fino alla fine del 2020. Il successo dei conservatori conferma che l’intenzione del popolo britannico è ancora quella del referendum del 2016, ovvero l’uscita dall’Unione Europea. Per contro, però, si è avuta la conferma che Scozia e Irlanda del Nord osteggiano la Brexit e vorrebbero continuare a fare parte della UE. La legge prevede che entrambi i paesi possano chiedere a Johnson il via libera ad un nuovo referendum sull’indipendenza, dato che spetta al Governo di Londra autorizzare il voto. Si apre, pertanto, una fase delicata per la Gran Bretagna sia per la trattativa con la UE, circa l’intesa sui futuri rapporti fra i due blocchi, sia per il rischio di disgregazione del Regno Unito.

In settimana, inoltre, sono stati pubblicati una serie di dati macroeconomici in Cina: i prezzi al consumo, CPI, hanno toccato il massimo degli ultimi otto anni mentre quelli alla produzione, PPI, rimangono in territorio negativo, segnalando che a livello manifatturiero persistono i rischi derivanti dalla guerra commerciale. Bisogna osservare che la salita del CPI è da imputare soprattutto alla componente alimentare, in particolare ai prezzi della carne di maiale che sono saliti notevolmente per un problema di epidemia negli allevamenti. Positivi i dati relativi agli aggregati monetari, sui quali si sta trasmettendo la politica monetaria. Speriamo che il passaggio successivo sia legato ad un aumento dell’attività economica.

Souce: Bloomberg

In Europa segnaliamo la pubblicazione dello Zew tedesco, che batte le aspettative grazie alla componente coincidente. Ricordiamoci che si tratta di una survey dedicata ad analisti e operatori finanziari, pertanto tende ad essere influenzata dall’andamento dei mercati.

Infine, debutto positivo per l’IPO di Saudi Aramco, che in tre giorni di negoziazioni ha guadagnato quasi il 17%, raggiungendo una capitalizzazione di due mila miliardi di dollari. Consideriamo che il flottante è molto basso, circa 1.5%, e che la quotazione è limitata alla borsa saudita, pertanto, in larga parte in mano a istituzioni locali legate anche al governo.

La settimana si è chiusa in modo positivo per la maggior parte degli asset finanziari, con molti indici azionari sui massimi storici. Gli asset emergenti (equity, bond e valute) hanno sovra-performato grazie al miglioramento del sentiment e al marginale deprezzamento del dollaro americano. Bene anche gli asset UK, che hanno beneficiato dell’esito delle elezioni.

QUESTA SETTIMANA

Dopo una settimana, come quella appena trascorsa, ricca di eventi che hanno condizionato l’andamento dei mercati, quella che si apre oggi dovrebbe essere più tranquilla.

I dati pubblicati in Cina sono stati positivi e fanno ben sperare sul fatto che gli sforzi per fare ripartire la crescita stiano iniziando a funzionare: la produzione industriale è cresciuta del 6.2%, verso attese di +5% e dato precedente +4.7%, e le vendite al dettaglio sono salite dell’8%, verso attese di 7.6% e dato precedente di 7.2%.

Sempre questa mattina sono stati pubblicati in Europa i dati PMI preliminari di dicembre: in generale assistiamo ad un miglioramento di quelli relativi al settore dei servizi ma ad un peggioramento di quelli relativi al settore manifatturiero. Mercoledì in Germania verrà pubblicato l’IFO tedesco, le attese sono per un miglioramento del dato in entrambe le componenti, current assessment e expectations.

Souce: Bloomberg

Fra le banche centrali segnaliamo che giovedì ci sarà la riunione della BOJ, livello attuale dei tassi -0.10%, della Risksbank, banca centrale svedese, ci si attende un rialzo di 0.25% a 0%, e della BOE, banca centrale inglese, non sono attese variazioni del tasso che dovrebbe rimanere a 0.75%.

Infine, venerdì avremo terza stima del GDP US atteso salire a 2.1% nel 3Q.

Venerdì in Gran Bretagna i deputati cominceranno ad esaminare l’accordo di recesso concordato con la UE, che dovrebbe essere approvato in tempi brevi e senza intoppi. I passaggi successivi saranno i seguenti: entro il 31 gennaio il Regno Unito uscirà dall’Unione Europea, restandone “associato” fino al 31 dicembre con pieno accesso al mercato unico ma senza poter partecipare al processo decisionale comunitario. Durante questi mesi Londra e Bruxelles negozieranno l’intesa, che regolerà i rapporti fra i due blocchi. Entro il primo luglio, e solo per una volta, può essere chiesto di allungare il periodo di transizione per massimo due anni. L’obiettivo dell’Unione Europea è di raggiungere un accordo che preveda “zero quote, zero dazi, zero dumping”. Il rischio è che, in virtù del risultato elettorale, Johnson possa considerarsi legittimato a seguire una linea più dura, arrivando perfino ad una no-deal brexit; l’obiettivo sarebbe quello di ottenere, come promesso da Trump, un grande accordo commerciale con gli Stati Uniti.

La scorsa settimana sono cessate, o meglio sono state parzialmente superate, due grosse incertezze che pesavano sui mercati e la reazione immediata è stata molto forte. Nonostante i mercati azionari fossero sui massimi, la probabile risoluzione della Brexit con un accordo con la UE e un rilassamento delle tensioni fra Cina e Stati Uniti hanno dato un’ulteriore spinta agli indici azionari.

Le incertezze hanno pesato in due modi: 1) sull’economia, dato che hanno frenato gli investimenti e provocato un brusco rallentamento del settore manifatturiero; 2) sui mercati, perché nonostante le performance decisamente molto buone il 2019, fino ad ora, è definito come l’anno del bull-market meno “partecipato” dagli investitori. L’azione delle banche centrali, così come ha penalizzato la fine del 2018, ha rappresentato una grossa spinta sia per i mercati obbligazionari sia per i mercati azionari.

Come abbiamo sempre detto è ora opportuno che diminuiscano le incertezze, soprattutto legate al commercio mondiale, e riparta l’attività economica, in modo tale da generare gli utili necessari per il sostegno delle quotazioni azionarie. Le banche centrali continueranno ad essere espansive. In questo modo potremmo goderci l’ultima fase di un ciclo espansivo, che non sembra ancora giunto al capolinea.

Analisi dei mercati del 10.12.2019

E’ stata una settimana movimentata per i mercati, soprattutto a causa delle dichiarazioni di Trump. Il presidente USA ha prima annuncia il ripristino dei dazi sui metalli per Argentina e Brasile, accusati di avere valute troppo deboli, poi minaccia di imporne altri sulle merci francesi in risposta alla “digital tax”, istituita a luglio e considerata un danno elevato per le aziende americane, ed infine, dichiara che non ha alcuna scadenza in merito ai negoziati con la Cina, prorogabili anche dopo le elezioni presidenziali del 2020.

La Francia risponde a tono dichiarandosi pronta a reagire, mentre altri paesi, come l’Italia, temono le stesse misure. La Cina da un lato annuncia che pubblicherà a breve l’elenco delle “entità non affidabili”, che, come indicato a maggio, potrebbero subire sanzioni, poi, con più calma, dichiara che la prima fase dell’accordo potrebbe concludersi entro il 15 dicembre.

A tutto ciò si è aggiunto pure il leader nord-koreano Kim Jong Un, che pretende offerte migliori per la denuclearizzazione della penisola. Trump, ovviamente, non teme di dovere usare la forza in caso di escalation delle tensioni.

Venerdì il report sul mercato del lavoro americano, estremamente brillante, ha consentito agli indici azionari di recuperare e chiudere la settimana intorno alla parità.

Il Renminbi, la divisa cinese, ha dimostrato ancora una volta la sua funzione di barometro delle tensioni, indebolendosi a metà settimana per poi recuperare sul finale.

Fra i vari dati macroeconomici usciti in settimana, segnaliamo i PMI manifatturieri in miglioramento per diversi paesi, come Cina, Francia, Germania, UK, USA, e in leggero indebolimento per Italia, livello minimo da maggio. I PMI servizi, anche se in territorio di espansione, ovvero sopra 50, hanno mostrato un leggero indebolimento. In generale, si conferma una convergenza tra le due componenti degli indici di fiducia delle imprese. Ciò ha portato ad una stabilizzazione, leggero miglioramento, del dato aggregato. Come sintesi segnaliamo PMI composite per Eurozona che passa da 50.3 a 50.6 e per US che passa da 51.9 a 52.

Data source: Bloomberg

Gli occhi degli investitori erano puntati sul report relativo al mercato del lavoro americano pubblicato venerdì. I dati sono stati molto forti, con il tasso di disoccupazione tornato al minimo degli ultimi 50 anni, 3.5%, i nuovi occupati che salgono di 266.000 unità, sopra le aspettative di 180.000, e i salari orari che salgono del 3.1% anno su anno. In questo modo l’inflazione salariale dovrebbe continuare a sostenere i consumi.

Data source: Bloomberg

I factory orders tedeschi, invece, deludono le aspettative, scendendo del 5.5% anno su anno, contro le attese di -5%, così come la produzione industriale, -5.3% contro le attese di -4.5% anno su anno. L’attività industriale tedesca rimane debole e questo fattore potrebbe giocare a favore della proposta dell’SPD di un aumento degli investimenti pubblici pari all’1.3% del GDP, anche a costo di non rispettare la politica di pareggio del bilancio.

Positiva è la notizia proveniente dal Giappone circa il possibile pacchetto fiscale di 13 trillion di Yen, 120 miliardi di dollari, a sostegno dell’economia. A ottobre risulta che i consumi giapponesi si siano ridotti per la prima volta in quasi un anno, a causa dell’aumento delle imposte sulle vendite.

Christine Lagarde, davanti alla Commissione Affari Economici e Monetari del Parlamento Europeo, si è dichiarata determinata nel perseguire l’obiettivo di inflazione, come da mandato BCE, ma ha anche affermato che non può trascurare altri temi quali la crescita, l’occupazione, i mercati finanziari e i cambiamenti climatici. Ha pertanto deciso di effettuare una revisione, la prima dal 2003, degli obiettivi della Banca Centrale e degli strumenti a disposizione, indicando che i cambiamenti climatici avranno uno spazio importante. L’approccio delle imprese a questo tema dovrà essere considerato nel programma di acquisti dei titoli da parte della BCE, con l’obiettivo di eliminare, gradualmente, dal portafoglio i bond di imprese “carbon intensive”.

Fra le banche centrali riunitesi in settimana segnaliamo la Banca Centrale Australiana, che ha lasciato i tassi invariati al minimo storico di 0.75%, rimanendo aperta ad ulteriori tagli se necessario. La Bank of Canada, che ha lasciato i tassi invariati a 1.75%, intravedendo segnali di stabilizzazione della crescita nonostante le incertezze commerciali.

In Italia proseguono le tensioni all’interno del governo, soprattutto relativamente alla riforma del MES, fondo salva-stati, la cui firma è stata rimandata da dicembre al primo trimestre del 2020.

Moody’s, nel frattempo, ha alzato l’outlook per le banche italiane da “negativo” a “stabile”, grazie alla continua diminuzione dei crediti deteriorati, che comunque all’8% sono in media il doppio rispetto alla media europea, e alle migliori condizioni di finanziamento, minore spread e quindi minori costi che migliorano i ratio patrimoniali.

Durante il vertice OPEC di Vienna, la Russia e i Paesi produttori guidati dall’Arabia Saudita, hanno deciso di tagliare la produzione di ulteriori 500.000 barili al giorno nel primo trimestre del 2020. Qualche ministro ha chiesto un taglio maggiore, nel timore che la domanda debole possa essere ancor più debole e tale da generare un eccesso di offerta.

La settimana si è quindi conclusa con poche variazioni, nonostante la volatilità infrasettimanale: degno di nota il rialzo della sterlina inglese che beneficia dei sondaggi elettorali e che porta debolezza al listino azionari, a causa della composizione molto export-oriented. I rendimenti obbligazionari governativi sono leggermente saliti, soprattutto in Italia a causa delle tensioni governative.

QUESTA SETTIMANA

La settimana che è appena iniziata sarà molto importante, in quanto densa di eventi che potrebbero determinare le sorti dei mercati per il fine anno.

In tema di politiche monetarie segnaliamo le riunioni di tre banche centrali:

– mercoledì 11 dicembre si riunirà la Fed: i tassi non dovrebbero cambiare, nonostante le rinnovate pressioni di Trump, dall’attuale 1.75%, dopo il taglio di 25bps del mese scorso. Dovrebbe essere confermata la fase di pausa sui tassi votata a fine ottobre. La Fed ha tagliato tre volte i tassi nel 2019 e non intende muoverli ulteriormente, se non in presenza di un “material change” dell’economia;

– giovedi 12 dicembre toccherà alla BCE con la prima riunione presieduta da Christine Lagarde: attesi tassi invariati a 0% e tasso sui depositi a -0.50%. All’interno del board i nuovi candidati sembrano essere più rigidi sul tema dei tassi negativi, sottolineando come, andando avanti, gli effetti collaterali potrebbero controbilanciare quelli positivi. Verranno fornite le nuove stime di crescita e inflazione per l’Area Euro;

– sempre giovedì si riunirà anche la Swiss National Bank, che è attesa mantenere i tassi invariati al minimo storico di – 0.75%.

Giovedì 12 dicembre ci saranno le elezioni in UK per il rinnovo del Parlamento: i sondaggi sembrano essere a favore dei conservatori e questo rappresenterebbe il migliore scenario per gli asset finanziari britannici, in quanto permetterebbe una Brexit, come concordato con l’Unione Europea, a gennaio. Scenari alternativi, ovvero una vittoria dei laburisti o il cosiddetto “hung parliament”, senza una chiara maggioranza, sarebbero visti negativamente dai mercati perché prolungherebbero il clima di incertezza.

Domenica 15 dicembre dovrebbe entrare in vigore l’ultima tranche di dazi USA su prodotti cinesi, 15% su 160 miliardi. In questo modo, la totalità dell’import cinese sarebbe soggetta alle tariffe americane e si andrebbero a colpire proprio i beni più venduti durante la stagione natalizia, ovvero giocattoli e smartphone. La convinzione dei mercati è che i dazi verranno posticipati e si porterà a termine la fase uno dell’accordo. Ovviamente, in caso contrario, si entrerebbe in un momento molto incerto e volatile per i mercati e si tornerebbe a parlare di rischio recessione economica.

In settimana la Cina pubblicherà i dati su money supply, loans e inflazione CPI e PPI: si tratta di dati importanti che indicano quanto gli stimoli di politica monetaria si trasmettono alla massa di moneta in circolazione. Questi sono indispensabili per il recupero dell’attività economica.

Martedì in Germania verrà pubblicato lo ZEW, indice di fiducia sul futuro dell’economia tedesca. L’economia tedesca è fondamentale che esca dalla fase di stallo in cui si trova.

Infine, mercoledì partirà la quotazione di Saudi Aramco sulla borsa saudita, prezzo IPO fissato a 32 SAR, e l’OPEC pubblicherà l’Oil Market Report, che fornisce stime su domanda e produzione di petrolio.

Come ciclicamente succede, si torna a parlare di Eurobond per finanziare direttamente i governi e fare, finalmente, ripartire gli investimenti.

La consapevolezza che le banche non sono in grado di trasferire l’enorme liquidità al sistema e con i due nuovi vertici delle principali istituzioni europee, BCE e Unione Europea, allineate sul tema, gli Eurobond potrebbero essere realizzati e i proventi utilizzati laddove sono necessari. Si tratta di un tema su cui in Europa si dovrebbe riflettere.

Intanto le banche centrali continuano a regalare tempo al ciclo economico, evitando di fare temere rialzi dei tassi o restrizioni nei bilanci e lo spettro della recessione sembrerebbe lontano, almeno per gli Stati Uniti in virtù della forza dei dati usciti. Qualora anche gli eventi cardine della settimana, come la decisione sui dazi e elezioni UK, non dovessero regalare sorprese negative, potremmo godere di un’ulteriore fase positiva di un ciclo economico che ormai è il più lungo della storia, 11 anni. Ricordiamo che tale ciclo economico era dichiarato essere arrivato a fine corsa già tre anni fa. Questo dimostra come guardare alla storia e alle statistiche passate, sebbene sia corretto per fare analisi, rischia di essere fuorviante se non si è in grado di contestualizzare la fase che si sta vivendo cercando di capire le differenze rispetto al passato.

Analisi dei mercati del 26.11.2019

L’andamento dei mercati è ancora altalenante e varia in funzione delle notizie provenienti dai negoziati: Trump ha minacciato di introdurre nuove tariffe sui beni cinesi se non verrà siglato al più presto un accordo commerciale con Pechino e consideriamo che manca meno di un mese all’introduzione delle nuove tariffe previste per metà dicembre.

A gettare benzina sul fuoco anche l’approvazione, da parte del congresso americano, del disegno di legge “Hong Kong human rights and democracy act” che impone al dipartimento americano di valutare annualmente l’effettiva indipendenza della colonia britannica. Si temono ripercussioni sui negoziati dato che la Cina ha reso esplicito che non gradisce l’intromissione americana nelle vicende politiche e sociali interne. Ora spetta a Trump apporre la firma finale; Trump in questo momento potrebbe trovarsi in difficoltà perché ha bisogno della firma dell’accordo con la Cina (che sarebbe a rischio in caso di approvazione del disegno di legge) ma, vista l’approvazione congiunta di Senato e Camera, sarebbe poco giustificata una bocciatura da parte della presidenza. Inoltre, Trump è politicamente in difficoltà anche perché è alle prese con la procedura di impeachment.

Hong Kong è importante per gli Stati Uniti dato che gode di un regime privilegiato di esenzioni con gli Usa e, inoltre, rappresenta quindi una porta di ingresso sul mercato cinese.

Nel fine settimana la volontà di trovare un accordo è emersa dalle parole del presidente cinese Xi Jingping il quale afferma che sta cercando di trovare un’intesa preliminare con gli USA per evitare una guerra commerciale ma ha anche avvertito di non avere paura di mettere in atto rappresaglie se necessario.

Il Renminbi, barometro delle tensioni, è in leggero indebolimento contro dollaro mentre la PBOC (Banca Centrale Cinese) continua con le manovre espansive mirate: in settimana ha tagliato il tasso “Loan Prime Rate” a 4.15% da 4.20%.

Durante l’incontro tra il presidente della Fed Powell e Trump alla Casa Bianca si sono toccati diversi temi sia di natura monetaria che economica. Si è discusso di tassi di interesse negativi (anche se ancora non ci sono in US) e Powell ha ribadito che le mosse di politica monetaria saranno basate su analisi attente della situazione economica e non dipenderanno da pressioni politiche in quanto gli obiettivi della politica monetaria rimangono la piena occupazione e la stabilità dei prezzi. Trump sembra soddisfatto dell’incontro.

Dal meeting di ottobre emerge una Fed divisa: 8 membri hanno votato a favore del taglio dei tassi contro 2 contrari.

Nei verbali relativi all’ultimo meeting di ottobre della BCE presieduto da Mario Draghi si conferma la fase attendista e, viste le divisioni interne che sono emerse, si è lanciato un forte richiamo all’unità, sottolineando come le discussioni vadano bene ma debbano poi tendere ad una decisione condivisa che consenta il raggiungimento dell’obiettivo principale della banca centrale, ovvero quello di inflazione. Christine Lagarde, effettivamente, assume la guida di un comitato diviso al suo interno in un momento molto delicato per la politica monetaria. Nel discorso, tenuto a Francoforte venerdì mattina, ha cercato di mantenere la continuità con il precedente presidente e, più che affrontare le tematiche di politica monetaria, ha ribadito nuovamente la necessità di politiche fiscali espansive, specialmente sul fronte degli investimenti.

Agli elementi che creano incertezza attorno ai BTP italiani, già citati nel commento di settimana scorsa (sistema di tiering, tensioni politiche e attribuzione di un grado di rischio anche ai titoli di stato nei bilanci delle banche), se ne è aggiunto un altro: la riforma dell’ESM (o MES, in italiano), ovvero il meccanismo europeo di stabilità, quello che è chiamato anche “fondo salva Stati”, che finora ha erogato 295 miliardi di prestiti a cinque paesi europei (Grecia, Irlanda, Portogallo, Spagna e Cipro) e che è alimentato dai versamenti dei parsi membri (l’Italia è il terzo contributore dopo Germania e Francia).

La riforma mette ben in chiaro che il MES fornisce assistenza e aiuto solo agli Stati con debito pubblico sostenibile (debito/Pil inferiore a 60% e deficit/Pil inferiore al 3% negli ultimi due anni) e ritenuti in grado di rimborsare i prestiti, inoltre assumerà la funzione di “backstop” del fondo di risoluzione unico delle banche ovvero garantirà una linea di credito di 70 miliardi, al Single Resolution Fund, a cui i vari paesi potranno accedere qualora i fondi nazionali per le risoluzioni bancarie (si tratta di risorse delle banche e non pubbliche) non siano sufficienti.

Per ora siamo ancora alle prime fasi: a dicembre (da 4 al 13) la riforma verrà discussa dall’Eurogruppo, successivamente si esprimeranno, durante l’Eurosummit, i capi di Stato e di Governo e infine tutti i 19 Parlamenti nazionali dell’Eurozona dovranno ratificare il provvedimento. Per approvare la riforma serve l’unanimità quindi l’Italia potrebbe porre il veto ma con il rischio di fare saltare il tavolo sulla garanzia dei depositi a livello europeo. Dovesse mancare la ratifica dell’Italia in sede parlamentare emergerebbe la coda di paglia del nostro paese, sarebbe più opportuno, quindi, cercare di rivedere alcuni punti dell’accordo prima della stesura definitiva.

Il punto critico per l’Italia è rappresentato dal rischio di una ristrutturazione del debito, sebbene non preventivamente richiesto dalla riforma, che quindi penalizzerebbe i BTP. Non si parla esplicitamente di ristrutturazione del debito ma si fa riferimento al “concorso anche dei privati”.

Fra i diversi discorsi dei membri delle banche centrali citiamo quello di Lane (capoeconomista della BCE) che, da un lato, ribadisce la necessità di riforme strutturali e stimoli fiscali indispensabili per la crescita economica, dall’altro, sottolinea che la BCE ha ancora spazio e non ha esaurito le opzioni monetarie.

Nonostante le continue sollecitazioni per una politica fiscale più accomodante in Germania la cancelliera Angela Merkel e il ministro delle finanze Olaf Scholz respingono la richiesta congiunta di imprenditori e sindacati tedeschi di risvegliare l’economia stagnante attraverso una maggiore spesa pubblica.

Venerdì sono usciti un po’ di dati PMI flash: in generale si è assistito ad un leggero miglioramento dei dati manifatturieri mentre per quelli relativi ai servizi c’è stato un leggero calo (pur rimanendo in area di espansione).

In Giappone entrambe le componenti, manifatturiero e servizi, sono migliorate; il dato aggregato europeo vede passare il PMI manifatturiero da 45.9 a 46.6 e quello relativo ai servizi rallentare da 52.2 a 51.5. Continua a fare bene la Francia e dalla Germania proseguono i segnali di miglioramento del manifatturiero (anche se rimane in contrazione); in indebolimento, e inferiori alle aspettative, quelli relativi a UK: il dato composite passa da 50 a 48.5. Di nuovo molto buoni i dati americani sia nella componente manifatturiera che in quella dei servizi, entrambe in crescita e in territorio di espansione.

Reuters riporta che le autorità di mercato europee stanno studiando limitazioni alle vendite allo scoperto in vista di una conclusione della saga Brexit. Se da un lato si potrebbe escludere una non deal brexit dall’altro rimarrebbero parecchie incertezze e questo porterebbe la Consob, ma anche le autorità di altri paesi, ad adottare restrizioni temporanee alle vendite allo scoperto

L’OCSE ha pubblicato il nuovo outlook nel quale rivede leggermente al rialzo la crescita mondiale (+2.9%) che si stabilizza al livello più basso dalla crisi finanziaria a causa della debolezza degli scambi e degli investimenti. Anche per quanto riguarda l’Italia la previsione viene leggermente rivista al rialzo (+0.2% per il 2019, 0.4% per il 2020 e 0.5% per il 2021), rimanendo comunque inferiore alle stime del governo, ma sottolineando che il debito rimane elevato e le riforme strutturali sono indispensabili.

Source: OECD

La settimana si conclude, quindi, con mercati azionari nel complesso leggermente negativi, quelli obbligazionari governativi vedono i rendimenti poco mossi così come il segmento a spread.

QUESTA SETTIMANA

Durante il fine settimana è emerso che la Cina potrebbe agire sul tema della proprietà intellettuale (tanto caro agli Stati Uniti) inasprendo le sanzioni. Il tema dei negoziati commerciali è destinato a rimanere al centro dell’attenzione anche questa settimana.

Lunedì 25 novembre, la Germania ha pubblicato l’IFO (indice di fiducia delle aziende tedesche) per il mese di novembre: le attese erano per un miglioramento sia nella componente expectations che current assessment e sono di fatto state confermate.

Source: Bloomberg

Mercoledì, negli Stati Uniti, avremo una serie di dati interessanti: oltre alla seconda stima sul Pil del terzo trimestre (atteso +1.9% trimestre/trimestre), verrà pubblicato il dato relativo al personal spending (atteso in crescita di 0.3% a ottobre), importante per il peso che i consumi hanno sul Pil americano (contano circa il 70%), e agli ordini di beni durevoli (attesi in calo). Importante anche il dato sull’inflazione segnalato dallo strumento preferito dalla Fed ovvero il PCE deflator (atteso a+1.4% anno/anno). Inoltre, verrà reso noto il Beige Book della Fed.

Giovedì si celebrerà il Thanksgiving e i mercati americani saranno chiusi e il giorno seguente avremo il “black Friday” che inaugura la stagione dello shopping prenatalizio.

Venerdì in Eurozona saranno importanti i dati sull’inflazione al consumo (CPI) preliminari di novembre attesi in leggero aumento ma comunque distanti ancora dal target di 2% della BCE.

È da parecchio tempo, ormai, che l’attenzione degli investitori è puntata sul tema dei negoziati commerciali. I presupposti per un accordo ci sono ed è interesse di entrambe le parti portarlo a termine: la Cina non ha il problema delle elezioni ma ha un’economia che dà segnali di rallentamento, Trump ha un’economia che comunque viaggia su livelli buoni ma ha il problema delle elezioni del 2020. È, quindi, di interesse di entrambi eliminare, almeno temporaneamente, un elemento di incertezza che sta pesando sulle aziende cinesi e che peserà presto su quelle americane e sui consumatori americani se i dazi del 15 dicembre verranno confermati.

Secondo l’economista americano di Nomura la fase uno dell’accordo potrebbe prevedere quindi la cancellazione dei dazi del 15 dicembre e la rimodulazione di quelli già in vigore a fronte di acquisti di prodotti agricoli da parte della Cina. La fase due (prevista per la primavera 2020) dovrebbe, invece, concentrarsi sull’apertura del settore finanziario cinese agli americani e qualcosa in tema di proprietà intellettuale. La fase tre potrebbe avvenire prima delle elezioni di novembre 2020 dovrebbe vedere la firma di un accordo completo di cooperazione economica e finanziaria relativa soprattutto alle aziende tecnologiche cinesi.

Abbiamo più volte detto come lo scetticismo circa lo scenario macro-economico di questo anno e le incertezze relative abbiano portato i gestori a detenere un’ampia porzione di liquidità nei portafogli. A questa considerazione aggiungiamo i risultati di un’analisi della European banking authority dalla quale emerge che i depositi a vista, presenti nelle banche dell’Eurozona (di famiglie e imprese), rappresentano circa i due terzi del Pil (livello record). Questo dato dimostra come i risparmiatori siano in cerca di sicurezza (e non solo quelli italiani) e le imprese limitino gli investimenti per le incertezze sul futuro. Se vogliamo vedere il bicchiere mezzo pieno allora consideriamo che la liquidità nel sistema è enorme e, con un briciolo di minore incertezza economica e politica, potrebbe rimettersi in moto. Se invece vogliamo vedere il bicchiere mezzo vuoto allora dobbiamo essere consapevoli che, nell’era dei tassi negativi, detenere cash non solo non remunera il capitale ma addirittura impoverisce i risparmiatori e le imprese accentuando gli effetti negativi sull’economia.

In tema di tassi negativi, infatti, secondo un sondaggio della Bundesbank di fine settembre, il 58% delle banche tedesche scarica i tassi negativi sui clienti corporate: quasi 130 dei 220 istituti oggetto del sondaggio, dichiarava di avere imposto forme di penalizzazione sui depositi delle imprese mentre il 23% applicava interessi negativi alla clientela retail. Forse con il meccanismo di tiering introdotto dalla BCE questo processo potrebbe venire interrotto.

In un recente studio di Intesa SanPaolo si sottolinea come il tema relativo all’uso della leva fiscale in senso anticiclico sia tornato di attualità: infatti, il pieno utilizzo della leva politica fiscale da parte dei paesi virtuosi (in primis Germania e Olanda) e una piena “compliance” per i paesi ad alto debito, non solo eviterebbe la recessione per l’intera Eurozona, ma avrebbe effetti espansivi qualora lo “shock” fosse superiore al punto di Pil nei paesi virtuosi.

Analisi dei mercati del 19.11.2019

Questa settimana i mercati azionari, nel complesso, sono stati ancora positivi: gli Stati Uniti raggiungono“territori inesplorati” con i tre indici principali (S&P 500, Dow Jones e Nasdaq) su nuovi massimi assoluti.

Il comparto obbligazionario governativo vede un allargamento dello spread tra periferia e Germania. Sul fronte cambi segnaliamo il rafforzamento della sterlina, sulla notizia che Farage non presenterà candidati, dove i Conservatori hanno vinto le scorse elezioni (2017), confermando quindi un’alleanza con i Tories. Johnson, in questo modo, ha maggiore probabilità di vittoria.

Il news-flow proveniente dalle negoziazioni commerciali continua ad essere molto“volatile” e, vista l’importanza del tema, i mercati si muovono di conseguenza. I temi di discussione sui quali si incagliano le due controparti riguardano sempre l’ammontare degli acquisti di derrate agricole e la gestione delle proprietà intellettuali da parte della Cina. Secondo il consigliere economico alla Casa Bianca Larry Kudlow Cinae Stati Uniti sono vicini ad un accordo sul commercio dato che il dialogo sembra essere “molto costruttivo per mettere fine a 16 mesi di guerra commerciale”, tuttavia non ci sono ancora dettagli sulle tempistiche.

Sul tema dei dazi, invece, sulle auto europee e giapponesi non è stata ancora presa una decisione da parte di Trump. Per quanto riguarda Huawei, indiscrezioni riportano che l’amministrazione americana sarebbe pronta ad introdurre una proroga di 90 giorni della licenza che consente, alle società americane, di continuare i rapporti con la società cinese.

La Cina è alle prese, da un lato, con dati macro economici relativi alla produzione industriale e alle vendite al dettaglio non particolarmente brillanti, e dall’altro con le proteste di Hong Kong che proseguono inesorabilmente e fanno temere l’approvazione, da parte del Congresso americano, del progetto di legge “Hong Kong Human Rights and Democracy Act” che ha come obiettivo la valutazione del rispetto degli accordi del 1997 circa l’autonomia di Hong Kong dalla Cina. La questione, come abbiamo già sottolineato, è delicata perché rischia di essere considerata un’indebita ingerenza degli Stati Uniti nella politica cinese.

Per fare fronte alla scarsa liquidità del mercato interbancario che sta alzando i costi del credito, la PBOC (banca centrale cinese), per la seconda volta in un mese, ha immesso nel sistema 200 miliardi di yuan tramite il sistema di prestiti a medio termine.

Si conferma, quindi, che l’economia cinese sta attraversando sotto molti punti di vista una fase di debolezza e di difficoltà (politiche, economiche e sociali), ma le autorità sono determinate nell’affrontarle, con i mezzi a disposizione, in modo mirato e graduale. Le politiche fiscali e monetarie sono entrambe in espansione ma senza il “bazooka” utilizzato durante la crisi del 2008 e che ha poi creato delle situazioni di bolle speculative.

In tema di banche centrali, in settimana si è riunita quella norvegese che ha sorpreso gli analisti mantenendo i tassi invariati al minimo storico di 1%, mentre le attese erano per un taglio di 25bps, sostenendo che non c’è l’urgenza di un ulteriore allentamento monetario.

Negli Stati Uniti l’inflazione al consumo per il mese di ottobre sale dello 0.4% mese/mese (+1.8% anno/anno) a causa di prezzo più alti di benzina e generi alimentari, mentre la componente “core” (che non considera le componenti più volatili di food&energy) sale solo dello 0.2% mese/mese (2.3% anno/anno).

Source: Bloomberg

L’inflazione, quindi, sotto controllo e l’economia in buona salute sono alla base del discorso al Congresso del governatore della Fed Powell che conferma un atteggiamento di wait & see da parte della Banca Centrale americana che non richiede al momento mosse sui tassi.

Passando all’Europa, in settimana è stato pubblicato lo Zew tedesco (indice di fiducia di operatori finanziari e analisti) in notevole miglioramento nella componente “aspettative” e in marginale miglioramento in quella relativa alla situazione corrente: oltre alle buone notizie circa le trattative Cina-Stati Uniti e il negoziato sulla Brexit, anche il buon andamento dei mercati finanziari potrebbe avere aiutato. Positiva la stima del Pil del terzo trimestre (+0.1%) che permette all’economia tedesca di “schivare” la recessione tecnica.

Anche la stima del Pil per l’intera Eurozona sorprende leggermente in positivo con +1.2% (rispetto ad attese di +1.1%) confermando le ipotesi di stabilizzazione del quadro macro-economico europeo (e non ulteriore deterioramento). L’inflazione al consumo rimane stabile con il CPI di ottobre che segna un +0.7% anno/anno e +1.1% anno/anno nel dato “core”.

Ancora debolezza per i BTP italiani che pagano l’incertezza politica aggravata, ultimamente, dalle questioni relative al tema Ilva-Arcelor Mittal e conseguenti scontri all’interno del governo. Inoltre, alcuni analisti fanno notare come il sistema di “tiering”, introdotto dalla BCE per non penalizzare troppo gli istituti di credito che detengono riserve presso la banca centrale, induca quelli italiani ad indebitarsi sul mercato interbancario (a tassi negativi) e depositare presso la BCE (a tasso zero) lucrando sulla differenza. Il risultato è una risalita dei tassi sull’interbancario e, di conseguenza, sui BTP.

Nessuna variazione né sul rating (BBB (high) né sull’outlook (stabile) da parte di DBRS relativamente al debito italiano: l’agenzia canadese aveva, ad agosto dopo la formazione del governo conte bis, espresso positività sulla situazione debitoria del paese, considerato il migliore rapporto che si sarebbe creato con la UE. Sottolineava, però, il rischio di una crescita bassa e di un esecutivo fragile data la scarsa maggioranza in Senato e le divisioni interne. Stesse considerazioni reiterate anche venerdì sera.

Difficoltà politiche anche in Spagna dopo il recente esito elettorale: il partito del premier Sanchez sta cercando di firmare un accordo con Podemos per creare un governo di coalizione. La combinazione dei due non sarà comunque sufficiente ad assicurarsi la maggioranza in parlamento motivo per cui dovranno cercare il sostegno di altri partiti.

Per Piazza Affari inizia la stagione di stacco delle cedole “autunnali”: si parla di circa 21 miliardi di euro di dividendi che verranno distribuiti dalle 40 blue chips italiane, in crescita rispetto ai 19 miliardi del 2018 e al livello più altro dalla crisi finanziaria del 2008.

Per quanto riguarda l’IPO di Aramco dal prospetto informativo risulta che è prevista per il periodo 17 novembre/4 dicembre, poco prima della riunione OPEC del 5/6 dicembre.

QUESTA SETTIMANA

Ieri mattina, la PBOC (Banca centrale cinese) ha tagliato, a sorpresa, uno dei tassi di interesse, il “reverse repurchase rate” a sette giorni che è passato da 2.55% a 2.50%. Si tratta del primo intervento in quattro anni, sul tasso al quale la banca centrale prende a prestito denaro dalle banche commerciali, e conferma la disponibilità dell’autorità monetaria ad agire per stimolare la crescita e fornire liquidità al sistema.

Mercoledì 20 verranno pubblicate le minute della Fed, relative al meeting del 30 ottobre, che dovrebbero confermare l’approccio attendista e “data dependent” della banca centrale.

Giovedì, in UK, il partito laburista pubblicherà il proprio programma elettorale.

Sempre giovedì l’OCSE presenterà il suo outlook per il 2020.

Alla luce dei dati tedeschi leggermente migliori delle aspettative usciti durante la scorsa settimana, ci potrebbero essere miglioramenti anche per i dati preliminari di PMI di Francia, Germania ed Eurozona (in aggregato) la cui pubblicazione è prevista venerdì.

Questa settimana sono in programma vari discorsi di banchieri centrali fra i quali si segnala quello di Christine Lagarde venerdì.

Da monitorare, come sempre, gli sviluppi sul fronte commerciale Cina – Stati Uniti.

Parliamo anche oggi di posizionamento degli investitori e del conseguente impatto sugli asset finanziari: a conferma di quanto detto nelle settimane scorse, dall’ultima Fund Manager Survey di Merrill Lynch di novembre è emerso che, effettivamente, la quota detenuta in cash si è ridotta, a vantaggio dell’azionario, grazie alla percezione del miglioramento dello stato dell’economia e dell’inflazione. Questo spiegherebbe il rally dei mercati dell’ultimo mese: gli investitori rimasti scarichi di azionario per i timori di rallentamento/recessione si sono dovuti ricoprire.

Una considerazione riguardo l’ottima performance azionaria di questo anno contribuisce a spiegare il posizionamento scarico degli investitori: in base ai libri di testo i mercati azionari dovrebbero salire sulle aspettative di miglioramento del ciclo economico, e quindi degli utili, mentre quello che attualmente stiamo vivendo non è certo un contesto di crescita robusta o di utili in straordinaria ascesa. Ecco perché gli investitori erano sottopesati sull’equity e sovrappesati sulla liquidità, perché i normali driver di crescita non erano ritenuti così potenti da generare un rally apprezzabile.

Il punto è che, come scritto spesso in questa sede, siamo in un paradigma del tutto nuovo per i mercati, in cui i tassi estremamente bassi e talvolta negativi creano dei comportamenti ai quali non si è abituati e non si hanno regole da seguire o esperienze passate cui attingere come riferimento.

Ecco che il mercato obbligazionario diventa come una ZTL (paragone sentito di recente e che rende l’idea) dove si paga per entrare (paradossalmente il debitore viene pagato per prendere soldi a prestito) e si inverte lo scopo per cui si comprano certi strumenti finanziari: oggi il rendimento delle azioni (guardando al dividend yield o all’earnings yield) è superiore a quello delle obbligazioni e quindi i bond possono essere comprati per ottenere un apprezzamento in conto capitale (capital gain) mentre l’equity per il flusso monetario che genera! Esattamente l’opposto di quello a cui si è abituati a pensare.

Quest’anno entrambe le asset class, bond ed equity, sono salite ma per motivi diversi rispetto a quelli canonici.
Questo è vero soprattutto in Europa dove i rendimenti obbligazionari sono estremamente bassi, mentre negli Stati Uniti è un po’ più semplice la composizione di portafogli bilanciati dato che un minimo di flusso cedolare esiste.

Analisi dei mercati del 11.11.2019

La settimana appena conclusa ha visto proseguire il buon andamento dei listini azionari con quelli americani che raggiungono nuovi massimi assoluti (sia S&P500 che Dow Jones e Nasdaq) ma con quelli europei (settore bancario sugli scudi, aiutato dalla salita dei tassi reali) che sovraperformano. Per contro, abbiamo assistito ad un forte incremento dei rendimenti governativi (e quindi discesa dei corsi), alla debolezza dei metalli preziosi e al ritorno verso i minimi degli indicatori di volatilità. Il tutto è coerente con un generale clima di risk-on. Ottima la performance di dollaro americano e valute emergenti contro euro.

Sono ancora i negoziati commerciali a suscitare ottimismo tra gli investitori: le intenzioni sembrano essere serie e si spera che, dopo il congelamento dei dazi previsti per ottobre, si affrontino nello stesso modo quelli previsti per dicembre per passare, poi, alla formulazione di un secondo accordo più completo entro la primavera del 2020. Sulla location per la firma le ipotesi sono le più disparate: si va dall’Iowa (lo Stato potenziale beneficiario degli acquisti cinesi di beni agricoli americani) alla Grecia, dall’Alaska alle Hawaii, oppure si potrà approfittare del summit dei BRICS che si terrà a Brasilia il prossimo 13/14 novembre o il vertice NATO di Londra di inizio dicembre.

Fra i principali dati marco-economici usciti in settimana segnaliamo i seguenti:

  • i PMI giapponesi sono entrati in territorio di contrazione per la prima volta negli ultimi tre anni (49.8 vs 52.8 di settembre). Sebbene dalla lettura dei verbali del meeting della BOJ sia emerso che alcuni esponenti del board hanno posto l’attenzione sui rischi derivanti dal mantenimento troppo a lungo dei tassi negativi, rimane comunque la possibilità di un ulteriore allentamento nel breve qualora dovessero persistere i rischi provenienti dall’estero;
  • In Cina sono stati pubblicati i PMI Caixin, relativi ai servizi, in calo a 51.1 (da 51.3 di settembre) mentre il dato aggregato ha mostrato un miglioramento passando da 51.9 a 52 lasciando, quindi, sottintendere una ripresa del comparto manifatturiero.
    Sempre in Cina, a sorpresa, la PBOC (People’s Bank of China) ha tagliato i tassi sui finanziamenti medium-term (1 anno) di 5bps a 3.25%: si tratta del primo taglio dal 2016. Il Renminbi cinese, barometro del livello di tensione fra Cina e Stati Uniti, si è portato temporaneamente sotto la soglia psicologica di 7 (contro USD) che era stata violata ad agosto;
  • i PMI dell’eurozona sono leggermente migliorati sia a livello aggregato (50.6 vs 50.2 di settembre) che nella componente servizi (52.2 vs 51.8 di settembre). La Germania rimane in territorio di contrazione ma, comunque, in miglioramento;
  • i PMI UK sono usciti sopra le attese e in crescita, sia nel dato composite (50 da 49.3) che nella componente servizi(50 da 49.5);
  • negli Stati Uniti, se da un lato il PMI composite è sceso marginalmente (a 50.9 da 50.6) con la componente servizia 50.6, dall’altro l’ISM non manifatturiero ha sorpreso in positivo passando da 53.5 a 54.7.

In generale, se guardiamo l’indice di fiducia PMI manifatturiero globale, calcolato da JPM, abbiamo la conferma di una marginale stabilizzazione (se non addirittura leggera ripresa) dell’attività economica: il dato, infatti, è salito per il terzo mese consecutivo arrivando a 49.8, soprattutto grazie al contributo dei paesi emergenti.

In merito al terzo e ultimo pilastro dell’agognata unione bancaria europea (assicurazione in solido dei depositi creditizi) è arrivata, in settimana, un’apertura da parte della Germania. Il Ministro delle Finanze tedesco Olaf Scholtz, però, pone una serie di condizioni: oltre ad un ulteriore calo delle sofferenze creditizie delle banche e armonizzazione dei diritti fallimentari nazionali, si chiedono anche accantonamenti delle banche in funzionedell’esposizione ai debiti sovrani che non saranno quindi più considerati privi di rischio.

Questo elemento potrebbe essere fra le cause della sottoperformance dei governativi italiani. Infatti, la reazione del nostro Ministro dell’Economia Roberto Gualtieri, pur apprezzando l’apertura tedesca, non è stata benevola relativamente a quest’ultima condizione soprattutto considerato quanto le banche italiane investono sul debito nazionale.

Un altro elemento alla base della maggiore salita dei rendimenti italiani rispetto agli altri Paesi potrebbe essere la pubblicazione delle stime di crescita per l’Eurozona a cura della Commissione Europea: sebbene non sia prevista recessione per l’area, la crescita fatica a salire e l’Italia si conferma il fanalino di coda. Il commissario francese Moscovici ritiene necessario che il Paese attui delle riforme fondamentali per ristabilire la crescita. La nuova commissione, in carica dal primo di dicembre, potrebbe, per questo motivo, essere più “tollerante” sulla gestione dei conti pubblici italiani e approvare la manovra finanziaria per il 2020 nelle prossime settimane.

Giovedì, per la prima volta dal 2008, i rendimenti dei titoli di stato di Atene sono scesi sotto quelli dei BTP. Nello specifico parliamo del decennale che è arrivato all’1.23% di rendimento contro l’1.25% di quello italiano. Nel 2011, durante la crisi dell’eurozona, il rendimento della Grecia era arrivato sopra il 30% dopodiché la fame di rendimenti, accompagnata dalla formazione di un governo stabile, ha reso di nuovo attraenti per gli investitori i titoli ellenici. Da notare che la Grecia ha ancora un rating al di sotto dell’investment grade e come tale è fuori dal programma di quantitative easing della BCE.

Source: Bloomberg

In settimana ci sono stati due appuntamenti di banche centrali: la RBA (banca centrale australiana) ha, come atteso, mantenuto i tassi invariati a 0.75% e lasciato aperta la porta ad ulteriori misure di stimolo se necessarie; anche la BOE (Bank of England) ha lasciato i tassi invariati a 0.75%, come atteso, sottolineando l’incertezza legata alla Brexit e alle elezioni del prossimo mese. Due membri del board hanno votato per un taglio dei tassi sostenendo chel’inflazione rimane bassa e le incertezze politiche, unite al debole quadro macro globale, frenano gli investimenti e mettono a rischio la crescita interna.

Durante il fine settimana ci sono state le elezioni in Spagna (le seconde nel 2019 e le quarte negli ultimi quattro anni): il partito socialista mantiene la maggioranza relativa (28%) pur con un minore numero di seggi e dovrà cercare di formare una coalizione di Governo con partiti che hanno ottenuto ancora meno voti delle precedenti elezioni: la situazione di instabilità politica sembra ormai cronica. Molto forte il partito di ultra-destra Vox che raddoppia i seggi passando da un consenso di 10.3% a 15.1%.

A livello settoriale, come segnalato, è notevole la forza del comparto bancario europeo che ha sicuramente beneficiato dell’aumento generalizzato dei tassi reali. Positivo anche il contributo dei risultati di Unicredit e di Banca Intesa. Molto fermento anche in Piazzetta Cuccia per la decisione di Mustier (AD di Unicredit) di vendere la partecipazione in Mediobanca e per la notizia circa la quota di partecipazione di Leonardo del Vecchio che potrebbe salire oltre il 10%.

Dopo 73 anni, Unicredit non sarà più azionista di Mediobanca. Ne aveva contribuito alla fondazione nel lontano 1946 insieme alle altre banche di interesse nazionale. La mossa, che rientra nel generale piano di dismissione di partecipazioni non strategiche, rende Unicredit una banca puramente commerciale con una vasta rete internazionale.

QUESTA SETTIMANA

Questa settimana i dati principali da monitorare, al fine di verificare la tenuta del ciclo economico e lo statodell’inflazione, saranno i seguenti:

  • Area Euro: ZEW tedesco (atteso in miglioramento), stima preliminare del dato sul Pil Eurozona per il terzo trimestre (atteso stabile a 1.1%) e dati sull’inflazione al consumo (CPI) per ottobre (attesi stabili a +1.1%);
  • UK: stima Pil 3Q (atteso +1% da +1.3% precedente) e produzione industriale (per settembre atteso -1.4% da – 1.8%);
  • US: inflazione al consumo (CPI) per il mese di ottobre;
  • Cina: produzione industriale e vendite al dettaglio per ottobre. In Italia, il Governo sarà alle prese con la manovra finanziaria al fine di evitare l’aumento dell’IVA legato alla procedura di infrazione e rilanciare la crescita. Mercoledì 13 novembre dovrebbero partire i dazi americani sull’import di auto europee: i mercati scommettono sulla formalizzazione di un posticipo.

In questa sede abbiamo spesso parlato di posizionamento degli investitori: anche Barclays, in una nota di questa settimana, richiama l’argomento sostenendo che, pur restando tante le fonti di incertezza e faticando a trovare dei veri catalyst per una ripresa sostenuta, lo scarso posizionamento sull’azionario da parte degli investitori rispetto ad altre asset class “sovraffollate” rappresenta una motivo per ritenere relativamente più probabile una salita del mercatonell’ultima parte dell’anno. La leggera ripresa economica (invece di una recessione che molti temevano fino a poco fa), confermata dal trend in atto di stabilizzazione degli indici di fiducia PMI, dovrebbe portare ad una rotazione da bond a equity e, all’interno di quest’ultima asset class, da stile “growth-quality” a “value-cyclical”.

Il passaggio da stile “growth” (titoli con forte crescita e favoriti dall’attuale contesto di tassi molto bassi) a stile “value”(titoli con crescita lenta ma costante) potrebbe essere favorito dall’avvicinarsi della fine di una politica monetaria ultra- espansiva e dalla necessità sempre maggiore di stimoli fiscali.

Nell’ultima settimana i mercati hanno cominciato a prezzare, soprattutto lato obbligazionario, una politica fiscale più espansiva. Dovesse proseguire questa tendenza i mercati obbligazionari (soprattutto governativi) sarebbero destinati a sottoperformare e quelli azionari potrebbero continuare a salire ma con una diversa composizione.

Rispetto al passato il processo transitorio potrebbe essere più lento perché le Banche Centrali saranno restie ad intervenire in senso restrittivo in mancanza di chiare evidenze di sostenibilità della crescita e considerata le incertezze che ancora pesano sul sistema economico.

Da un punto di vista geografico interessante notare la forte ripresa degli Economic Surprise Index europei rispetto a quelli americani: i primi sono ancora in territorio negativo (quindi i dati macro tendono ad uscire inferiori alle stime) mentre quelli americani sono, di poco, in territorio positivo ma la tendenza è verso una chiusura del gap. Dovesse proseguire questa tendenza ci sarebbe un minore supporto per il dollaro a vantaggio dell’euro.