Analisi dei mercati del 31.08.2020

INDICI DI MERCATO

COMMENTO ULTIMA SETTIMANA

Record storico anche per l’indice mondiale (MSCI World) grazie agli Stati Uniti e al settore tecnologico che continua a trainare i listini.

I motivi principali del movimento rialzista dei mercati sono da ricercarsi soprattutto nelle aspettative sul simposio di Jackson Hole (in particolare sull’intervento del presidente della Fed tenutosi giovedì), nella fiducia circa la produzione di un vaccino contro Cov-Sars 2 e in un non peggioramento dei rapporti fra Cina e Stati Uniti.

Nel suo discorso, in occasione del simposio di Jackson Hole, il presidente della Fed ha annunciato la revisione della strategia della banca centrale americana che è stata approvata all’unanimità dal FOMC. Per quanto riguarda il primo obiettivo, ovvero l’inflazione, l’azione di politica monetaria non deve più tendere ad un’inflazione puntuale del 2% ma ad una “media” del 2%, in questo modo verranno tollerati periodi con un livello più alto purché si arrivi ad avere la media intorno al 2%. Non viene indicato l’orizzonte temporale di riferimento ma si adotterà un approccio flessibile. Considerato l’attuale e persistente livello basso di inflazione i mercati si aspettano almeno due o tre anni di tassi estremamente bassi. Per l’altro obiettivo della Fed, ovvero l’occupazione, non è stato indicato un valore numerico preciso ma la Fed dovrà tenere conto della spinta inflattiva creata e contrastare solo gli “shortfall” dai massimi livelli. La politica monetaria deve quindi subordinare l’obiettivo dell’inflazione a quello dell’occupazione. Non si è parlato di controllo della curva dei tassi (l’altro argomento di discussione per i mercati) e dovremo aspettare almeno il prossimo meeting ufficiale del 18 settembre per avere notizie al riguardo.

Le aspettative di tassi di interesse a breve termine ancorati a livelli bassi per un periodo prolungato unitamente al possibile e auspicabile impatto positivo sulla crescita hanno portato ad un irripidimento delle curve dei rendimenti governativi con i rendimenti dei decennali in rialzo.

Per quanto riguarda i dati macroeconomici usciti segnaliamo i seguenti:

  • Pil tedesco per il secondo trimestre: -9.7% trimestre/trimestre (da -10.1% precedente). Analizzando le componenti si nota il contributo positivo della spesa pubblica e, ovviamente, quello fortemente negativo dei consumi. Il governo tedesco ha deciso di prorogare i sussidi di disoccupazione fino alla fine del 2021 anche attraverso i fondi Sure europei;
  • seconda revisione del dato sul Pil americano del secondo trimestre che è uscito leggermente migliore a -31.7% trimestre/trimestre annualizzato (rispetto a -32.9% precedente) ovvero -9.1% anno/anno.

Parziali segnali di distensione fra Cina e Stati Uniti dopo che i rispettivi funzionari, al termine di un colloquio telefonico, si sono detti positivi circa la risoluzione delle questioni relative alla fase uno dell’accordo firmato a gennaio. TikTok invece ha fatto causa all’amministrazione americana per il divieto sulle transazioni che è stato imposto. Ricordiamo che l’amministrazione americana ha imposto a ByteDance Ltd (la parent company di TikTok) di vendere gli asset americani entro metà settembre.

In Europa si comincia a pensare all’ipotesi di una bad bank: il prossimo 25 settembre si discuterà presso la Commissione Europea tra diverse istituzioni (vertici europei, BCE, asset management company, Eba, etc…) per valutare la costituzione di una bad bank europea che abbia l’obiettivo di ripulire i bilanci delle banche dai crediti deteriorati (soprattutto quelli generati dalla pandemia) che verrebbero ceduti a prezzi di mercato (quindi non scontati). Si vorrebbe evitare di arrivare a fallimenti di società con le conseguenti implicazioni sul mercato del lavoro.

In Giappone si dimette per problemi di salute il primo ministro Shinzo Abe al governo da otto anni. Il mercato il giorno stesso ha corretto sulla notizia e lo Yen si è rafforzato. I cambiamenti apportati all’economia e al mercato giapponese dal leader del partito LDP nell’ambito di quello che viene definito Abenomics probabilmente sono talmente radicati che rimarranno in essere: fra i principali citiamo la nuova politica monetaria (dopo che Kuroda è stato nominato presidente della BOJ), la minore tassazione alle imprese, la maggiore partecipazione al mercato del lavoro (soprattutto femminile), la maggiore immigrazione e il miglioramento della governance e redditività delle aziende.

A proposito di Giappone, è di oggi la notizia che Warren Buffet ha deciso di investire pesantemente proprio sulle trading companies giapponesi ritenute convenienti in termini valutativi e con un alto potenziale di dividendo.

Prezzi del petrolio in aumento dopo che alcune delle tempeste vicine al golfo del Messico si stavano trasformando in uragani. La zona è soggetta agli uragani ma la peculiarità attuale è che per la prima volta si tratta di due uragani gemelli (chiamati Marco e Laura!) che potrebbero arrivare a poca distanza l’uno dall’altro. I timori sono per la potenziale distruzione delle infrastrutture e per le attività di estrazione che verrebbero interrotte come già sta avvenendo in Texas e Louisiana. L’uragano Laura, avviatosi verso categoria 5, rischiava di superare quello Katrina del 2005 e diventare il peggiore uragano della storia ma raggiunta la terra giovedì scorso è stato poi classificato come livello 4.

In fermento il settore delle telecomunicazioni italiano. Il governo ha dato il via libera alla creazione di un’unica società di gestione della banda larga in Italia partecipata da Tim (50.1%) e CDP. L’infrastruttura dovrà essere integrata con quella di Open Fiber mentre al nuovo veicolo FiberCop verrà trasferita la rete secondaria di Tim, la partecipazione del fondo Kkr Infrastructure e le attività di FlashFiber (la JV tra Tim e Fastweb). La parte infrastrutturale sarà separata in una società controllata da Tim ma con una forte presenza di Cdp. Il progetto dovrà essere approvato dai CdA delle varie società coinvolte e infine ottenere il via libera dell’autorità antitrust.

QUESTA SETTIMANA

Questa mattina sono stati pubblicati i dati PMI cinesi che, pur in leggerissima discesa rispetto alla rilevazione di luglio, si mantengono sopra la soglia di espansione (PMI manifatturiero 51, servizi 55.2 e composite 54.5) confermando il cammino di ripresa intrapreso dalla Cina.

In settimana verranno pubblicati anche i PMI finali dell’Eurozona per il mese di agosto e PMI e ISM per gli Stati Uniti dove verranno monitorati con particolare attenzione i consueti dati sul mercato del lavoro (sussidi di disoccupazione) che ci si auspica proseguano nel trend di discesa intrapreso. La pubblicazione del Beige Book della Fed potrebbe dare ulteriori informazioni sulla forza del mercato del lavoro che potrebbe essere confermata venerdì 4 dai dati, riferiti al mese di agosto, sui nuovi occupati e da quello sulla disoccupazione atteso in calo a 9.8% da precedente 10.2%.

In Francia atteso l’annuncio di un piano da 100 miliardi per il 3 settembre.

Ricordiamo che oggi, lunedì 31 agosto, sono previsti gli stock split di Apple e Tesla: gli azionisti di Apple si ritroveranno con 4 azioni ogni 1 posseduta e conseguentemente il prezzo di riferimento sarà ¼ di quello di venerdì, mentre per Tesla il rapporto sarà di 5 azioni ogni una ricevuta. Gli stock split sono spesso utilizzati dalle società per aumentare la liquidità sul titolo rendendo il prezzo più accessibile a tutti. L’indice Dow Jones, che è un indice in cui la ponderazione dei titoli è in base al prezzo e non alla capitalizzazione di mercato (come invece avviene per la maggior parte degli indici), aveva come primo titolo Apple (circa 12%). Con lo stock split il peso di Apple scenderà (a circa 2.8%) così come il peso della tecnologia nell’indice. La società S&P Dow Jones Indices, leader globale della creazione di indici azionari, ha pertanto deciso di modificare la composizione del DJI sostituendo tre titoli (Pfizer, Exon e Rateyon) con Angen, Salesforce.com e Honeywell International. Con questi cambiamenti il peso della componente tech scende meno. Exon è un componente del Dow Jones dal 1928, ovvero da quando il numero dei titoli è passato da 20 a 30.

CONSIDERAZIONI FINALI E POSIZIONAMENTO LINEE DI GESTIONE

Come ogni tanto accade ripartono i confronti fra l’attuale crisi e quella del 2008. La differenza fondamentale che emerge è che all’epoca, a fronte di manovre monetarie espansionistiche, si sono susseguite misure fiscali di austerità che ne hanno quindi compensato gli effetti positivi. Attualmente, invece, le politiche fiscali sono molto pro-cicliche quindi abbiamo entrambe le leve dell’economia che agiscono nella stessa direzione. Ovviamente, all’auspicabile effetto positivo sulla crescita fa da contraltare un potenziale impatto sull’inflazione.

A tal proposito, dopo il simposio di questa settimana di Jackson Hole, i mercati si sono potuti tranquillizzare perché, dopo tanti rumors, è finalmente arrivata la conferma dell’obiettivo “simmetrico” di inflazione da parte della Fed e quindi del proseguimento della cosiddetta “repressione finanziaria”. I tassi dovrebbero rimanere fermi per ancora due o tre anni ma qualcuno arriva addirittura a sbilanciarsi parlando di tassi “perma-zero” o comunque vicino a zero per i prossimi 5-7 anni. Resta il fatto che la politica monetaria americana è ormai al servizio dell’obiettivo di occupazione e quindi, pur di raggiungerlo, è disposta a tollerare il rischio di una maggiore inflazione.

Torna quindi a guidare i mercati il tema della liquidità abbondante fornita dalle banche centrali: la conferma la troviamo nel fatto che a fronte di una capitalizzazione mondiale di circa 90 mila miliardi di dollari l’offerta di moneta complessiva (ovvero i vari M2) è pari a circa 89 mila miliardi.

Inoltre, se ci concentriamo sulla borsa americana, possiamo notare come la market cap sia ormai il doppio rispetto al Pil a dimostrazione di come sia stata sostenuta, soprattutto da marzo, dall’enorme liquidità riversata nel sistema (misurata dall’aggregato monetario M2). Appare evidente, ancora una volta, la disconnessione tra economia reale e mercati finanziari e il fatto che la famosa relazione market cap/gdp, individuata da Warren Buffet come uno dei principali indicatori di valutazione del mercato, non sia assolutamente stata presa in considerazione dagli investitori che hanno continuato a comprare le azioni di un’economia in rallentamento/recessione.

Questo elemento unitamente all’avvicinarsi della produzione di un vaccino efficace contro il corona-virus mantiene il buon sentiment sui mercati finanziari.

Positive le performance delle nostre linee di gestione con ancora la Chronos che spicca avendo una maggiore esposizione al mercato e al settore trainante da un po’ di tempo a questa parte, ovvero la tecnologia americana.

Sulle linee con componente azionaria in settimana è stata aumentata l’esposizione all’Europa, e in particolare al settore industriale, acquistando l’ETF SPDR MSCI Europe Industrials. In questo modo l’esposizione azionaria è stata avvicinata ulteriormente a quella dei benchmark di riferimento. Sulla linea Chronos sono state apportati dei cambiamenti alla composizione di portafoglio prendendo parzialmente profitto sui titoli della tecnologia e inserendone altri per ottenere una maggiore diversificazione settoriale.

Analisi dei mercati del 20.07.2020

INDICI DI MERCATO

COMMENTO ULTIMA SETTIMANA

Prosegue il rialzo dei mercati azionari anche nella settimana che si è appena conclusa (MSCI World +1.5%). La differenza rispetto alle scorse è che questa volta il rialzo è stato guidato non dai titoli tecnologici americani (Nasdaq -1.76%), ma dai paesi e settori che erano rimasti più indietro: settore bancario europeo (Eurostoxx Banks +2.3%), small cap americane (Russell2000 +3.56%) e Italia (FtseMib +3.3%). Le aspettative circa un buon esito dei negoziati UE hanno portato ad un leggero restringimento dello spread BTP-Bund, sceso a 169bps, e ad un discreto apprezzamento dell’euro rispetto alle principali valute.

Il Consiglio Europeo, in riunione da venerdì per definire il pacchetto di misure a sostegno dell’economia dell’eurozona post pandemia (il c.d. Next Generation EU), durante gli incontri del week-end non ha prodotto alcun risultato. Il presidente Charles Michel, nel tentativo di avvicinare le richieste, aveva proposto una leggera modifica nel rapporto sussidi/prestiti: la proposta originaria prevedeva 500 miliardi di sussidi e 250 miliardi di prestiti, la modifica di Michel portava la quota di sussidi a 450 e di prestiti a 300 ma sembra che, neanche così, i paesi “frugali” (ai quali si è unita anche la Finlandia) capeggiati dal premier olandese Mark Rutte siano soddisfatti dato che non intendono concedere sussidi oltre i 390 miliardi e addirittura vorrebbero ridurre il pacchetto a 700 miliardi.

Sul fronte della pandemia se da un lato continuano a peggiorare i dati sui contagi, specialmente in alcuni paesi, è anche vero che si fanno progressi sulla ricerca del vaccino: l’americana Moderna, ad esempio, ritiene che il suo vaccino, che si basa sostanzialmente su un innalzamento del numero di anticorpi, sembra stia dando ottimi risultati e il 27 luglio entrerà nella fase finale dei test clinici, la cosiddetta fase 3, che coinvolgerà 30.000 persone e che vedrà la conclusione a ottobre. Teniamo conto del fatto che l’aumento degli anticorpi più provocare effetti collaterali e questo è il fattore che più spaventa la gente che, forse, non correrà in massa a farsi vaccinare fintanto che non ci saranno maggiori certezze su tutti gli effetti. Anche AstraZeneca, collaborando con l’Università di Oxford, sembra a buon punto e potrebbe avviare la produzione di massa già a settembre. E’ importante che tante aziende siano coinvolte nello sviluppo del vaccino per garantire un’adeguata numerosità delle dosi disponibili.

La reporting season americana è partita abbastanza bene: con il 10% delle società dell’S&P500 che ha pubblicato i numeri del secondo trimestre la discesa degli utili si attesta a -19%, meglio delle attese degli analisti di circa il 17%. Le banche, fra le prime a riportare, hanno beneficiato dell’ottimo andamento dell’attività di trading ma sono state penalizzate dall’attività tipica bancaria a causa dei maggiori accantonamenti sui crediti che raggiungono i livelli del 2008 (segnale, forse, di scarso ottimismo sul futuro). Mentre Citigroup, JPM, Wells Fargo e BofA hanno una tipologia di business più orientata ai consumatori e al ramo commerciale (quindi più tipicamente bancaria) ed hanno, di conseguenza, sofferto dei default di qualche cliente e degli accantonamenti precauzionali, Goldman Sachs e Morgan Stanley (più investment banks) hanno battuto le previsioni degli analisti grazie all’intensa attività di trading che ha caratterizzato il periodo del lockdown. Bank of America, ad esempio, la seconda banca più grande degli Stati Uniti, è risultata estremamente sensibile all’andamento dell’economia e ha riportato un crollo di utili pari al 52%; per contro Morgan Stanley ha visto utili in aumento del 45% grazie alla divisione trading (soprattutto obbligazionario). Anche da questo punto di vista si nota il distaccamento di Wall Street (indici sui massimi e banche esposte che ben riportano) rispetto a Main Street (economia reale che soffre la recessione e banche commerciali, di conseguenza, in crisi).

Anche J&J pur riportando meglio delle attese ha visto i ricavi ridursi dell’11% e gli utili del 35%.

Fra i dati macroeconomici principali segnaliamo in Cina numeri, nel complesso, buoni anche se con ampi spazi di miglioramento:

  • GDP secondo trimestre: +11.50% trimestre/trimestre, meglio delle attese (+9.6%) e con una crescita che si attesta a 3.2% anno/anno (dopo il -6.8% del trimestre precedente);
  • produzione industriale di giugno: in miglioramento a +4.8% anno/anno dal +4.4% di maggio;
  • vendite al dettaglio di giugno: ancora negative a -1.8% (rispetto ad attese di +0.5%).

A sorpresa, dopo un CdA straordinario venerdì sera, IntesaSanPaolo ha alzato l’offerta per UBI aggiungendo 0.57 euro in cash per ogni azione (per un totale di 652 milioni in più). Dopo che anche l’Antitrust ha dato il via libera all’operazione l’AD Messina, al termine di una serie di negoziazioni con gli azionisti principali (che chiedevano 1 euro in più cash), ha deciso di aumentare l’appeal dell’offerta in modo da ottenere il 66.7% delle adesioni che consentirebbe una fusione senza troppi problemi. Il premio, rispetto ai prezzi del 14 febbraio quando è stata lanciata l’operazione, passa dal 28% al 44.7%. Nei prossimi giorni si riunirà il CdA di Ubi per valutare la nuova offerta (ricordiamo che la vecchia era stata respinta in quanto si riteneva sottovalutasse Ubi di circa 1.1 miliardi di euro).

Per rispettare quanto richiesto dall’Antitrust entro sei mesi ISP dovrà vendere 532 sportelli ex Ubi a Bper e, qualora non dovesse riuscirci, avrà altri sei mesi di tempo per affidarsi ad un intermediario indipendente. Dovesse l’operazione passare con almeno il 2/3 del capitale (66.67%) Ubi non potrebbe sollevare contestazioni alla vendita del ramo d’azienda e sarebbe tutto più semplice.

Le fondazioni CR Cuneo e Banca del Monte di Lombardia hanno già dichiarato che intendono aderire all’offerta con il loro 10%. Considerando anche Cattolica e il Sindacato azionisti di Ubi, si arriverebbe ad un’adesione superiore al 20%. I fondi hanno in mano circa il 40% delle azioni e dovrebbero accettare lo scambio di azioni dopo il rilancio. Sembra quindi facilmente raggiungibile la quota del 50% ma adesso il traguardo è diventato i 2/3 del capitale per la convocazione di un’assemblea straordinaria che approvi la fusione. Ricordiamo che c’è tempo fino al 28 luglio per aderire.

Sul tema ASPI viene meno la minacciata revoca della concessione autostradale ad Atlantia ma si apre invece lo scenario di un aumento di capitale che consentirà a CDP di entrare nella compagine azionaria con una quota del 33% andando, di fatto, a diluire Atlantia (quindi la famiglia Benetton). Si parla di un investimento di CDP fra i 3 e i 4 miliardi di euro con una valutazione implicita di ASPI fra 6 e 8 miliardi (secondo gli analisti di Banca Imi dovrebbe invece valere circa 11 miliardi). La quota di Atlantia scenderebbe sotto il 10% di ASPI ma non dimentichiamo che Atlantia ha in pancia, tra le tante partecipazioni, anche Abertis (che gestisce all’estero il triplo della rete di ASPI) e Telepass (per la quale è attesa la quotazione).

Dalla riunione dei produttori di petrolio è emerso che l’OPEC+ intende aumentare di 1 milione di barili al giorno la produzione a partire dal mese di agosto. I tagli che erano stati fissati a 9.6 milioni di barili la scorsa primavera dovrebbero quindi scendere anche se meno di quanto si ipotizzava nei giorni precedenti all’accordo.

QUESTA SETTIMANA

La principale variabile da monitorare continua ad essere la diffusione della pandemia e quindi i dati sui contagi in quanto il rischio principale per l’economia, ed i mercati, è una seconda ondata (considerato che alcuni stati non sono ancora usciti dalla prima) che metterebbe a serio rischio la debolissima ripresa che si intravede dai dati macro anticipatori.

Negli Stati Uniti, inoltre, l’incapacità di mettere sotto controllo il virus avrebbe una ripercussione negativa sui sondaggi elettorali a sfavore di Trump. Nessun presidente uscente riesce ad essere riconfermato se il paese sta attraversando una recessione e per quanto Trump addossi la colpa alla Cina (e talvolta alla Fed) gli americani gli attribuiranno la responsabilità della gestione inefficiente della pandemia in US.

Lunedì 20 luglio alle ore 16 proseguirà il vertice tra i leader UE per trovare un accordo sul Recovery Fund, in caso contrario potrebbe essere preso un altro mese di tempo. Secondo Christine Lagarde un piano di emergenza ambizioso è preferibile ad un accordo a tutti i costi in tempi rapidi. Sul tavolo ci sono circa 1800 miliardi (di cui 750 per il Recovery Fund) e sarebbe una cifra assolutamente eccezionale e ritenuta indispensabile per una crisi così profonda. L’Olanda vorrebbe entrare nel merito delle politiche di riforma dei paesi UE ma, soprattutto Italia e Spagna, ritengono la richiesta inaccettabile.

La reporting season vedrà protagoniste società pari al 24% dell’S&P500 (per il mercato US) e al 17% dello Stoxx600 (per il mercato europeo). Fra le società che riporteranno i dati del secondo trimestre segnaliamo martedì UBS e mercoledì Tesla.

Giovedì 23 in US verrà pubblicato il dato settimanale sulle richieste di sussidi di disoccupazione (jobless claims), le attese sono per 1.280.000 di richieste da 1.3 milioni della settimana precedente. Gradualmente il dato si sta riducendo: per avere un’idea, dopo essere stato per anni in un intorno di 200.000 richieste alla settimana, a inizio aprile, con il lockdown, è esploso a quasi 6.9 milioni di richieste, adesso sta lentamente ridimensionandosi.

La settimana vedrà la pubblicazione dei dati preliminari PMI per le varie regioni e relativi al mese di luglio: ci si attende una continuazione della ripresa. Negli Stati Uniti le stime portano i numeri sopra la soglia del 50 (punto di demarcazione fra espansione e contrazione economica) sia per il comparto manifatturiero che per quello dei servizi; stessa cosa in Eurozona dove però il dato per il comparto manifatturiero, a causa della Germania, è in ripresa ma rimane inferiore al 50.

CONSIDERAZIONI FINALI E POSIZIONAMENTO LINEE DI GESTIONE

Come anche Jamie Dimon (CEO e chairman di JPM) fa notare, la recessione è molto particolare e l’azione di contenimento e stimolo di Fed e Governo sono state in grado per ora di tamponarne gli effetti che quindi non si sono visti nell’immediato. Il rischio è che se questo non dovesse bastare oltre ad avere un enorme danno nel settore privato avremmo anche una voragine in quello pubblico. Da qui l’aspettativa dei mercati di un intervento sempre presente e massiccio almeno fintanto che non si è sicuri di essere definitivamente fuori dalla crisi.

L’importante ruolo delle banche centrali nel recente rally dei mercati, sia obbligazionari che azionari, è sottolineato anche in un interessante articolo del Il sole 24 ore uscito in settimana. Invece di parlare di bolla (il cui scoppio è temuto da tutti) si dovrebbe parlare di “inflazione finanziaria”: la prima di solito segue un percorso classico (aspettativa di rialzi à contagio/avidità di chi non vuole perdere l’occasione à testardaggine di chi nega che si tratti di una bolla à scoppio della bolla quando sorgono i primi dubbi sulla sostenibilità dei prezzi) ma non prevede come principale attore le banche centrali. Queste ultime di solito non partecipano alla formazione di bolle ma ne causano lo scoppio. Chi invece di solito crea le bolle sono il cosiddetto “parco buoi”. Ma, lasciando per un attimo da parte il mercato azionario, siamo sicuri che il parco buoi abbia partecipato al rally di quello obbligazionario? Siamo sicuri che la gente stia comprando il bund con il rendimento negativo?

Quello che qualcuno definisce bolla ma che l’articolo ritiene si debba considerare inflazione finanziaria deriva dalla liquidità iniettata nel sistema dalle banche centrali. (Le banche centrali acquistano bond (inflazionandone il valore) e immettono nel sistema della liquidità che cerca un parcheggio remunerativo: i bond (soprattutto governativi) sono quasi ai massimi storici (con conseguenti rendimenti ai minimi), le materie prime (vicine ai minimi dagli ultimi 20 anni) sono estremamente legate al ciclo economico ancora debole e così entrano in gioco le azioni che beneficiano ancora della mancanza di alternative (ricordiamoci dell’acronimo coniato l’anno scorso, TINA – There is no alternative). Fintanto che le banche centrali rimarranno impegnate nel sistema (e come detto sopra lo faranno ancora a lungo) i mercati dovrebbero rimanere supportati sia sul lato obbligazionario (con rendimenti minimi) sia su quello azionario (con rendimenti maggiori potenzialmente ma anche più volatili).

La buona performance della maggior parte delle asset class ha consentito alle nostre linee di gestione di guadagnare anche questa settimana. L’unica a soffrire, andando a consolidare una performance comunque molto buona, è la linea Chornos per la maggiore esposizione al mercato americano (soprattutto tech) e al dollaro.

Analisi dei mercati del 3.02.2020

Anche questa settimana gli elementi di volatilità sui mercati non sono stati strettamente attinenti alla sfera economico- finanziaria: al centro dell’attenzione degli investitori rimane il Corona Virus e il conseguente bilancio delle vittime e contagiati. Il WHO (o OMS – Organizzazione mondiale della sanità) ha aggiornato quotidianamente il numero delle vittime e, a fine settimana, ha dichiarato lo stato di emergenza sanitaria mondiale. Per ora il tasso di mortalità si attesta al 2% (sotto il 10% della Sars nel 2002/2003) ma la velocità di diffusione è abbastanza alta. Vediamo come si attesterà il numero nei prossimi giorni quando dovrebbe essere atteso il picco.

Un economista del governo cinese ha stimato che un’ulteriore diffusione del virus potrebbe impattare sul GDP del primo trimestre, portandone la crescita sotto il 5% ma, in tal caso, la Banca Centrale sarà pronta ad intervenire con misure a sostegno così come la politica fiscale potrebbe intervenire portando il rapporto deficit/pil sopra il 3% per supportare l’economia.

Passando agli eventi più “finanziari”, in settimana si è riunita la Banca Centrale americana: come atteso, la Fed non ha modificato i tassi di interesse, che rimangono nel corridoio 1.50%-1.75%, ritenendo che è necessaria una significativa rivalutazione dell’outlook economico affinché si possa modificare la politica monetaria. Un “aggiustamento tecnico” è stato fatto sul reverse repo rate, passato da 1.45% a 1.50%, e sul tasso di remunerazione delle riserve, passato da 1.55% a 1.60%, ovvero 10 bps sopra il tasso ufficiale, ma solo per migliorare il funzionamento dell’interbancario. Il mercato del lavoro è considerato robusto e l’inflazione ancora bassa ma ai rischi si è aggiunto anche l’elemento di incertezza del Corona Virus.

Il PIL americano, secondo la stima preliminare del quarto trimestre 2019, è pari a 2.1%, superiore alle attese del 2%. Le componenti consumi e investimenti hanno leggermente deluso, mentre è risultato positivo il contributo della componente net-export, grazie ad una riduzione delle importazioni, e della componente relativa alla spesa pubblica. Delude molto il dato sull’inflazione, rappresentato dal PCE deflator, 0.3% vs 1.3% atteso. Nel complesso quindi un dato di stima della crescita economica non eccezionale. Ma si tratta di una stima destinata a subire, spesso, revisioni.

Souce: Bloomberg

La Bank of England non ha tagliato i tassi, con decisione presa con sette membri a favore e due contrari, ma si dichiara pronta ad intervenire qualora l’espansione fiscale, annunciata dal governo, non si rivelasse sufficiente a sostenere l’economia post Brexit. Positiva la reazione della sterlina che si è rafforzata nei confronti dell’euro.

La Gran Bretagna venerdì 31 gennaio ha ufficialmente lasciato l’Unione Europea dopo averne fatto parte per 47 anni. Non tutti hanno festeggiato questo giorno dato che il paese è ancora spaccato in due come ai tempi del referendum che ha decretato la Brexit nel 2016: due terzi degli scozzesi erano e sono ancora contrari all’uscita dalla UE e chiedono un nuovo referendum. Come segno di dissenso sul Parlamento scozzese rimarrà la bandiera UE.

Per quanto riguarda il petrolio, il cui prezzo ha corretto di circa 10 dollari dal picco di inizio gennaio, l’OPEC ha dichiarato che intende estendere gli attuali tagli alla produzione fino a giugno con la possibilità di incrementarli qualora ciò sia reso necessario dal contesto macroeconomico (considerato l’impatto dell’attività manifatturiera in stallo da gennaio).

Deludenti i dati sul PIL dell’Eurozona: +0.1% trimestre/trimestre, atteso +0.2%, e +1% anno/anno, atteso +1.1%: particolarmente brutto il dato dell’Italia la cui economia rallenta di -0.3% trimestre/trimestre, attese per crescita di +0.1%. E’, ancora una volta, evidente la divergenza di crescita rispetto agli Stati Uniti.

Souce: Bloomberg

Nonostante il deludente dato sul Pil italiano, la performance del BTP è stata ottima: in settimana il rendimento del decennale è sceso di circa 30 bps e lo spread verso bund si è attestato a 136 bps. I governativi italiani prezzano un minore rischio politico per l’Italia e la generale discesa dei rendimenti obbligazionari tende a portare maggiore domanda laddove il rendimento è un po’ più consistente.

In tema di reporting season segnaliamo gli ottimi i risultati di Apple: il gigante americano ha superato le stime sia in termini di EPS (utili per azione) che di ricavi, annunciando il pagamento di un dividendo di 0.77$ per azione da pagarsi il 13 febbraio 2020.

Ha colpito positivamente il fatto che le guidance per l’anno prossimo siano state alzate sia in termini di range di ricavi che di gross margin. Il range di ricavi, oltre ad essere stato alzato, è stato anche ampliato per tenere conto delle maggiori incertezze anche legate al corona virus. La società ha comunque dichiarato che ha dei fornitori sostitutivi nel caso si bloccassero quelli cinesi.

Buoni risultati anche per Microsoft, che riporta numeri superiori alle attese degli analisti, e per Tesla, che sorprende gli analisti sia sul fatturato sia sugli utili sia sul cashflow. Entrambi i titoli, soprattutto Tesla, sono stati premiati dagli investitori con variazioni di prezzo molto positive. Penalizzata dai risultati, invece, Facebook, che riporta nuovi utenti ai minimi storici e costi in aumento.

In aggregato, con il 45% delle società dell’S&P che ha riportato i risultati, la crescita dei ricavi è pari a 1.3% e quella degli utili a 0.3%, entrambe superiori alle attese degli analisti.

La settimana si è conclusa, quindi, con una decisa correzione dei mercati azionari che hanno azzerato le performance da inizio anno. Solo il Nasdaq risulta ancora positivo. Il clima di avversione al rischio ha portato beneficio al comparto obbligazionario governativo, e in parte al corporate investment grade, mentre ha un po’ sofferto il segmento degli high yield.

QUESTA SETTIMANA

I mercati cinesi locali hanno riaperto dopo la pausa per il Capodanno: l’indice azionario aggregato CSI300, che comprende le borse di Shanghai e Shenzhen, ha chiuso con una discesa di circa 7.9%. La Banca Centrale è intervenuta immediatamente con iniezioni di liquidità pari a 1200 miliardi di yua (circa 170 miliardi di dollari) sia attraverso operazioni di reverse repo (maggiore intervento dal 2004) che tagliando i relativi tassi. L’intervento è decisamente massiccio e le autorità sono determinate a dare il massimo supporto. Il cambio Renminbi vs Dollaro si è riportato velocemente sopra la soglia di 7 (livello che era stato superato, al ribasso, in occasione della firma dell’accordo come segnale di distensione dei rapporti commerciali) riallineandosi a quanto il mercato off-shore già segnalava la settimana scorsa.

La UE Inizia ufficialmente le contrattazioni per la Brexit: il mandato è affidato a Michel Barnier. Secondo un sondaggio di Schroders il 52% degli intervistati ritiene che si arriverà ad un’estensione delle trattative oltre la fine del 2020 in uno scenario definito “limbo Brexit”. Nei prossimi undici mesi non cambierà nulla per la libertà di circolazione di persone, beni, capitali e servizi.

Durante la settimana verranno pubblicati, per diversi paesi, i dati finali degli indici di fiducia delle imprese PMI e ISM (per gli Stati Uniti) relativi al mese di gennaio.

Martedì si riunirà la Banca centrale australiana: nessuna variazione attesa al tasso overnight di riferimento pari a 0.75%: il mercato attualmente attribuisce ad un taglio di 0.25% una probabilità del 17%.

La settimana si chiude con i consueti dati mensili sul mercato del lavoro americano: atteso un tasso di disoccupazione stabile a 3.5%, un leggero aumento dei salari orari e del numero di nuovi occupati.

Per ora il Corona Virus sembra essere un facile catalyst di correzione e derisking, in un mercato che aspettava un motivo per allontanarsi un po’ dai massimi raggiunti. I media, che amplificano l’effetto panico, ovviamente, aiutano ad incrementare la volatilità sul mercato. Se facciamo il paragone con il 2002/2003 quando c’è stato il virus della Sars, questa volta la reazione delle autorità è stata decisamente più imponente e intensa e questo, da un lato, fa ben sperare sulla risoluzione della pandemia, dall’altro, fa temere ai più pessimisti che la situazione sia ben peggiore di quanto trapela dalle comunicazioni ufficiali.

Ovviamente non possiamo sapere ora che cosa succederà, possiamo solo tentare di stimare l’impatto sull’economia, in primis quella cinese. Il peso dell’economia cinese sulla crescita globale è alto e il nervosismo degli investitori risiede nel fatto che questo anno ci si aspettava proprio da quell’area il principale contributo alla crescita mondiale.

La reazione dei mercati è alquanto schizofrenica ma ci sta: si è in bilico fra la tentazione di sfruttare ogni correzione per entrare sull’unico mercato che offre potenzialmente un rendimento (ricordiamoci di TINA e FOMO – Fear of missing out) e il timore che la situazione precipiti e l’impatto sull’economia, e conseguentemente sui mercati, sia superiore e spropositato.

Analisi dei mercati 21.01.2020

Ancora nuovi record per i mercati azionari, questa settimana, con gli indici americani sempre sugli scudi.

Stati Uniti e Cina hanno, finalmente, firmato le 86 pagine della cosiddetta Fase Uno dell’accordo con la quale la Cina si impegna ad acquistare almeno 200 miliardi di dollari aggiuntivi di prodotti americani per i prossimi due anni e gli Stati Uniti faranno marcia indietro su alcuni dazi (modesta riduzione a fronte di una serie di impegni di Pechino). Un po’ di scompiglio è stato generato dalla dichiarazione del segretario americano Mnuchin, secondo cui i dazi sui beni cinesi rimarranno fino al completamento della seconda fase dell’accordo, durante la quale verranno affrontate le questioni relative alla tecnologia e la Cyber-security. L’accordo prevede, ovviamente, delle modalità di risoluzione in caso di inottemperanze oltre alla facoltà di recedere previo preavviso.

Il dipartimento del Tesoro americano, il giorno prima della firma dell’accordo, ha rimosso la Cina dall’elenco dei paesi considerati “manipolatori” della moneta, come segnale di una distensione dei rapporti fra le due potenze che si è riflesso immediatamente sul cambio fra il RMB/USD.

Nel frattempo, fra i dati macroeconomici cinesi pubblicati, vale la pena segnalare la ripresa dell’export, prima volta in cinque mesi, che ha superato le attese degli analisti, gli aggregati monetari di dicembre in accelerazione e il dato sul PIL del terzo trimestre 2019 che segna un +6% annuo. La produzione industriale è in miglioramento così come le vendite al dettaglio. Con gli stimoli monetari e fiscali da parte delle autorità cinesi e un allentamento delle tensioni commerciali, qualche spiraglio di miglioramento nell’economia cinese si sta vedendo e si dovrebbe continuare a vedere.

Source: Bloomberg

In Europa il dato sulla Produzione Industriale delude leggermente le attese, con un rialzo dello 0.2% mese/mese ma mostra un leggero rialzo che si spera continui nel 2020.

Source: Bloomberg

La prima parte della reporting season americana sembra essere andata bene: ha riportato i risultati circa il 10% delle società dell’S&P 500 con una sorpresa complessiva sugli utili superiore al 3%. Alcoa, produttore di alluminio, conferma ricavi in calo rispetto al 2018 ma la nota positiva riguarda la guidance sul 2020, in quanto vede una riduzione dell’eccesso di offerta grazie ad un incremento della domanda globale. Anche le banche hanno registrato utili per il quarto trimestre in crescita e superiori alle attese.

La fame di rendimenti governativi è alla base del boom di ordini sul nuovo BTP a 30 anni, che ha raccolto una domanda record di 47 miliardi. Il titolo prevede una cedola del 2.45%. L’assorbimento delle cospicue emissioni da parte del Tesoro è stato aiutato anche dalla bocciatura, da parte delle Consulta, del referendum sul taglio del numero dei parlamentari che allontana la minaccia di elezioni anticipate.

Intanto, anche MPS ha sfruttato la fase di “bonaccia” dei mercati e l’upgrade di rating da parte di Moody’s, presentandosi sul mercato del debito collocando 400 milioni di un Bond AT1 con cedola 8%, con una domanda che è stata superiore a 925 milioni di euro. Ovviamente, per rendere appetibile il collocamento, l’istituto senese ha dovuto essere più generoso rispetto alle altre due banche che hanno collocato recentemente, UBI 5.875% e Banco BPM 6.125%, ma ha dovuto concedere meno del 10.5% che aveva offerto lo scorso luglio.

Sul fronte cambi si segnala il leggero indebolimento della Sterlina Inglese causato dalle dichiarazioni di membri della Banca Centrale, circa la volontà di tagliare i tassi durante il prossimo meeting, previsto per il 30 gennaio. Attualmente il mercato prezza, con una probabilità del 71%, un taglio di 25 bps che sarebbe giustificato dal generale indebolimento dell’economia. Anomalo, visto il clima positivo sui mercati, il rafforzamento del Franco Svizzero: la motivazione sembra essere legata alle dichiarazioni della Banca Centrale che vorrebbe normalizzare i tassi rialzandoli.

Source: Bloomberg

In Russia il Rublo, dopo avere toccato il suo massimo da inizio 2018, 60.8870 contro dollaro, si è indebolito a causa delle dimissioni del Governo e del premier Medvedev: sembra che il Premier voglia favorire le riforme costituzionali, annunciate da Putin durante il discorso alla nazione, riguardo il passaggio del potere di scelta del primo ministro dal Presidente al Parlamento.

QUESTA SETTIMANA

Con la firma dell’accordo Cina-Stati Uniti, la disputa commerciale tra i due paesi è passata ovviamente in secondo piano. Non che la questione sia definitivamente risolta (sappiamo bene che si tratta di un tema di lungo periodo) ma almeno la minaccia di un rallentamento economico viene alleviata.

Ora bisogna stare attenti alle negoziazioni tra Europa e Stati Uniti e ai relativi dazi. In sospeso ci sono ancora quelli sulle auto e un possibile incremento di quelli sui generi alimentari, tema che tocca molto l’Italia.

Sappiamo bene che, in generale, la crescita economica è stata sostenuta dai consumi, soprattutto negli Stati Uniti, in quanto la componente relativa agli investimenti ha sofferto l’incertezza economica legata soprattutto alla guerra commerciale. Se negli Stati Uniti Trump cerca di sostenere ancora i consumi per l’evidente impatto positivo sulla campagna elettorale, con la proposta di taglio delle tasse alla middle-class, in Europa ci si deve giocare la carta degli investimenti con una Commissione Europea, ed anche la Banca Centrale, orientata al tema “green”. Per questo motivo sarà interessante ascoltare la conferenza stampa della Lagarde, per capire se esiste una strategia di coordinamento tra politica monetaria e politica fiscale che si concretizzi del Green Deal.

In generale i Governi, quest’anno, saranno incentivati a formulare programmi di investimento per raggiungere l’obiettivo di “emissioni zero” entro il 2050 e tenderanno ad emettere green-bond nel 2020. Il Tesoro italiano, secondo fonti interne, potrebbe seguire pertanto l’esempio della Germania e lanciare il primo bond sostenibile entro la fine dell’anno.

Ribadiamo quindi che la politica monetaria è accomodante e tale rimarrà ancora per un po’. La politica fiscale potrebbe esserlo ancora negli Stati Uniti, soprattutto se passerà il taglio delle tasse, e potrebbe diventarlo in Europa, grazie al tema degli investimenti. Gli asset rischiosi, quindi, continuano ad essere supportati nel breve da TINA (there is no alternative) e nel medio/lungo termine dalle aspettative di ripresa della crescita economica.

Analisi dei mercati del 14.01.2020

La potenziale crisi in Iran non sembra avere turbato particolarmente gli investitori, alla cui tranquillità hanno contribuito le dichiarazioni della Casa Bianca e del ministro degli Affari Esteri iraniano sull’intenzione di non volere proseguire nelle operazioni militari.

Per ora delle 13 rappresaglie minacciate dall’Iran ne abbiamo vista solo una, ovvero un attacco alle basi americane in Iraq che, tuttavia, non ha causato nessuna vittima. L’amministrazione Trump ha imposto nuove sanzioni contro l’Iran, che colpiranno le esportazioni di acciaio, alluminio, rame e ferro, e ha dichiarato, in un discorso alla nazione, che non permetterà mai all’Iran, fintanto che sarà Presidente degli Stati Uniti, di avere armi nucleari. Le Borse sembrano non abbiano intravisto particolari rischi e, alcune, si sono riportate usi massimi storici.

Il prezzo del petrolio (WTI), dopo avere toccato i 65 dollari al barile in occasione dell’attacco americano, ha ritracciato per riposizionarsi intorno ai livelli medi dell’ultimo anno.

Source: Bloomberg

Sul tema Brexit, sia la presidente della Commissione Europea, Ursula Von der Leyen, che la presidente della BCE, Christine Lagarde, ritengono che non sarà facile ridiscutere di tutti i punti dell’accordo entro la fine dell’anno. La sterlina risente di queste dichiarazioni e di quelle di Carney, che sembra essere pronto ad un ulteriore allentamento monetario.

Sul fronte macro, in Europa è positivo il dato relativo alla manifattura tedesca, che nel mese di novembre è salito dell’1.1%, più delle aspettative degli analisti (+0.7%). Si tratta di un altro timido segnale di una possibile inversione di tendenza per il settore manifatturiero tedesco, che potrebbe, se confermato da altri dati, avere impatti positivi sul resto dell’Europa e soprattutto sull’Italia, che ha come principale partner commerciale proprio la Germania. Anche i dati di Francia e Spagna lasciano ben sperare sulla ripresa manifatturiera.

I dati sul mercato del lavoro americano usciti venerdì, seppur leggermente inferiori alle aspettative nella componente “nuovi occupati non agricoli”, confermano una situazione di solidità con il tasso di disoccupazione fermo al 3.5%, livello più basso degli ultimi 50 anni, e senza particolari pressioni salariali.

In calo lo spread BTP-Bund grazie alla percezione di un minore rischio di elezioni anticipate in Italia.

Riguardo alla Banca Popolare di Bari è previsto entro la prima metà di aprile il piano industriale e l’indicazione precisa del fabbisogno finanziario, alla luce dell’alleggerimento dei 1.2 miliardi di NPL, non-performing loans, ancora presenti nei conti della banca. A giugno si terrà l’assemblea degli azionisti con la trasformazione in società per azioni, ritenuta “necessaria e fondamentale” secondo Mediocredito e la Banca d’Italia.

Sul listino italiano, in settimana, si è fatta notare MPS per il +20% di rialzo del titolo, dopo che Moody’s ha rivisto l’outlook e alcuni rating: per la prima volta dopo 7 anni il giudizio complessivo sul merito di credito è passato da Caa1 a B3 e l’outlook è passato a positivo da negativo. Le motivazioni dell’upgrade sono da ricercarsi nei miglioramenti nella qualità delle attività della banca: il rapporto sofferenze/attivi è passato da 18% a 12.50%, grazie allo smaltimento di 3.8 miliardi di euro di crediti deteriorati. Certo la media italiana è intorno all’8% e quella europea al 3% ma l’agenzia di rating ha voluto premiare il percorso intrapreso dall’istituto senese.

Source: Bloomberg

La settimana si è conclusa con performance positive per gli asset rischiosi: l’azionario globale, indice MSCI World, ha guadagnato circa lo 0.8%, con punte di 2% per Nasdaq e DAX.

Bene, anche se in misura minore, l’obbligazionario a spread. Il leggero rialzo dei rendimenti ha penalizzato l’obbligazionario governativo e il corporate investment grade.

Tornano vicini ai minimi gli indicatori di volatilità e si rafforza lo yen. Delle valute “rifugio” solo il Franco Svizzero non beneficia della fase di risk-off e si porta ai massimi dal 2017. Si mantiene su livelli alti la quotazione dell’oro, sopra 1500 dollari/oncia, livello superato il giorno dell’attacco americano. Il metallo giallo è sempre più oggetto di discussione e commenti da parte della comunità finanziaria. Come indicato la scorsa settimana, beneficia dei tassi bassi, non avendo carry, e dei flussi delle banche centrali. Inoltre, tende a proteggere i portafogli dagli “spike” di volatilità che si teme possano essere frequenti questo anno. Ne abbiamo avuto un assaggio proprio all’inizio dell’anno e con le elezioni presidenziali americane di novembre potremo averne altri.

QUESTA SETTIMANA

Mercoledì 15 gennaio a Washington è prevista la firma della Fase Uno dell’accordo fra Cina e Stati Uniti, che dovrebbe prevedere la riduzione dei dazi americani imposti a settembre dal 15% al 7.5%, su 120 miliardi di merci, e un’ulteriore estensione del congelamento di quelli che erano previsti per dicembre 2019, su circa 150 miliardi di merci, pari al 25%, mentre la Cina dovrebbe aumentare le importazioni di prodotti agricoli americani per circa 40 miliardi all’anno. Ha suscitato qualche pensiero l’annuncio che alla firma dell’accordo non sarà presente il Presidente cinese ma il Vice-Premier. Negli Stati Uniti inizia la reporting season, come sempre, le prime società a riportare i risultati del quarto trimestre 2019 saranno le banche. Martedì 14 toccherà a JPM e Citigroup, mercoledì avremo BofA e Goldman Sachs. In totale riporterà l’8% delle società dell’S&P 500.

In UK la House of Lord sarà chiamata a votare l’accordo sulla Brexit. Nonostante una generale opposizione alla Brexit non ci si aspettano sorprese e l’accordo dovrebbe passare.

Sempre in UK i dati in uscita questa settimana saranno importanti per valutare l’eventuale azione delle Bank of England e il relativo impatto sulla sterlina, dato che Carney ha prospettato un novo possibile allentamento monetario qualora l’economia domestica non mostrasse segnali di ripresa.

Mercoledì verrà pubblicato il Beige Book della Fed, che dovrebbe confermare il buono stato di salute degli Stati Uniti.

Sempre mercoledì vedremo il dato sulla produzione industriale di novembre in Eurozona (dato aggregato), che dovrebbe confermare una ripresa congiunturale dopo il calo di ottobre.

Infine, venerdì 17 avremo modo di testare lo stato dell’economia cinese, con la pubblicazione dei dati sul GDP del 4 trimestre 2019, atteso stabile al 6%, la produzione industriale di dicembre e le vendite al dettaglio.

In Italia potremmo avere chiarezza su uno dei temi politici del momento: il referendum confermativo sulla riforma costituzionale circa il taglio del numero dei parlamentari e uno abrogativo relativo alla legge elettorale (nella parte proporzionale).

JPM stima che nel 2020 le emissioni nette di titoli di stato dell’Eurozona dovrebbero scendere ai minimi dal 2008 in calo del 4% rispetto al 2019. La maggior parte delle emissioni, circa il 60%, sarà concentrato nel primo semestre e rallenterà notevolmente nella seconda parte dell’anno. Se da un lato questo fattore segnala che i governi sembrano volere approfittare dei tassi ancora bassi in vista di possibili turbolenze sul fine anno, all’avvicinarsi delle presidenziali americane, dall’altro rappresenta un elemento di sostegno ai bond governativi, che non dovrebbero vedere un’eccessiva salita dei rendimenti.

Si calcola che la scarsità di titoli di Stato in Eurozona, conseguenza del QE lanciato da Mario Draghi e confermato da Christine Lagarde, potrà arrivare a coprire quasi tutte le emissioni di debito pubblico. Con i rendimenti bassi diventano più attraenti i titoli dei paesi periferici più indebitati e quindi con rendimenti maggiori.

Sappiamo inoltre che i tassi non verranno alzati da parte delle banche centrali, neanche in caso di ri-accelerazione dell’economia o di ripresa dell’inflazione. Infatti sia la PBOC, banca centrale cinese, che la Fed sono tornate ad ampliare il loro bilancio a ritmi elevati. Se guardiamo gli indicatori relativi alle Financial Conditions, ovvero le misure che sintetizzano la disponibilità e il costo del credito per dare un’idea dello stress finanziario del sistema, possiamo notare che sono positive per tutte le principali economie e spesso si avvicinano ai livelli massimi del 2014.

Con queste premesse il 2020 potrebbe essere un proseguimento del 2019; è vero che siamo al dodicesimo anno di ciclo economico ma ricordiamo, per l’ennesima volta, che un ciclo economico non muore di vecchiaia ma di shock esogeni o errori di politica monetaria. A dimostrazione di ciò basta guardare al ciclo economico australiano: GDP positivo, quindi nessuna recessione, da ben 28 anni!!!

Source: Bloomberg

Ancora molto buone le performance delle linee con maggiore componente azionaria.

Analisi dei mercati del 10.12.2019

E’ stata una settimana movimentata per i mercati, soprattutto a causa delle dichiarazioni di Trump. Il presidente USA ha prima annuncia il ripristino dei dazi sui metalli per Argentina e Brasile, accusati di avere valute troppo deboli, poi minaccia di imporne altri sulle merci francesi in risposta alla “digital tax”, istituita a luglio e considerata un danno elevato per le aziende americane, ed infine, dichiara che non ha alcuna scadenza in merito ai negoziati con la Cina, prorogabili anche dopo le elezioni presidenziali del 2020.

La Francia risponde a tono dichiarandosi pronta a reagire, mentre altri paesi, come l’Italia, temono le stesse misure. La Cina da un lato annuncia che pubblicherà a breve l’elenco delle “entità non affidabili”, che, come indicato a maggio, potrebbero subire sanzioni, poi, con più calma, dichiara che la prima fase dell’accordo potrebbe concludersi entro il 15 dicembre.

A tutto ciò si è aggiunto pure il leader nord-koreano Kim Jong Un, che pretende offerte migliori per la denuclearizzazione della penisola. Trump, ovviamente, non teme di dovere usare la forza in caso di escalation delle tensioni.

Venerdì il report sul mercato del lavoro americano, estremamente brillante, ha consentito agli indici azionari di recuperare e chiudere la settimana intorno alla parità.

Il Renminbi, la divisa cinese, ha dimostrato ancora una volta la sua funzione di barometro delle tensioni, indebolendosi a metà settimana per poi recuperare sul finale.

Fra i vari dati macroeconomici usciti in settimana, segnaliamo i PMI manifatturieri in miglioramento per diversi paesi, come Cina, Francia, Germania, UK, USA, e in leggero indebolimento per Italia, livello minimo da maggio. I PMI servizi, anche se in territorio di espansione, ovvero sopra 50, hanno mostrato un leggero indebolimento. In generale, si conferma una convergenza tra le due componenti degli indici di fiducia delle imprese. Ciò ha portato ad una stabilizzazione, leggero miglioramento, del dato aggregato. Come sintesi segnaliamo PMI composite per Eurozona che passa da 50.3 a 50.6 e per US che passa da 51.9 a 52.

Data source: Bloomberg

Gli occhi degli investitori erano puntati sul report relativo al mercato del lavoro americano pubblicato venerdì. I dati sono stati molto forti, con il tasso di disoccupazione tornato al minimo degli ultimi 50 anni, 3.5%, i nuovi occupati che salgono di 266.000 unità, sopra le aspettative di 180.000, e i salari orari che salgono del 3.1% anno su anno. In questo modo l’inflazione salariale dovrebbe continuare a sostenere i consumi.

Data source: Bloomberg

I factory orders tedeschi, invece, deludono le aspettative, scendendo del 5.5% anno su anno, contro le attese di -5%, così come la produzione industriale, -5.3% contro le attese di -4.5% anno su anno. L’attività industriale tedesca rimane debole e questo fattore potrebbe giocare a favore della proposta dell’SPD di un aumento degli investimenti pubblici pari all’1.3% del GDP, anche a costo di non rispettare la politica di pareggio del bilancio.

Positiva è la notizia proveniente dal Giappone circa il possibile pacchetto fiscale di 13 trillion di Yen, 120 miliardi di dollari, a sostegno dell’economia. A ottobre risulta che i consumi giapponesi si siano ridotti per la prima volta in quasi un anno, a causa dell’aumento delle imposte sulle vendite.

Christine Lagarde, davanti alla Commissione Affari Economici e Monetari del Parlamento Europeo, si è dichiarata determinata nel perseguire l’obiettivo di inflazione, come da mandato BCE, ma ha anche affermato che non può trascurare altri temi quali la crescita, l’occupazione, i mercati finanziari e i cambiamenti climatici. Ha pertanto deciso di effettuare una revisione, la prima dal 2003, degli obiettivi della Banca Centrale e degli strumenti a disposizione, indicando che i cambiamenti climatici avranno uno spazio importante. L’approccio delle imprese a questo tema dovrà essere considerato nel programma di acquisti dei titoli da parte della BCE, con l’obiettivo di eliminare, gradualmente, dal portafoglio i bond di imprese “carbon intensive”.

Fra le banche centrali riunitesi in settimana segnaliamo la Banca Centrale Australiana, che ha lasciato i tassi invariati al minimo storico di 0.75%, rimanendo aperta ad ulteriori tagli se necessario. La Bank of Canada, che ha lasciato i tassi invariati a 1.75%, intravedendo segnali di stabilizzazione della crescita nonostante le incertezze commerciali.

In Italia proseguono le tensioni all’interno del governo, soprattutto relativamente alla riforma del MES, fondo salva-stati, la cui firma è stata rimandata da dicembre al primo trimestre del 2020.

Moody’s, nel frattempo, ha alzato l’outlook per le banche italiane da “negativo” a “stabile”, grazie alla continua diminuzione dei crediti deteriorati, che comunque all’8% sono in media il doppio rispetto alla media europea, e alle migliori condizioni di finanziamento, minore spread e quindi minori costi che migliorano i ratio patrimoniali.

Durante il vertice OPEC di Vienna, la Russia e i Paesi produttori guidati dall’Arabia Saudita, hanno deciso di tagliare la produzione di ulteriori 500.000 barili al giorno nel primo trimestre del 2020. Qualche ministro ha chiesto un taglio maggiore, nel timore che la domanda debole possa essere ancor più debole e tale da generare un eccesso di offerta.

La settimana si è quindi conclusa con poche variazioni, nonostante la volatilità infrasettimanale: degno di nota il rialzo della sterlina inglese che beneficia dei sondaggi elettorali e che porta debolezza al listino azionari, a causa della composizione molto export-oriented. I rendimenti obbligazionari governativi sono leggermente saliti, soprattutto in Italia a causa delle tensioni governative.

QUESTA SETTIMANA

La settimana che è appena iniziata sarà molto importante, in quanto densa di eventi che potrebbero determinare le sorti dei mercati per il fine anno.

In tema di politiche monetarie segnaliamo le riunioni di tre banche centrali:

– mercoledì 11 dicembre si riunirà la Fed: i tassi non dovrebbero cambiare, nonostante le rinnovate pressioni di Trump, dall’attuale 1.75%, dopo il taglio di 25bps del mese scorso. Dovrebbe essere confermata la fase di pausa sui tassi votata a fine ottobre. La Fed ha tagliato tre volte i tassi nel 2019 e non intende muoverli ulteriormente, se non in presenza di un “material change” dell’economia;

– giovedi 12 dicembre toccherà alla BCE con la prima riunione presieduta da Christine Lagarde: attesi tassi invariati a 0% e tasso sui depositi a -0.50%. All’interno del board i nuovi candidati sembrano essere più rigidi sul tema dei tassi negativi, sottolineando come, andando avanti, gli effetti collaterali potrebbero controbilanciare quelli positivi. Verranno fornite le nuove stime di crescita e inflazione per l’Area Euro;

– sempre giovedì si riunirà anche la Swiss National Bank, che è attesa mantenere i tassi invariati al minimo storico di – 0.75%.

Giovedì 12 dicembre ci saranno le elezioni in UK per il rinnovo del Parlamento: i sondaggi sembrano essere a favore dei conservatori e questo rappresenterebbe il migliore scenario per gli asset finanziari britannici, in quanto permetterebbe una Brexit, come concordato con l’Unione Europea, a gennaio. Scenari alternativi, ovvero una vittoria dei laburisti o il cosiddetto “hung parliament”, senza una chiara maggioranza, sarebbero visti negativamente dai mercati perché prolungherebbero il clima di incertezza.

Domenica 15 dicembre dovrebbe entrare in vigore l’ultima tranche di dazi USA su prodotti cinesi, 15% su 160 miliardi. In questo modo, la totalità dell’import cinese sarebbe soggetta alle tariffe americane e si andrebbero a colpire proprio i beni più venduti durante la stagione natalizia, ovvero giocattoli e smartphone. La convinzione dei mercati è che i dazi verranno posticipati e si porterà a termine la fase uno dell’accordo. Ovviamente, in caso contrario, si entrerebbe in un momento molto incerto e volatile per i mercati e si tornerebbe a parlare di rischio recessione economica.

In settimana la Cina pubblicherà i dati su money supply, loans e inflazione CPI e PPI: si tratta di dati importanti che indicano quanto gli stimoli di politica monetaria si trasmettono alla massa di moneta in circolazione. Questi sono indispensabili per il recupero dell’attività economica.

Martedì in Germania verrà pubblicato lo ZEW, indice di fiducia sul futuro dell’economia tedesca. L’economia tedesca è fondamentale che esca dalla fase di stallo in cui si trova.

Infine, mercoledì partirà la quotazione di Saudi Aramco sulla borsa saudita, prezzo IPO fissato a 32 SAR, e l’OPEC pubblicherà l’Oil Market Report, che fornisce stime su domanda e produzione di petrolio.

Come ciclicamente succede, si torna a parlare di Eurobond per finanziare direttamente i governi e fare, finalmente, ripartire gli investimenti.

La consapevolezza che le banche non sono in grado di trasferire l’enorme liquidità al sistema e con i due nuovi vertici delle principali istituzioni europee, BCE e Unione Europea, allineate sul tema, gli Eurobond potrebbero essere realizzati e i proventi utilizzati laddove sono necessari. Si tratta di un tema su cui in Europa si dovrebbe riflettere.

Intanto le banche centrali continuano a regalare tempo al ciclo economico, evitando di fare temere rialzi dei tassi o restrizioni nei bilanci e lo spettro della recessione sembrerebbe lontano, almeno per gli Stati Uniti in virtù della forza dei dati usciti. Qualora anche gli eventi cardine della settimana, come la decisione sui dazi e elezioni UK, non dovessero regalare sorprese negative, potremmo godere di un’ulteriore fase positiva di un ciclo economico che ormai è il più lungo della storia, 11 anni. Ricordiamo che tale ciclo economico era dichiarato essere arrivato a fine corsa già tre anni fa. Questo dimostra come guardare alla storia e alle statistiche passate, sebbene sia corretto per fare analisi, rischia di essere fuorviante se non si è in grado di contestualizzare la fase che si sta vivendo cercando di capire le differenze rispetto al passato.

Analisi dei mercati del 06.11.2019

Ancora una settimana positiva, soprattutto per i mercati azionari grazie alle buone notizie circa i negoziati fra Cina e Stati Uniti ma anche grazie alla reporting season americana che sorprende le aspettative degli analisti.

Riguardo al primo punto siamo molto vicini alla Fase 1 dell’accordo.

Nonostante i disordini in Cile abbiano portato alla cancellazione del meeting APEC, durante il quale USA e Cina avrebbero dovuto incontrarsi per la firma, e nonostante la Cina metta in dubbio la possibilità di raggiungere un accordo di lungo periodo con Trump, a causa di una certa diffidenza sulla controparte soprattutto riguardo alla cancellazione totale di tutti i dazi, il presidente americano riporta ottimismo dichiarando che verrà trovata un’altra location per la firma (la Cina sembra abbia proposto Macao) e che comunque l’accordo di primo livello smarcherà circa il 60% delle questioni.

Secondo Reuters la Cina avrebbe, tra l’altro, intenzione di togliere il divieto all’importazione di pollami dagli Stati Uniti come primo passo verso un accordo (l’importazione di polli è stata vietata nel 2015 a causa dell’influenza aviaria). Intanto l’agenzia del commercio americana (USTR) valuta se estendere la sospensione dei dazi, in scadenza a fine mese, su 34 miliardi di dollari di beni cinesi. Quindi l’aumento pre-natalizio delle tariffe potrebbe essere nuovamente posticipato al 2020.

Certo i dubbi su una Fase 2 dell’accordo rimangono ma i mercati hanno letto positivamente la notizia.

Per quanto riguarda la reporting season americana, con il 72% delle società (che rappresentano circa l’80% della market cap) che hanno pubblicato il risultato per il terzo trimestre del 2019, la crescita degli utili è, nel complesso, nulla. La buona notizia è che gli analisti si aspettavano una contrazione dei profitti nell’ordine di circa il 5% quindi la “sorpresa” è stata positiva e il mercato l’ha premiata.

In settimana si sono riunite un po’ di banche centrali: Fed, Bank of Japan e Bank of Canada.

La Fed ha, come atteso, tagliato i tassi di 25bps portandoli nel range 1.50%-1.75%. La decisione è stata presa a maggioranza e dal comunicato è scomparsa la frase secondo cui la Fed “agirà in modo appropriato per sostenere l’espansione economica”. Durante la conferenza stampa il presidente Powell ha confermato che l’orientamento di politica economica rimarrà verosimilmente appropriato finché l’economia manterrà una crescita moderata, un mercato del lavoro forte e un’inflazione vicina al target del 2%. Si conferma, quindi, quanto abbiamo scritto nell’ultimo commento, ovvero un’attitudine “data driven” della Fed.

Source: Bloomberg

Gli acquisti dei titoli proseguiranno fino alla metà del 2020 mentre la forward guidance non verrà più utilizzata. Eventuali rialzi dei tassi ci saranno solo quando l’inflazione salirà in modo sostanziale.

Riguardo alle tensioni sull’interbancario, la Fed sta indagando sui motivi che limitano le banche dal rimettere in circolazione la liquidità in eccesso; non è quindi emersa una soluzione strutturale del problema.

La BOJ ha lasciato, come atteso, i tassi invariati (a -0.10%) segnalando che potrebbe tagliarli nel prossimo futuro qualora l’economia dovesse indebolirsi ulteriormente. Il target per il rendimento del decennale nipponico è stato confermato intorno allo zero. Il programma di acquisto titoli è confermato al ritmo di 80.000 miliardi di yen all’anno ma la forward guidance è stata modificata in senso più accomodante indicando che la Banca Centrale è pronta ad un nuovo allentamento monetario se necessario.

Anche la Bank of Canada ha mantenuto i tassi invariati ma confermando la disponibilità a tagliarli nei prossimi mesi qualora l’economia lo richieda.

Per quanto riguarda i dati macro pubblicati in settimana segnaliamo i seguenti:

  • I PMI cinesi sono usciti misti: quelli calcolati dall’agenzia statale (relativi soprattutto alle grandi imprese, principalmente pubbliche) mostrano cali superiori alle attese mentre quelli calcolati da Caixin (agenzia privata la cui survey ha come focus aziende più piccole e non pubbliche) sono in miglioramento e superiori alle stime.
  • Hong Kong entra ufficialmente in recessione tecnica dopo la pubblicazione del dato sul Pil per il terzo trimestre a -2.9% anno/anno (verso attese di -0.3%).
  • Il Pil US per il terzo trimestre (+1.9%) è uscito in calo rispetto al dato precedente (+2%) ma meglio delle aspettative (+1.6%) soprattutto grazie ai consumi (+2.9%) che, seppure in calo, hanno sorpreso in positivo e, rappresentando il 70% dell’economia, sono ancora il principale motore di crescita.
  • I consumi sono sostenuti da un solido mercato del lavoro i cui dati, usciti venerdì 1° novembre, risultano molto positivi: i nuovi occupati crescono più delle aspettative, il tasso di disoccupazione rimane stabile a 3.6% e non c’è pressione salariale.
  • Pil in Eurozona relativi al terzo trimestre: il dato aggregato passa da +1.2% a +1.1% (in linea con le aspettative) ma a livello geografico sorprende positivamente quello italiano (+0.3% da un precedente +0.1% e attese per +0.2%) grazie alla domanda interna.
Source: Bloomberg

Infine, qualche aggiornamento sulla Brexit: il Parlamento britannico ha deliberato che il 12 dicembre si terranno le elezioni. Dopo che la proposta di Boris Johnson è stata bocciata lunedì sera, il premier ha presentato una mozione di revoca della legge del 2011 ottenendo, quindi, di fare passare la proposta con una maggioranza semplice (e non più qualificata).

A questo punto spetta alla Regina sciogliere le Camere 25 giorni prima rispetto al giorno delle elezioni, quindi il Governo resterà in carica fino al 7 novembre. In caso di vittoria alle elezioni Johnson si ripresenterà in Parlamento con un nuovo accordo.

A livello settoriale, in Europa, segnaliamo un po’ di fermento nel settore auto con la notizia di una possibile fusione tra la francese PSA Group e FCA NV che creerebbe un potente rivale di Volkswagen e il quarto gruppo automobilistico mondiale; inoltre, sembra che le negoziazioni con gli americani stiano procedendo bene e il temuto rialzo dei dazi potrebbe essere rimandato. Soffre, invece, il settore bancario dopo la pubblicazione dei risultati di Banco Santander (a causa di pesanti oneri straordinari) e di Deutsche Bank.

QUESTA SETTIMANA

Anche questa settimana avremo la pubblicazione di una serie di dati macro utili per testare lo stato del ciclo economico: in area Euro verranno pubblicati i PMI manifatturieri e relativi ai servizi; negli Stati Uniti l’ISM non manifatturiero e i PMI servizi e composite e in Cina i Caixin services PMI.

Fra le Banche centrali, si riunirà la Reserve Bank of Australia (attesi tassi invariati a 0.75%) e giovedì 7 novembre sarà la volta della Bank of England (attesi tassi invariati a 0.75%), rilevante alla luce dei recenti sviluppi sulla Brexit: uno studio inglese, infatti, quantifica in circa 70 miliardi all’anno, la perdita per l’economia britannica in caso di uscita dall’Unione Europea (circa 3.5% del Pil) su un orizzonte di dieci anni.

L’OPEC, riunito a Vienna, pubblicherà il World Oil Outlook.

Questa settimana riporteranno i dati trimestrali parecchie società italiane tra le quali segnaliamo le banche (Intesa Sanpaolo, Banco BPM, Banca Monte dei Paschi di Siena, Unicredit e UBI tra le principali), Poste Italiane, Assicurazioni Generali e Ferrari.

POSIZIONAMENTO LINEE DI GESTIONE

Come abbiamo spesso commentato il posizionamento degli investitori talvolta è sproporzionato rispetto al reale stato dell’economia. La conseguenza di un posizionamento troppo sbilanciato sono i flussi che si generano quando tutti gli investitori decidono di ricalibrare l’asset allocation. Un esempio di riposizionamento lo stiamo vedendo in queste settimane anche se da alcune survey sembra che la negatività dei portafogli sia ancora elevata.

Cosa ha determinato il riposizionamento? Sicuramente la percezione di un miglioramento nelle trattative USA-Cina, in quella, cioè, che rappresenta la principale incognita per gli investitori e per l’economia, poi la constatazione che, per ora, gli utili aziendali tengono e, infine, per quanto riguarda soprattutto gli Stati Uniti, una conferma del buono stato dell’economia e la notizia di un possibile sgravio fiscale per le famiglie americane a partire dal 2020.

Abbiamo, quindi, almeno per gli Stati Uniti, una banca centrale accomodante (anche se “data dependent”), una politica fiscale probabilmente ancora espansiva e un’economia che tiene discretamente bene. Non deve, quindi, sorprendere che il mercato azionario abbia raggiunto nuovi massimi.

In Europa gli ingredienti sono un po’ diversi: la politica monetaria è sì molto accomodante ma con le armi un po’ spuntate e l’economia non è sicuramente in buono stato. Nonostante ciò la performance, pur non ai massimi assoluti, da inizio anno è di poco inferiore a quella americana. Sicuramente la mancanza di alternativa, lato obbligazionario, ha svolto un discreto ruolo. Ulteriore upside potrebbe derivare dall’elemento mancante rispetto agli stati Uniti, ovvero la politica fiscale espansiva. A tal proposito, in settimana, anche la presidente entrante della BCE ha dichiarato che i paesi della zona euro con un avanzo di bilancio (vedi Germania) dovrebbero fare di più per spingere la crescita, dimostrando di essere perfettamente allineata al suo predecessore.

Analisi dei mercati del 23.10.2019

Sabato scorso il Parlamento britannico si è riunito in una sessione speciale, non accadeva dall’invasione delle Isole Falklands da parte dell’Argentina nel 1982, per votare l’accordo sulla Brexit raggiunto fra il premier Johnson e l’Unione Europea. L’accordo non è stato votato e il Parlamento ha emanato una legge che impone di chiedere il rinvio della Brexit a gennaio 2020. Il premier Johnson, quindi, ha inviato a Bruxelles una lettera nella quale viene chiesto il rinvio, ma senza apporre la sua firma, e, successivamente, ne ha inviata un’altra, questa volta firmata, nella quale chiede di non considerare la precedente poiché l’accordo sarà votato in tempo.

Proseguono le negoziazioni fra cinesi e americani che continuano a lavorare alla “Fase 1” dell’accordo commerciale; secondo Trump difficilmente verrà siglato prima dell’incontro, previsto per il 16-17 novembre, con il presidente Xi Jingping al prossimo forum Apec in Cile.

Il clima fra Cina e Stati Uniti rischia di riscaldarsi nel caso in cui il Congresso americano promuova la legge “Hong Kong Human Rights and Democracy”, approvata alla Camera e non ancora al Senato: il supporto americano alle proteste ad Hong Kong sarebbe visto come un’interferenza negli affari cinesi.

Il Fondo Monetario Internazionale ha abbassato, in generale e come atteso, le stime di crescita economica. La crescita per il 2019 è solo leggermente limata al 3% (minimi dalla crisi finanziaria del 2008) ma la cosa importante è il messaggio lanciato dalla nuova presidente dell’IMF Georgieva Kristalina : il rallentamento in atto è “sincronizzato”, riguarda quasi il 90% dell’economia mondiale, quindi non limitato ad un singolo parse o area, e il fatto che le banche centrali siano a corto di munizioni rende ancora più importante evitare errori politici. La politica monetaria è importante che rimanga favorevole ma quella fiscale deve svolgere un ruolo più attivo.

In Cina, venerdì, è stato pubblicato il dato sul Pil del terzo trimestre: 6% da un precedente 6.2%. Si conferma il rallentamento in atto, che garantirà un atteggiamento ancora accomodante da parte della banca centrale. Anche il Fondo Monetario Internazionale ha, in settimana, stimato una crescita inferiore al 6% per il 2020. La crescita cinese si pone nella parte bassa del range target indicato dal governo, 6%-6.5%, e al livello minimo di sempre, da quando la Cina ha iniziato a pubblicare i dati trimestrali nel 1992, e inferiore anche a quello raggiunto con la crisi del 2008, 6.4%.

Source: Bloomberg

Per contro, però, sono positivi i dati sulla produzione industriale, che risale dopo il minimo da 17 anni di agosto, così come le vendite al dettaglio, segno che i consumi, per ora, tengono.

Mentre l’Italia approva la legge di Bilancio 2020, “salvo intese”in quanto ci sono ancora dei nodi da sciogliere, e la invia a Bruxelles, l’FMI prende di mira i conti italiani e ribadisce che è necessario un piano credibile di riduzione del debito pubblico e misure per rilanciare la produttività. Il basso tasso di crescita del paese non è dovuto all’inefficacia della politica monetaria espansiva ma dai problemi strutturali del paese.

Il tasso minimo garantito del BTP Italia 2027 in emissione è stato fissato a 0.60% e potrebbe essere rivisto al rialzo. L’indicizzazione, come sempre, è all’inflazione italiana, escluso il tabacco, ed è previsto un bonus pari allo 0.40% per chi detiene il titolo fino alla scadenza, otto anni. I risparmiatori hanno potranno sottoscriverlo lunedì 21 e martedì 22.

In Germania il dato ancora deludente sullo ZEW aumenta le probabilità di una manovra fiscale espansiva. La Merkel guarda al dato sul GDP, in pubblicazione il 14 novembre, che potrebbe confermare una recessione tecnica. Intanto il governo rivede al ribasso le stime di crescita per il 2019 a +0.5% e per il 2020 a +1%.

A pesare sull’Europa anche l’entrata in vigore dei dazi americani sui prodotti europei pari al 25%.

Per quanto riguarda la reporting season americana il messaggio è misto: le banche riportano nel complesso non male. Alcoa, principale produttore di alluminio, non mostra risultati brillanti e taglia ancora la stima della domanda mondiale a causa di un probabile rallentamento dell’industria automobilistica. Nei consumi si segnala J&J che alza la guidance di fine anno (positivo quindi il giudizio sui consumi).

Torna a fare parlare Saudi Aramco per l’ennesimo rinvio di quella che è definita come “l’IPO del secolo”. La motivazione, questa volta, sembra essere legata alla verifica del potenziale impatto sul bilancio degli attacchi contro gli impianti petroliferi subiti un mese fa. L’obiettivo è raccogliere più di 25 miliardi di dollari, motivo principale della più grande IPO mai effettuata, al fine di diversificare l’economia saudita che è troppo dipendente dal petrolio.

Il difficile contesto macroeconomico e l’incertezza relativa hanno bloccato, negli ultimi venti giorni, una decina di IPO tra Europa e Stati Uniti. Due hanno riguardato anche l’Italia: si tratta di Ferretti e RCF, per entrambe le offerte sono state deludenti e si è preferito rimandare l’operazione.

I movimenti più significativi sui mercati, in settimana, hanno riguardato le valute: l’allontanamento dell’ipotesi di una “hard brexit” ha permesso alla sterlina di guadagnare contro euro, per contro il mercato azionario è sceso in virtù della correlazione inversa con la valuta, e all’euro di guadagnare contro le altre valute, soprattutto USD e Yen.

Source: Bloomberg

QUESTA SETTIMANA

Giovedì 24 si riunirà la Banca Centrale Europea. Si tratta dell’ultimo meeting con la presidenza di Mario Draghi. Non sono attese decisioni sui tassi: il tasso principale dovrebbe rimanere allo 0% mentre quello sui depositi al -0.50%. Fra 10 giorni la BCE riprenderà l’acquisto di titoli di stato al ritmo di 20 miliardi al mese.

Si riunirà anche la Banca Centrale Svedese, attesi tassi fermi a -0.25%, e quella Norvegese, attesi tassi fermi a 1.25%. Negli Stati Uniti verranno pubblicati i dati relativi agli ordini di beni durevoli e alla fiducia delle famiglie mentre in Europa avremo i PMI preliminari di ottobre e l’IFO tedesco.

Prosegue la reporting season americana, riporteranno società pari a circa il 31% della market cap, e anche quella europea si comincia a fare più interessante: fra le big americane si segnalano Amazon, Intel, Verizon, Microsoft, Twitter, Ford, Tesla, Mc Donald’s, Caterpillar, Boeing. In Europa, fra gli altri, verranno pubblicati i numeri di UBS, Basf, Saipem, Eni.

Sul fronte Brexit, in settimana, Boris Johnson dovrà cercare di fare approvare l’intesa con Bruxelles al Parlamento, come promesso pubblicamente. Intanto i rappresentanti dell’Unione Europea hanno deciso di proseguire, come se niente fosse, il processo di ratifica europeo. A questo punto abbiamo, di nuovo, due scenari: 1) Johnson riesce a fare approvare l’accordo di recesso, una volta approvato anche dal Parlamento Europeo la Brexit potrebbe avere luogo il 31 ottobre; 2) rinvio tecnico (per permettere di completare l’iter di ratifica) o politico (in caso di bocciatura da parte del parlamento britannico) seguito da elezioni anticipate. Guardando i movimenti della Sterlina il mercato sembra scommettere su un accordo.

Analisi dei mercati del 15.09.2019

Le buone notizie sul fronte Brexit e sui negoziati commerciali USA-Cina hanno portato una ventata di ottimismo e permesso agli indici azionari, soprattutto europei, di concludere positivamente la settimana. Per contro, la fase di risk-on ha pesato sui rendimenti obbligazionari, in rialzo un po’ ovunque, e quindi sul segmento investment-grade del mercato a spread.

Partiamo dagli incontri tra Cina e Stati Uniti: non c’è ancora un documento ufficiale, che sarà probabilmente firmato il mese prossimo. Le indiscrezioni confermano quanto il mercato si aspettava e auspicava in settimana, ovvero una fase di tregua con la sospensione delle tariffe che sarebbero dovute scattare dal 15/10. La Cina aumenterà gli acquisti di prodotti agricoli americani e proseguirà il percorso di apertura dei mercati finanziari. Non si è parlato, invece, del controverso tema della protezione della proprietà intellettuale, del prossimo incremento delle tariffe previsto per il 15 dicembre e del caso Huawei, anche se, secondo il NY Times, gli Stati Uniti dovrebbero concedere nuove licenze alle aziende americane per fornire a Huawei dei materiali “non sensibili”. Il mercato si attendeva una sorta di currency-pact: anche su questo punto non ci sono notizie ufficiali ma è molto probabile che la Cina si impegnerà a mantenere il Renminbi stabile o più forte alla luce di un accordo valutario non pubblico. La valuta cinese, intanto, si sta riportando intorno alla soglia di 7 verso USD.

Source: Bloomberg

In UK la sterlina ha decisamente beneficiato dell’ottimismo relativo alla Brexit: il premier irlandese Varadkar e quello inglese dichiarano di avere avuto una discussione costruttiva ed un accordo è possibile, stessa cosa dichiarano il capo negoziatore per la UE Michel Barnier e l’omologo britannico Stephen Barclay.

Il governatore della Bank of England Carney segnala che, comunque, in caso di hard Brexit la banca centrale farà di tutto per sostenere la crescita.

Tornando alle banche centrali, in settimana sono state pubblicate le minute dei meeting di settembre di Fed e ECB: da quelle relative alla Fed è emerso che, se da un lato i timori di un rallentamento globale della crescita lasciano aperte le porte ad un ulteriore stimolo monetario, dall’altro non viene indicata una tempistica precisa. Inoltre, da parte di alcuni membri dissenzienti è arrivata la richiesta di mettere fine all’easing, il che fa emergere dissensi all’interno del comitato.

Il tema delle tensioni sull’interbancario è stato affrontato, sembra, in un meeting straordinario il 4 ottobre, decidendo di partire con l’acquisto di 60 miliardi di dollari al mese di treasury bill fino a giugno 2020 e prolungando i repo fino a gennaio 2020.

Anche all’interno della BCE sono emerse spaccature dalla pubblicazione dei verbali relativa al meeting del 12 settembre: il QE è stato riaperto nonostante il parere contrario del comitato tecnico di politica monetaria. Circa un terzo dei membri si è detto contrario alla misura (come abbiamo già riportato negli scorsi commenti la tedesca Sabine Lautenschlaeger si è dimessa) e alcuni ex banchieri centrali hanno espresso pubblicamente critiche a Draghi, lanciando indirettamente messaggi a Christine Lagarde che sarà al vertice della BCE dopo il 24 ottobre.

Sul tema dei tassi negativi è tornato Mustier che, dopo le dichiarazioni in qualità di presidente della Federazione bancaria europea, anche in qualità di AD di Unicredit ha affermato che la banca si sta attrezzando affinché già nel 2020, nei diversi paesi in cui opera, i tassi negativi vengano gradualmente trasmessi ai clienti avendo cura, però, di salvaguardare i depositi inferiori ai 100 mila euro. Siccome la misura impatterà i depositi “ben al di sopra dei 100 mila euro” verranno offerte soluzioni alternative come investimenti in fondi di mercato monetario senza commissioni e obiettivi di performance positive. Si tratta di un territorio inesplorato e si dovrà verificare la compatibilità e il rispetto del Testo Unico Bancario, del Codice Civile, e il principio della tutela del risparmio sancito dalla Costituzione.

Intanto, approfittando del regime di tassi bassi, proseguono le emissioni obbligazionarie sia governative che corporate.

Dopo un’assenza di nove anni, il Tesoro italiano è tornato ad emettere BTP denominati in dollari riscontrando un discreto successo. Si tratta di un’emissione da 7 miliardi in tre tranche: 2.5 miliardi a 5 anni, 2 miliardi a 10 anni e altri 2.5 miliardi a 30 anni. Dopo la crisi finanziaria i costi degli swap valutari sono saliti a tal punto da rendere nulla la convenienza ad emettere titoli in dollari, giustificando, in parte, la quasi totale assenza dei bond italiani dal mercato globale dei titoli in dollari. Nella seconda metà del 2018 sono stati chiusi gli accordi bilaterali CSA, Credit Support Annex, firmati dal Tesoro con tutte le controparti, che hanno abbattuto il costo dei derivati necessari a proteggersi dal rischio di cambio. Considerata la buona accoglienza dell’operazione, probabilmente vedremo nuove emissioni in valuta con l’obiettivo di “garantire una presenza più regolare sui mercati esteri”, come indicato nelle linee guida sulla gestione del debito pubblico per il 2019. Possibile anche un’emissione in yen.

Il Tesoro ha annunciato anche una nuova offerta di BTP Italia che partirà il 21 ottobre: verrà messo sul mercato un titolo a 8 anni con un tasso annuo minimo garantito che verrà comunicato venerdì 18 ottobre. Ricordiamo che a novembre del 2018 l’ultima offerta di BTP Italia è andata quasi deserta: si trattava di un titolo a 4 anni con una cedola di 1.45%, che è stato penalizzato da un contesto politico sfavorevole. Tuttavia, si è rivelato un titolo interessante tanto che, a distanza di un anno, in questo momento quota 104. Attualmente la situazione è diversa e il Tesoro ne approfitta raddoppiando la durata, garantendo, probabilmente, condizioni economiche meno interessanti.

Considerando le emissioni della settimana e i titoli attualmente in asta, l’Italia dovrà collocare ancora 25 miliardi di BTP entro fine anno. Si tratta di una cifra inferiore ai 55 miliardi di rimborsi e quindi tale da non pesare sullo spread, a tutto vantaggio della legge finanziaria. Ad oggi il Tesoro ha superato l’80% del fabbisogno sul medio-lungo termine.

Interessante notare che anche la Grecia ha emesso, per la prima volta, bond a rendimenti negativi. Si tratta di titoli di stato a tre mesi collocati per un ammontare di 487.5 milioni di euro ad un tasso di -0.02%. La Grecia ha riconquistato la credibilità, uscendo ufficialmente, ad agosto dello scorso anno, dal commissariamento legato al salvataggio europeo. Sul mercato secondario, da inizio anno ad oggi i rendimenti dei titoli greci sono passati da 2.29% a 1.40%, a conferma del pieno accesso ai mercati finanziari da parte di un emittente che è stato il simbolo della crisi dell’euro.

Source: Bloomberg

Passando alle emissioni corporate, segnaliamo che Enel, in settimana, ha emesso il secondo green bond, emissione in tre tranche con scadenze di 5, 7 e 15 anni, raccogliendo ordini per circa 10 miliardi, a fronte di un’offerta di 2.5 miliardi. La prima tranche ha spuntato una cedola fissa pari a zero, con rendimento a scadenza 0.189%, dato che il prezzo di emissione sotto la pari è stato 99.123; un meccanismo di step-up incrementerà il tasso di 25 bps in caso di mancato raggiungimento dell’obiettivo di una determinata percentuale di fonti rinnovabili sulla capacità installata (Sgd-linked ovvero obiettivi di sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite). Il tasso della seconda tranche da 7 anni è pari a 0.375% mentre quello della terza da 15 anni è pari a 1.125%.

QUESTA SETTIMANA

Negli Stati Uniti il tema della settimana prossima dovrebbe essere più microeconomico: inizia infatti la reporting season americana, dalla quale emergerà il vero stato della corporate americana e si valuterà l’impatto sugli utili del rallentamento economico in corso e delle tensioni commerciali. Si parte con i big della finanza, tra cui JPM, Citigroup, Wells Fargo, Bofa, Goldman Sachs, Morgan Stanley, Amex e Blackrock, per passare ai consumer, quali J&J, Netflix, Coca Cola. Gli utili del terzo trimestre sono attesi ancora deboli ma, come sempre, importanti saranno le guidance e il dato tendenziale rispetto al trimestre precedente.

In UK la settimana sarà molto importante per capire le sorti del paese: iniziamo con martedì 15 ottobre quando il Parlamento britannico voterà il programma del premier Boris Johnson con possibile voto di sfiducia e nuove elezioni; giovedì 17 a Bruxelles i leader europei si incontreranno per due giorni e Brexit sarà al centro delle discussioni; sabato 19 sarà la deadline per il premier britannico che dovrà giungere ad un’intesa con la UE e convincere il parlamento britannico a ratificarla.

Sospesa l’entrata in vigore dei nuovi dazi previsti per questa settimana, occorre definire i dettagli precisi dell’accordo tra Cina e Stati Uniti; la partita non si è ancora conclusa tanto che, oggi, la Cina dichiara che occorrono ulteriori incontri per firmare la prima fase dell’accordo con Trump.

A Washington sono previsti gli incontri annuali di World Bank e IMF e verrà presentato il World Economic Forum.

Interventi dei vari banchieri centrali in diverse occasioni daranno ulteriore colore al dibattito in corso sulla politica monetaria.

In Germania verrà pubblicato lo ZEW relativo alla fiducia degli investitori.

Venerdì 18 la Cina pubblicherà il dato del Pil del terzo trimestre, atteso a 6.1%, oltre alla Produzione industriale e alle vendite al dettaglio.

Source: Bloomberg

Sempre venerdì verranno applicate le tariffe imposte da Trump su 7.5 miliardi di dollari di prodotti europei .

Analisi dei mercati del 01.10.2019

Dopo un periodo dominato dalle notizie sulle Banche Centrali questa settimana la protagonista del newsflow è stata la politica.

Partiamo con la Gran Bretagna dove la Corte Suprema ha definito “contraria alla legge” la mossa di Boris Johnson di chiedere e ottenere dalla regina la sospensione dei lavori del Parlamento per cinque settimane a partire dal 10 settembre. L’illegalità è legata al fatto che si è impedito al Parlamento di svolgere la sua funzione costituzionale senza giustificazioni ragionevoli. Rendendosi conto che, ormai, sarà difficile arrivare ad un accordo con la UE, come richiesto dal Parlamento, e, quindi, occorrerà chiedere un rinvio, Johnson dichiara che occorre andare a nuove elezioni al più presto. Effettivamente, per evitare di chiedere il rinvio della Brexit il Premier può solo dare le dimissioni e sperare in nuove elezioni.

Negli Stati Uniti, invece, si è cominciato a parlare di impeachment contro il Presidente: la causa sarebbe da attribuirsi al rifiuto, da parte di Trump, di rispondere alle domande di chiarimento, da parte del Congresso, circa la sua richiesta al presidente ucraino Volodymyr Zelenskiy di indagare sull’ex vice-presidente e attuale candidato democratico Joe Biden. Trump è quindi accusato di avere abusato del suo potere, sollecitando l’aiuto di un Paese straniero al fine di mettere in cattiva luce lo sfidante democratico.

Ovviamente dalla richiesta di impeachment alla condanna i passaggi sono tanti e richiedono tempo; occorrono, infatti, 2/3 passaggi del Senato, dove i repubblicani hanno ancora la maggioranza. Quello che però ha spaventato i mercati è la possibilità di un rinvio dei negoziati. La Cina potrebbe tirare per le lunghe la questione, con l’obiettivo di dialogare con un possibile nuovo Presidente e ottenere un risultato più favorevole.

L’incontro fra il Vicepremier cinese e i rappresentanti americani a Washington è previsto per il 10 ottobre. Durante la settimana passata si sono intervallate diverse dichiarazioni di Trump e della controparte cinese molto altalenanti: da un lato, le aziende cinesi si dichiarano pronte ad aumentare gli acquisti di carne di maiale dagli Stati Uniti, dall’altro Trump continua a puntare il dito sul tema della proprietà intellettuale, poi però dichiara che l’accordo potrebbe essere fatto prima del previsto.

Venerdì Bloomberg ha pubblicato la notizia secondo cui funzionari dell’amministrazione Trump stanno valutando il delisting di società cinesi dai mercati USA e limiti ai flussi di investimenti statunitensi verso la Cina. La situazione rimane quindi estremamente fluida e gli algo-trades creano una volatilità non certo favorevole.

Dall’assemblea ONU Trump ha sollecitato le altre Nazioni a unirsi a lui per esercitare pressioni sull’Iran dopo gli attacchi agli impianti petroliferi sauditi. Nel frattempo, gli Stati Uniti aumentano la pressione su Teheran sanzionando le società cinesi per avere ricevuto petrolio iraniano.

Il prezzo del petrolio torna ai livelli pre-attacco ai pozzi sauditi sulla notizia che le riparazioni procedono velocemente e le scorte di greggio negli Stati Uniti sono aumentate. Oggi il principe ereditario saudita, in un’intervista, avverte che i prezzi potrebbero impennarsi con “numeri inconcepibilmente alti” se il Mondo non si unirà per fermare l’Iran.

In Austria, nel fine settimana, si sono tenute le elezioni anticipate che hanno portato il Partito Popolare ad avere il 37% dei voti e i Verdi al 14%. Anche in questo caso non sarà facilissimo formare un governo.

Tornando in tema, invece, di Banche Centrali, Draghi, durante l’audizione (l’ultima prima della fine del mandato) davanti al Parlamento Europeo conferma che l’economia è debole e non ci sono convincenti segnali di ripresa. Tale debolezza contribuisce a mantenere l’inflazione persistentemente sotto i livelli target. Pertanto, la politica monetaria deve rimanere molto accomodante e pronta ad utilizzare tutti gli strumenti che non hanno esaurito l’efficacia ma che sarebbero più efficienti e rapidi nell’azione qualora fossero affiancati da un’adeguata politica fiscale; inoltre, le regole di bilancio andrebbero rivisitate per evitare un’applicazione pro-ciclica, implicitamente si esortano i paesi con “spazi nei bilanci” ad implementare manovre a favore degli investimenti e dei consumi. Vedremo la futura governatrice Lagarde se saprà/vorrà creare un maggiore legame tra politica monetaria e fiscale. Ha, anche, accennato anche alla possibilità di attuare la MMT (Modern Monetary Theory) pur ammettendo che dovrebbe essere compito della politica fiscale redistribuire le risorse.

Nella BCE fanno discutere le dimissioni di Sabine Lautenschlaeger: si tratta del quarto membro tedesco dimissionario negli ultimi anni, la cui decisione viene vista come segnale di dissenso rispetto alle misure di stimolo adottate da Francoforte. La Germania intende mantenere la rappresentanza nel board dell’esecutivo e quindi a breve comunicherà il sostituto.

Da un punto di vista macro, in settimana abbiamo avuto una serie di dati che confermano un quadro di generalizzata debolezza, ma con una forza relativa, di Stati Uniti verso Europa, che spinge l’Euro ad indebolirsi ulteriormente.

Dalla Germania, dopo i deludenti dati sui PMI, anche la pubblicazione dell’IFO delude le aspettative nella componente “attese future di business”.

Anche in Giappone i dati sui PMI escono in deterioramento a 48.9 rispetto al 49.3 di agosto.

In US viene pubblicata la terza revisione del PIL del secondo trimestre che conferma la crescita a +2% con i consumi che continuano a fare da traino per l’economia.

In Cina la pubblicazione del Beige Book evidenzia come l’economia cinese stia rallentando soprattutto a causa della produzione.

Per tornare al tema di sostenibilità, è di venerdì la notizia che la Banca dei Regolamenti Internazionali ha annunciato la costituzione di un fondo aperto per le Banche Centrali dedicato agli investimenti in green bond. Anche la prossima presidente della BCE Christine Lagarde aveva annunciato che la Banca Centrale avrebbe aumentato gli acquisti sui green bond. Il fondo sarà denominato in dollari e strutturato secondo la legge svizzera. I bond acquistabili dovranno avere un rating minimo di A- e rispettare i principi dell’Associazione del Mercato dei Capitali per i green bond o i Climate Bond Standard.

L’incertezza generata dalle tensioni politiche a livello internazionale che ha caratterizzato la settimana ha determinato una correzione dei principali indici azionari e dei segmenti obbligazionari a maggiore rischio, High Yield ed Emergenti. Per contro le valute rifugio rappresentate da Yen giapponese e Franco svizzero si sono apprezzate contro Euro così come il Dollaro Americano che ha, in parte, beneficiato anche delle tensioni sul mercato monetario. Rendimenti governativi ancora in riduzione.

QUESTA SETTIMANA

In Cina sono stati pubblicati i dati PMI relativi al mese di settembre: l’attività manifatturiera è risultata in contrazione per il quinto mese consecutivo (anche se in leggero miglioramento: 49.8 rispetto a 49.5 di agosto) mentre il settore dei servizi rimane in area di espansione ma ad un livello di poco inferiore rispetto a quello di agosto (53.7 vs 53.8). Da notare come il medesimo indicatore, calcolato da Caixin (più rivolto al settore privato e alle piccole/medie imprese), mostri un miglioramento per il settore manifatturiero da 50.4 a 51.4.

Sempre in Cina, martedì 1 ottobre, si terrà il Congresso del Partito che festeggerà il settantesimo anniversario della fondazione della Repubblica Popolare Cinese. Per l’occasione i mercati finanziari locali saranno chiusi per 7 giorni.

Il prossimo fine settimana parte il nuovo round di negoziati a Washington durante il quale si discuterà di scambi commerciali e proprietà intellettuale.

In Italia è in corso la discussione per cercare un’intesa di governo sul NADEF (nota di Aggiornamento del Documento di Economia e Finanza) necessario per la stesura della Legge di Bilancio: occorre trovare i fondi per evitare gli aumenti selettivi dell’Iva senza fare salire il rapporto deficit/Pil sopra il 2.2%.

Sia in Europa che negli Stati uniti verranno pubblicati i dati definitivi sulla fiducia delle imprese. Venerdì avremo la pubblicazione dei dati sul mercato del lavoro americano.